Virus e cancro: la IARC riconosce nuovi agenti infettivi come cancerogeni

Ultimo aggiornamento: 18 novembre 2025

Virus e cancro: la IARC riconosce nuovi agenti infettivi come cancerogeni

La IARC ha inserito il virus dell’epatite D e il Poliomavirus a cellule di Merkel nella lista dei cancerogeni. Giudizio “sospeso” per il citomegalovirus (possibile cancerogeno), che in Italia risulta rilevabile in almeno 7 adulti su 10.

Due nuovi virus sono stati inseriti nella lista dei “cancerogeni certi per l’essere umano”, uno in quella delle “possibili” cause di tumore. L’ha annunciato sulla rivista The Lancet Oncology un gruppo di esperti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), il braccio dell’agenzia sanitaria delle Nazioni unite che si occupa della ricerca in ambito oncologico. Il loro studio ha rivalutato il ruolo cancerogeno di 3 virus: il virus dell’epatite D (HDV), il Poliomavirus delle cellule di Merkel (MCPyV) e il Citomegalovirus umano (HCMV). Ma quali sono le implicazioni di questa valutazione?

Due nuovi virus promossi a carcinogeni certi dalla IARC

In seguito all’analisi del gruppo di lavoro composto da 17 scienziati, l’HDV e il MCPyV sono stati inseriti nel gruppo 1, un elenco di cui fanno parte tutti i cancerogeni certi per l’essere umano. Per fare qualche esempio, appartengono allo stesso gruppo altri virus (come quelli delle epatiti B e C e il Papillomavirus), batteri (Helicobacter pylori), alcune sostanze (amianto, benzene, arsenico, fumo di tabacco, fumo passivo, alcol, formaldeide, diossine), radiazioni (ionizzanti, solari), inquinamento atmosferico. Tutti elementi di rischio noti al grande pubblico, anche per la loro correlazione con alcune delle forme di cancro più aggressive, dalle neoplasie polmonari al tumore del fegato, da quello dello stomaco al melanoma.

I virus rivalutati dalla IARC per il loro potenziale cancerogeno

E rispetto ai 3 virus sotto la lente dell’OMS? Gli esperti della IARC hanno concentrato la loro analisi su tre virus oncogeni che, secondo le nuove evidenze, possono influenzare in modo diverso il rischio di sviluppare un tumore. Ecco cosa emerge per ciascuno di essi.

1. Virus dell’epatite D (HDV) e il carcinoma epatocellulare

Per il virus dell’epatite D si è accumulata nel tempo una mole consistente di studi epidemiologici che mostra un chiaro legame con il carcinoma epatocellulare, la forma più comune di neoplasia che colpisce il fegato. L’infezione da HDV – che può insorgere solo in chi è già infetto dal virus dell’epatite B – è in grado di aggravare i danni al fegato già in corso, amplificando l’infiammazione cronica e di conseguenza le lesioni cellulari che possono portare allo sviluppo di un tumore.

2. Poliomavirus a cellule di Merkel e tumore cutaneo aggressivo

Anche per il Poliomavirus, già da tempo sospettato di essere coinvolto nello sviluppo del carcinoma a cellule di Merkel (una rara ma aggressiva forma di tumore cutaneo), le nuove evidenze hanno confermato un collegamento causale.

3. Citomegalovirus: un possibile cancerogeno sotto osservazione

Più cauto invece il giudizio sul Citomegalovirus umano, molto diffuso nella popolazione mondiale (in Italia, secondo l’Istituto superiore di sanità, si stima una prevalenza del 70-80% tra gli adulti) e spesso contratto già durante l’infanzia. In questo caso, la IARC ha inserito l’agente infettivo nel gruppo 2B (possibile cancerogeno per gli esseri umani). Ciò perché alcuni studi recenti hanno suggerito un’associazione tra l’infezione da Citomegalovirus e l’insorgenza di leucemia linfoblastica acuta nei bambini. Secondo i componenti del gruppo di lavoro, in sintesi, il Citomegalovirus resta un osservato speciale, ma servono nuovi studi per chiarirne il ruolo nell’eziologia dei tumori.

