Il lavoro può influire sulla salute in molti modi, anche aumentando il rischio di sviluppare alcune forme di cancro nel corso della vita.
Quando una neoplasia è causata o favorita da esposizioni presenti nell’ambiente di lavoro, si parla di tumore professionale. Si tratta di un problema rilevante per la salute pubblica, poiché le malattie oncologiche rappresentano la principale causa di morte legata al lavoro. E circa il 47% dei lavoratori in Europa sarebbe spesso esposto a fattori di rischio oncologico professionale.
Lo suggerisce un’indagine condotta dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-Osha), che ha esaminato i dati di 98,5 milioni di lavoratori in 6 Paesi europei: tra loro, circa 46,6 milioni di persone erano state probabilmente esposte ad almeno un fattore di rischio per il cancro durante la settimana lavorativa precedente all’intervista. Comprendere quali esposizioni aumentano il rischio e come ridurle è uno degli obiettivi principali della medicina del lavoro e delle politiche di prevenzione.
Le neoplasie professionali più frequenti sono quelle del polmone e il mesotelioma, seguite dai tumori di cavità nasali e seni paranasali. Della lista di quelli potenziali fanno parte anche le neoplasie dello stomaco, del colon-retto, della tiroide e della vescica.
Il rischio oncologico professionale riguarda le situazioni in cui l’attività lavorativa comporta un’esposizione significativa e spesso continua ad agenti cancerogeni. Gran parte delle conoscenze su questi fattori di rischio deriva da studi epidemiologici che hanno analizzato la frequenza di alcune malattie in diverse categorie professionali.
Solo nel nostro Paese, come riporta l’ultimo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici in Italia, curato dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (FAVO), nel 2023 sono stati denunciati circa 2.200 casi di tumore professionale, anche se probabilmente il dato è fortemente sottostimato. Inoltre, l’impatto non si limita alla sola incidenza di cancro: spesso tali malattie comportano gradi elevati di disabilità e tassi di mortalità ancora molto alti.
Molte evidenze sui tumori professionali riguardano l’esposizione a sostanze o radiazioni presenti nei luoghi di lavoro. Di seguito, vi proponiamo un elenco non esaustivo di agenti chimici e fisici associati a un aumentato rischio di sviluppare diverse forme di cancro in ambito professionale. Molti sono limitati da leggi in vigore, che nella maggior parte dei casi hanno ridotto gli usi e regolato le quantità e le esposizioni, senza vietarle del tutto.
Quando si parla di agenti cancerogeni sul lavoro si pensa spesso a sostanze chimiche o industriali. Tuttavia, anche agenti presenti in natura possono rappresentare un fattore di rischio se l’esposizione è intensa e prolungata. È il caso delle radiazioni ultraviolette (UV) emesse dal sole e considerate un cancerogeno certo. I raggi UV possono infatti provocare danni al DNA delle cellule della pelle, che, se non riparati correttamente, possono accumularsi nel tempo e contribuire allo sviluppo di tumori cutanei.
Secondo l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, sebbene siano molto sottovalutate, le radiazioni UV solari rappresentano uno dei fattori di rischio di cancro più diffusi nei luoghi di lavoro europei, in particolare in caso di esposizione continua negli anni e per i lavoratori outdoor, cioè coloro che svolgono gran parte della propria attività all’esterno, come agricoltori, operai edili, pescatori, manutentori del verde, personale marittimo, maestri di sci e guide alpine e addetti alla manutenzione stradale. In questi casi l’esposizione alla luce solare può avvenire per molte ore al giorno e per lunghi periodi della vita lavorativa, spesso nelle ore centrali della giornata (quando l’intensità della radiazione ultravioletta è più elevata).
Le evidenze scientifiche indicano che il legame più forte con l’esposizione professionale al sole riguarda i cosiddetti tumori cutanei non melanoma (il carcinoma basocellulare e il carcinoma squamocellulare). Il rapporto con il melanoma è invece più complesso. Questo tipo di tumore sembra essere più frequentemente associato a esposizioni intense e intermittenti, come quelle che provocano scottature solari, oltre che a fattori individuali come il fototipo della pelle e la predisposizione genetica.
Poiché la radiazione solare è inevitabile per molte professioni, la prevenzione si basa soprattutto sulla riduzione dell’esposizione cumulativa nel corso della giornata lavorativa. L’uso di indumenti protettivi, cappelli a tesa larga, occhiali con filtri UV e creme solari sulle parti esposte può ridurre in modo significativo la quantità di radiazione che raggiunge la pelle. Inoltre, secondo gli obblighi di tutela della salute previsti dal decreto legislativo 81/2008, il datore di lavoro deve valutare tutti i rischi presenti nell’ambiente lavorativo e adottare le misure di prevenzione e protezione più appropriate.
