Il vaccino per l'HPV

Il virus del papilloma umano (HPV) è il principale responsabile dell'insorgenza dei tumori della cervice uterina. Oltre a regolari controlli ginecologici le donne hanno da qualche anno uno strumento in più per difendersi da questo tipo di tumore: il vaccino anti-HPV.

Il virus del papilloma umano (HPV) è la condizione necessaria, anche se non sempre sufficiente, per l'insorgenza dei tumori della cervice uterina. Infatti la maggior parte delle infezioni da HPV si risolve spontaneamente, grazie all’eliminazione spontanea del virus da parte del nostro sistema immunitario, ma le poche infezioni persistenti sono considerate responsabili della totalità dei tumori della cervice uterina, e di una quota in crescita di altri tumori più rari.

Ormai da qualche anno è possibile prevenire le infezioni da questo virus, con o uno strumento importante: il vaccino anti-HPV. Secondo recenti dati dell’AIRTUM (Associazione italiana registri tumori), per il 2019 si stimano in Italia 2.700 nuovi casi di tumore del collo dell'utero o cervice uterina, patologia che nel 2016 ha causato 509 decessi. Tale dato è in continua e forte riduzione fin dall'inizio degli anni Ottanta, per effetto delle campagne di screening per diagnosi precoce tramite il Pap-test, introdotto negli anni Cinquanta. Il Pap-test, da quando è stato introdotto negli anni Cinquanta a oggi, ha permesso di ridurre drasticamente l'incidenza e la mortalità del carcinoma della cervice uterina, quanto meno nei Paesi ad alto reddito, ed è tutt’ora di fondamentale importanza.

Il carcinoma della cervice uterina resta invece un'importante causa di malattia e morte per le donne nei Paesi più poveri, dove i programmi di screening non riescono a raggiungere ampie fasce della popolazione e dove si verificano l'85 per cento dei casi e l'87 per cento dei decessi del totale mondiale.

Negli ultimi anni al Pap-test si è affiancato, e, a seconda delle strategie, a volte lo ha sostituito, un esame per identificare sulla superficie del collo dell'utero la presenza di DNA di papillomavirus (in sigla HPV-DNA test).

Con il vaccino, però, l'infezione si può prevenire, dato che è efficace contro i ceppi del papilloma umano (HPV) responsabili della maggior parte dei casi di tumore.

Questa malattia resta invece un'importante causa di malattia e morte per le donne nei Paesi più poveri, dove questi programmi di screening non riescono a raggiungere ampie fasce della popolazione e dove si verificano l'85 per cento dei casi e l'87 per cento dei decessi.

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Il vaccino anti-HPV in Italia

Dal 2008 in Italia, per prevenire l'infezione da HPV, è in vigore una campagna che raccomanda e offre gratuitamente la vaccinazione contro il virus alle ragazze tra gli 11 e i 12 anni di età, quando si presume che non abbiano ancora avuto attività sessuale e non siano quindi ancora entrate in contatto con il virus.

I più diffusi sono due vaccini che vengono somministrati per via intramuscolare: uno bivalente e uno quadrivalente. Il primo è diretto contro i ceppi 16 e 18 del virus, in grado di causare lesioni precancerose e responsabili del 70 per cento dei tumori della cervice uterina, mentre al secondo è stata aggiunta anche quella contro il 6 e l'11 che causano la formazione di condilomi a livello genitale.

Dal 2017 esiste un terzo vaccino, detto 9-valente, che oltre a HPV 6, 11, 16 e 18, assicura la protezione contro altri cinque sierotipi capaci di indurre il cancro.

In un primo tempo la vaccinazione era articolata in tre dosi somministrate nell'arco di sei mesi, mentre oggi è stato dimostrato che nelle ragazze di 11-12 anni anche due dosi garantiscono una buona protezione. Per vaccinazioni in età successive, invece, ne sono ancora consigliate tre.