Infezioni virali e rischio di cancro: cosa sappiamo oggi

Il legame tra virus e tumori non è un concetto nuovo, ma questo aggiornamento firmato dalla IARC riporta con forza l’attenzione su un tema spesso sottovalutato. Alcuni di questi agenti infettivi sono noti al grande pubblico grazie alle campagne di prevenzione, per esempio i già citati Papillomavirus umano (HPV), responsabile dei tumori di cervice uterina, pene e di altre forme di cancro dell’area ano-genitale e quella oro-faringea, e i virus dell’epatite B (HBV) e C (HCV), che causano principalmente carcinoma epatocellulare. Altri sono meno conosciuti, ma non per questo di ridotta rilevanza clinica. Agli ultimi indicati dall’Agenzia vanno aggiunti il virus di Epstein-Barr (EBV) che può causare carcinoma di rinofaringe, linfomi, tumore dello stomaco; il virus T-linfotropico umano 1 (HTLV-1), legato a un aumento del rischio di leucemia a cellule T dell’adulto; il virus erpetico del sarcoma di Kaposi (KSHV), correlato al sarcoma di Kaposi; e il virus dell’immunodeficienza acquisita (HIV), che aumenta il rischio di sviluppare diverse forme di tumori (principalmente causate da altri virus oncogeni).

Come agiscono i virus oncogeni: meccanismi diretti e indiretti

Vincenzo Ciminale, ricercatore AIRC e ordinario di patologia generale all’Università di Padova, spiega in quale modo alcune infezioni virali possono aumentare il rischio di ammalarsi di cancro: “Alcuni agenti agiscono come cancerogeni diretti, mentre altri determinano un aumento del rischio oncologico in modo indiretto. Tra i primi rientrano HPV, EBV, HBV, KSHV e HTLV-1, la cui azione consiste nel produrre proteine virali oncogene, capaci di interferire direttamente con i meccanismi di controllo del ciclo cellulare e favorire la trasformazione neoplastica delle cellule infettate. I virus ad azione oncogenica indiretta, invece, non trasformano direttamente le cellule infettate, ma alterano la risposta immunitaria o il microambiente tumorale facilitando lo sviluppo o la crescita della neoplasia”. Un esempio di questa azione indiretta è l’HIV: “inducendo uno stato di profonda immunodeficienza, espone l’individuo a una maggiore probabilità di ammalarsi di diverse forme di cancro” chiarisce l’esperto.

“Per quanto riguarda l’HCV, il suo meccanismo oncogenico è legato all’induzione di una condizione di infiammazione cronica e stress ossidativo a livello del microambiente epatico. Non tutte le persone che sono esposte a uno di questi virus svilupperanno una neoplasia. Il rischio varia in base al tipo di virus, ma anche in funzione di numerosi cofattori ambientali e individuali. Un aspetto comune a molti di questi virus è la loro capacità di stabilire infezioni persistenti, che possono rimanere silenti per anni all’interno dell’organismo.” In diversi casi, quindi, anche in assenza di una malattia evidente – come spesso accade nei soggetti infettati da EBV –, l’infezione non viene eliminata, ma il virus permane in uno stato di latenza, potenzialmente riattivabile.

Prevenzione oncologica: ridurre il rischio di cancro proteggendosi dalle infezioni

Per questi motivi, quando possibile, la chiave di volta per limitare l’impatto di infezioni virali oncogeniche sta nell’opportunità di ridurre i rischi. Per alcuni di questi virus sono disponibili vaccini: è il caso di HBV e HPV. Inoltre, nel caso dell’HPV, è possibile e raccomandato per le donne con più di 25 anni sottoporsi a Pap test e HPV-test per individuare eventuali infezioni a livello del collo dell’utero. Per l’infezione da HCV esiste invece una terapia farmacologica, grazie all’avvento di antivirali specifici. Nessuna opportunità è al momento disponibile per l’EBV, a cui si stima sia esposta la maggior parte degli adulti.

È importante sottolineare che, secondo uno studio condotto sempre da ricercatori della IARC, pubblicato nel 2020 sulla rivista The Lancet Global Health, le diagnosi oncologiche legate a una pregressa infezione virale sono generalmente più frequenti nei Paesi in via di sviluppo, per esempio dell’Asia orientale e dell’Africa sub-sahariana. I numeri più bassi si registrano invece in Europa settentrionale e nell’Asia occidentale. Cina e Mongolia risultano i Paesi con i più alti tassi di cancro correlati all’infezione da HBV, Giappone, Mongolia ed Egitto per l’HCV. La prevalenza di tumori HPV-correlati è maggiore in alcuni Stati dell’Asia orientale, dell’Africa subsahariana e in diversi Paesi del Sud America.