Tra queste possono rientrare l’organizzazione dei turni di lavoro, la disponibilità di aree d’ombra, la fornitura di dispositivi di protezione individuale adeguati e l’informazione e formazione dei lavoratori sui rischi legati all’esposizione al sole. Nei casi in cui l’esposizione sia significativa può essere prevista anche la sorveglianza sanitaria da parte del medico competente. Indicazioni di questo tipo sono richiamate anche nel Codice europeo contro il cancro, che invita chi lavora all’aperto a proteggersi dal sole per ridurre il rischio di tumori della pelle.
In un’ottica di prevenzione, è fondamentale sensibilizzare sui fattori di rischio connessi alle specifiche attività professionali. Un ruolo strategico in questo ambito è svolto dalla sorveglianza epidemiologica, prevista fin dal 1991 per il mesotelioma. La FAVO evidenzia però la necessità di “rafforzare e valorizzare questi sistemi”, proponendo di:
assicurare la piena applicazione delle leggi vigenti e dei livelli essenziali di assistenza (LEA), così da garantire ai lavoratori malati e alle loro famiglie tutela sanitaria, supporto assistenziale ed economico conformi alle normative italiane.
Se vuoi approfondire il tema delle tutele per i lavoratori, può esserti utile leggere anche il contenuto AIRC sugli screening oncologici sul lavoro.
La diagnosi precoce rimane uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’impatto di qualsiasi tumore. Per questo motivo, accanto alle misure di prevenzione sul luogo di lavoro, per garantire una protezione completa della salute dei lavoratori outdoor sono fondamentali la sorveglianza sanitaria periodica, l’attenzione ai segnali del corpo e il confronto regolare con il medico competente.
Per quanto riguarda i tumori cutanei, è importante rivolgersi al medico se compaiono nuove macchie o lesioni, ferite che non guariscono (nel giro di alcune settimane), noduli, croste persistenti o cambiamenti di nei preesistenti.
Quanto agli altri tipi di neoplasie professionali, i campanelli d’allarme possono includere:
perdita di peso inspiegabile o stanchezza intensa: sintomi generali che, se prolungati nelle settimane, meritano una valutazione clinica approfondita.
Una malattia professionale oncologica, o tumore professionale, è una neoplasia causata o favorita da esposizioni a sostanze cancerogene o a fattori di rischio fisici (come radiazioni UV o ionizzanti) presenti nell’ambiente di lavoro. Le malattie professionali di tipo oncologico rappresentano la principale causa di morte correlata al lavoro a livello globale.
Tra i tumori professionali riconosciuti più frequenti figurano il tumore del polmone e il mesotelioma (spesso legati all’amianto), seguiti dai tumori delle cavità nasali e dei seni paranasali. Nella lista rientrano anche le neoplasie di stomaco, colon-retto, tiroide e vescica, a seconda delle specifiche esposizioni professionali.
L’amianto e i tumori professionali sono strettamente correlati: l’esposizione all’amianto (asbesto) è la causa principale del mesotelioma pleurico e di altre forme di tumore del polmone. Questo materiale è stato largamente utilizzato in edilizia e nell’industria, e il rischio oncologico può manifestarsi anche decenni dopo l’esposizione.
La diagnosi dei tumori professionali segue gli stessi percorsi clinici degli altri tumori, ma richiede anche la ricostruzione della storia lavorativa del paziente per stabilire il nesso causale con le esposizioni professionali. È fondamentale la sorveglianza sanitaria periodica e il confronto regolare con il medico competente, soprattutto per le categorie di lavoratori più esposte.
Il rischio oncologico professionale è più elevato per chi lavora a contatto con sostanze chimiche (come benzene, formaldeide, amianto) o con agenti fisici come le radiazioni UV. I lavoratori outdoor (agricoltori, operai edili, pescatori, manutentori del verde, personale marittimo) sono particolarmente esposti alle radiazioni solari. I lavoratori del settore sanitario (radiologia, medicina nucleare) sono esposti alle radiazioni ionizzanti.
I sintomi variano in base al tipo di neoplasia. Tra i segnali d’allarme più comuni: tosse persistente o cambiamenti della voce (possibile tumore del polmone), difficoltà digestive o sanguinamenti (tumori dell’apparato digerente), gonfiore dei linfonodi o noduli sottocutanei (linfomi), cambiamenti di nei o lesioni cutanee che non guariscono (tumori della pelle). In tutti i casi, una diagnosi precoce è molto importante, per cui è bene consultare un medico se si hanno dubbi.
Fabio Di Todaro
Articolo pubblicato il:
21 settembre 2026