Per entrambi i vaccini utilizzati da più tempo, studi clinici hanno infatti mostrato un'efficacia vicina al 98 per cento: insieme all'infezione dai ceppi del virus contro cui sono diretti, si previene così anche la formazione di lesioni precancerose che nel tempo potrebbero progredire in un tumore. Tale efficacia è anche accompagnata da un buon livello di sicurezza e tollerabilità.

Data la loro relativamente recente introduzione, non è invece ancora nota con certezza la durata della protezione conferita dai vaccini. Sulla base delle osservazioni raccolte finora, sembra che si estenda almeno a dieci anni, ma non si può escludere che in futuro si dimostrerà necessario aggiungere successive dosi di richiamo per rafforzarne l'effetto.

Anche le persone vaccinate devono sottoporsi a regolari controlli di screening per il tumore del collo dell'utero a partire dai 25 anni. Il vaccino-anti HPV protegge, infatti, solo da alcuni ceppi pericolosi del virus e non da altri che, anche se più raramente, possono causare lesioni cellulari a livello della cervice. L'uso del profilattico non basta a proteggere dall'infezione, ma deve essere comunque raccomandato sempre, anche alle persone vaccinate, non solo per evitare gravidanze indesiderate ma anche per proteggere da molte altre infezioni a trasmissione sessuale.

Il Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019 estende la vaccinazione anche ai maschi nel loro undicesimo anno di età, sia per interrompere la circolazione del virus, sia per proteggerli da tumori più rari di quello dell'utero ma dipendenti dagli stessi ceppi virali, come i carcinomi di ano, pene, cavo orale e gola.

L'altissima protezione offerta dal vaccino può venire meno contro ceppi che l’organismo può avere già incontrato. Ecco perché la vaccinazione è raccomandata e gratuita per l’età (11-12 anni), in cui normalmente ragazzi e ragazze non hanno ancora iniziato l'attività sessuale, principale veicolo di trasmissione del virus. Per eventuali vaccinazioni in età successive, la vaccinazione è comunque approvata dall'Agenzia europea dei medicinali (EMA) e offerta in Italia a prezzo agevolato in alcune regioni fino a 26 anni, dato che può comunque prevenire infezioni di ceppi virali non ancora incontrati dalle persone.

Il vaccino anti-HPV è sicuro?

I dati emersi da studi condotti oramai su milioni di ragazze, dopo oltre 200 milioni di dosi somministrate nel mondo, hanno mostrato che i vaccini anti-HPV non provocano eventi avversi di rilievo. I più comuni effetti collaterali sono una leggera febbre e arrossamento e gonfiore nel punto di iniezione. Potrebbero inoltre insorgere mal di testa, disturbi gastrointestinali, un leggero senso di malessere o dolori muscolari, ma si tratta comunque di fenomeni passeggeri.
I vaccini contro l’HPV sono di ultima generazione: non contengono i virus interi attenuati o inattivati, ma solo proteine in grado di provocare una risposta immune. Poiché non contengono materiale genetico, non possono infettare le cellule, né replicarsi e causare l'infezione.

Dal 2006 al 2015 i vaccini sono stati somministrati in oltre 110 Paesi, per un numero di dosi che supera i 200 milioni e, al momento, il loro profilo di sicurezza, dopo questo esteso utilizzo, risulta rassicurante. Alla fine del 2015, il Global Advisory Committee on Vaccine Safety dell'Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato un documento in cui conferma la loro tollerabilità. Uno studio francese condotto su due milioni di ragazze suggerisce che, soprattutto nei primi tre mesi dopo la vaccinazione, potrebbe esserci un aumento di incidenza di una rara condizione autoimmune, la sindrome di Guillain-Barré. La segnalazione però non è stata confermata da altri studi.

Grande rilievo è stato dato in questi anni al presunto legame tra la vaccinazione contro HPV e due sindromi chiamate in sigla CRPS (“complex regional pain syndrome”) e POTS (“postural orthostatic tachycardia syndrome”). La prima è una condizione dolorosa, che in genere riguarda un solo arto e tende a sparire con il tempo. La seconda è l'accelerazione del battito cardiaco, con possibile svenimento, che segue alla rapida assunzione della posizione eretta. Si tratta in entrambi i casi di sintomi aspecifici, che potrebbero avere molte cause, compreso anche il calo dell’adrenalina che segue all’ansia della vaccinazione specie nelle bambine, e che si sovrappongono parzialmente a quelli della sindrome da affaticamento cronico, per cui uno studio osservazionale condotto nel Regno Unito non ha trovato un legame con la vaccinazione.