Vaccini contro i virus oncogeni: stato dell’immunizzazione e sfide sanitarie

Capitolo Italia: il vaccino contro l’HBV rientra tra le vaccinazioni obbligatorie per i neonati offerte dal Servizio sanitario nazionale (SSN). Il vaccino contro il Papillomavirus, invece, è raccomandato e offerto a ragazze e ragazzi al compimento dei 12 anni d’età. Purtroppo, l’adesione non è ancora sufficiente, visto che, secondo i dati del Ministero della salute, la copertura per le 2 dosi tra i nati nel 2012 si attesta rispettivamente al 64% per le donne e al 44% per gli uomini. Ben lontano dal traguardo del 90% raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Quanto ai luoghi, particolarmente vulnerabili sono le carceri. Un articolo a firma italiana pubblicato sulla rivista The Lancet Regional Health Europe nel 2024 ha evidenziato che la protezione dei detenuti dalle infezioni da HBV e HPV non è omogenea. Nel primo caso, vi è un’offerta attiva, mentre mancano dati specifici sulla vaccinazione contro il Papillomavirus. Chiosa Lara Tavoschi, professoressa associata di igiene e medicina preventiva all’Università di Pisa: “Affrontando le specifiche esigenze sanitarie delle persone che vivono in carcere, questi programmi possono contribuire in modo significativo alla prevenzione del cancro e al miglioramento complessivo della salute pubblica in Europa”.

Vaccino HPV

Alcune Regioni offrono il vaccino contro l’HPV anche a chi ha più di 12 anni di età. Puoi scoprire le regole valide nella tua Regione a questa pagina.

Domande frequenti sulla relazione tra virus e tumori

Quali virus sono considerati oncogeni per l’essere umano?

I virus oncogeni sono agenti infettivi che possono favorire lo sviluppo di alcuni tumori. Tra quelli riconosciuti come cancerogeni certi dalla IARC rientrano il Papillomavirus umano (HPV), i virus dell’epatite B e C (HBV e HCV), il virus di Epstein-Barr (EBV), l’HIV, il virus T-linfotropico umano di tipo 1 (HTLV-1), il virus erpetico del sarcoma di Kaposi (KSHV) e il Poliomavirus a cellule di Merkel (MCPyV). Più recentemente, anche il virus dell’epatite D (HDV) è stato inserito tra i cancerogeni certi, mentre il Citomegalovirus (HCMV) è stato classificato come possibile cancerogeno in attesa di ulteriori evidenze.

In che modo un virus può contribuire alla formazione di un tumore?

I virus oncogeni possono favorire la trasformazione tumorale in due modi principali:

  • Alcuni producono proteine virali che interferiscono con i normali meccanismi di controllo della crescita cellulare: è il caso dell’HPV o dell’EBV.
  • Altri agiscono in modo indiretto, influendo sul sistema immunitario o sul microambiente tumorale, come accade con i virus dell’epatite o con l’HIV.

Cosa significa che un virus è classificato nel “gruppo 1” dalla IARC?

La IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) classifica come “gruppo 1” gli agenti per i quali esistono prove scientifiche sufficienti che dimostrano la loro capacità di causare tumori negli esseri umani.

Il Citomegalovirus può davvero aumentare il rischio di tumore?

Al momento, le evidenze sulla cancerogenicità del Citomegalovirus umano (HCMV) non sono ancora conclusive. La IARC lo ha inserito nel gruppo 2B, cioè tra i possibili cancerogeni per gli esseri umani. Alcuni studi recenti suggeriscono un possibile legame con alcuni tipi di leucemia, ma servono ulteriori ricerche per confermarlo.

Come si possono prevenire i tumori causati da virus oncogeni?

La prevenzione è possibile grazie a comportamenti che riducono il rischio di infezioni, vaccinazioni e screening mirati. Per esempio, adottare precauzioni durante i rapporti sessuali ed evitare la condivisione di aghi o strumenti taglienti è fondamentale per evitare il contatto con diversi tipi di virus cancerogeni. I vaccini contro l’epatite B (HBV) e il Papillomavirus (HPV) riducono in modo significativo il rischio dei tumori correlati a queste infezioni. In alcuni casi è possibile anche la diagnosi precoce, per esempio eseguendo il Pap test e l’HPV test nelle età consigliate. Per altre infezioni, come l’epatite C, esistono terapie antivirali efficaci.

  • Fabio Di Todaro

    Laureato in scienze biologiche (indirizzo biologia della nutrizione), è giornalista professionista dal 2010. Dopo aver lavorato nella redazione di Altroconsumo e in seguito a una lunga esperienza in Fondazione Umberto Veronesi, ha vinto il concorso nazionale bandito dalla Rai e lavorato per un anno nella redazione della Tgr Basilicata. La passione per il giornalismo medico-scientifico lo ha riportato però alle origini: attualmente è giornalista medico-scientifico della rivista specializzata AboutPharma e collaboratore di Fondazione AIRC. Per oltre dieci anni ha collaborato con i quotidiani La Gazzetta del Mezzogiorno, La Stampa e La Repubblica. È membro dell'Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) e dell’associazione Science Writers in Italy (Swim).