HPV: caratteristiche

Il virus del papilloma umano (HPV, dall'inglese “Human Papilloma Virus”) è in realtà una famiglia di virus a DNA che infettano le cellule epiteliali squamose, cioè quelle cellule piatte che ricoprono la superficie della pelle e delle mucose, ma anche le cellule epiteliali che costituiscono le ghiandole. Sono infatti coinvolti sia nella genesi di tumori squamosi sia di adenocarcinomi. Attaccano quindi la cute e i rivestimenti di alcune cavità corporee come quelle di bocca, gola, cervice, vulva, vagina e ano.

Si conoscono più di 120 tipi diversi di HPV, ognuno contraddistinto da un numero, ma solo alcuni di essi, circa 13 tra i 40 che colpiscono le zone genitali, sono responsabili del tumore della cervice uterina e, pertanto, vengono chiamati ceppi ad alto rischio. A livello cutaneo è possibile che alcuni tipi di HPV, detti a basso rischio poiché generalmente non causano cambiamenti cellulari che possono evolvere in tumore, inducano la formazione di verruche o di condilomi, escrescenze benigne che compaiono nell'area ano-genitale di uomini e donne. I ceppi di HPV 6 e 11 sono responsabili di circa il 90 per cento di tali manifestazioni.

Nella maggior parte dei casi però l'infezione causata da un virus HPV passa inosservata poiché non provoca effetti di rilievo e, così com'è arrivata, spesso se ne va senza che il paziente si sia accorto di nulla. Nel 70-90 per cento dei casi il sistema immunitario dell'organismo riesce, infatti, a debellare il virus spontaneamente nel giro di due anni. Quando però l'infezione da parte di un ceppo ad alto rischio persiste e non viene trattata, specie in concomitanza di contemporanei fenomeni di immunodepressione che impediscono l’eliminazione spontanea del virus, può dare origine, nel giro anche di cinque anni, a lesioni cellulari precancerose che possono guarire spontaneamente o evolvere in un vero e proprio tumore, anche a distanza di vent'anni. Non vi è modo però di prevedere quali lesioni regrediranno da sole e quali invece no. I ceppi di HPV responsabili del 70 per cento di tutti i tumori della cervice uterina sono il 16 e il 18, quelli contro cui sono diretti tutti i vaccini anti-HPV oggi utilizzati.

Trasmissione e diffusione

Le infezioni da HPV sono molto diffuse e sono le principali infezioni a trasmissione sessuale. Si stima che ben otto donne su 10, sessualmente attive, contraggano un’infezione da virus HPV, di qualunque tipo, nel corso della loro vita e che circa il 50 per cento di esse si infetti con un ceppo ad alto rischio.

I virus che colpiscono la cute e causano le comuni verruche si trasmettono tramite il contatto con la pelle di una persona infetta. Anche per i ceppi che attaccano le zone genitali, il contagio avviene tramite contatto fisico, in particolare durante i rapporti sessuali, non necessariamente completi, di tipo vaginale, orale o anale. L'uso del preservativo, spesso indicato per difendersi da altre malattie a trasmissione sessuale, in questo caso può ridurre il rischio di contagio, ma non protegge completamente dall'infezione poiché ci si può infettare con l'HPV anche attraverso il contatto di regioni della pelle non coperte dal profilattico.

Le probabilità di contagio non sono uguali per tutte le fasce di età. L'incidenza dell'infezione, in particolare con i ceppi oncogeni, è maggiore tra le ragazze più giovani. Il tipo di virus più frequente è l'Hpv 16, che si ritrova nel 5 per cento circa della popolazione senza sintomi, mentre l'Hpv 18 è presente in poco più dell'1 per cento. Inoltre il rischio di contrarre l'HPV è tanto più alto quanto più è precoce l'età del primo rapporto sessuale, sotto i 16 anni, e quanto è maggiore il numero di partner.

La maggior parte delle persone infette non se ne accorgono, ma possono comunque trasmettere il virus ad altri. Avere un partner stabile da molto tempo non è quindi garanzia di sicurezza contro l'infezione. Il contatto con il virus potrebbe essere avvenuto in una precedente relazione anche molti anni prima, senza manifestare alcun sintomo. Come avviene poi per altre patologie infettive, il rischio di contagio da HPV aumenta ulteriormente nelle persone che, per malattie o terapie immunosoppressive, hanno un sistema immunitario indebolito.

Infine, l'aver contratto un'infezione da un ceppo di HPV non esclude che si possa essere infettati da un altro ceppo del virus. I vaccini anti-HPV proteggono dunque dai ceppi più pericolosi dal punto di vista oncologico e della formazione di condilomi, non da tutti gli altri.

HPV e cancro

La quasi totalità dei tumori della cervice uterina, la parte dell'utero rivolta verso la vagina, è causata da un ceppo di HPV ad alto rischio. Essere infettati dal virus è dunque una condizione necessaria per lo sviluppo di questo tipo di cancro, ma ciò non significa che sia sufficiente. In realtà solo l'1 per cento delle donne positive per un tipo di HPV ad alto rischio svilupperà il carcinoma della cervice.

Le infezioni causate da questi virus, se persistono nel tempo e non scompaiono spontaneamente, possono provocare modificazioni cellulari che danno origine a lesioni chiamate displasie o indicate con le sigle CIN (neoplasia intraepiteliale cervicale) e SIL (lesione squamosa intraepiteliale). Tali lesioni generalmente regrediscono spontaneamente quando sono di basso grado, ma in casi più rari (alto grado) possono trasformarsi in un vero e proprio carcinoma. Questo processo però richiede tempi lunghi. Ecco perché un'efficace campagna di screening può fare molto per prevenire la degenerazione di lesioni benigne in qualcosa di più serio.

Altrettanto importante nella prevenzione del tumore della cervice uterina è ridurre la circolazione del virus HPV, che ne è pressoché l’unico fattore di rischio, e di conseguenza l'infezione. La diffusione della vaccinazione offre anche il vantaggio di ridurre la necessità di interventi per rimuovere le circa 130.000 lesioni precancerose del collo dell'utero che si stima vengano diagnosticate oggi grazie allo screening in Italia. Interventi che provocano ansia, disagio oltre a costi economici per l’individuo e la società.

Fra i fattori di rischio che favoriscono la trasformazione delle displasie in tumore, vi sono il fumo, la compresenza di altri agenti infettivi sessualmente trasmessi, una debolezza del sistema immunitario, l’assunzione di pillole contraccettive e la presenza di familiarità per la patologia.

Il tumore del collo dell'utero non è però la sola neoplasia di cui alcuni ceppi di HPV sono responsabili, anche se è certamente la più diffusa.
L’HPV è riconosciuto come causa principale del 40 per cento circa dei tumori di pene, vulva e vagina e del 90 per cento dei tumori dell'ano, che comunque sono tumori molto rari. Per quanto riguarda i tumori oro-faringei, che si sviluppano soprattutto sulle tonsille e alla base della lingua, mentre negli Stati Uniti e in altri Paesi si stima che siano provocati nella stragrande maggioranza dei casi dal virus HPV di tipo 16, in Italia, secondo i dati AIRTUM (“I numeri del cancro 2017”) dipendono nel 75 per cento dei casi da un abuso di alcol e fumo. Si segnala comunque tra i pazienti più giovani un aumento dei casi legati alla presenza del virus trasmesso con rapporti sessuali orali non protetti.

Si tratta però di tipi di cancro rari, anche se alcuni di essi sembrano essere in aumento negli ultimi anni. Anche per questo si è deciso in Italia di raccomandare la vaccinazione anche ai maschi.

  • Autori:

    Agenzia Zadig

  • Data di pubblicazione:

    20 marzo 2020