Ultimo aggiornamento: 30 giugno 2026
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È a questo passo che, mediamente nel mondo, le donne muoiono nel corso della gravidanza, durante il parto o poco dopo. In molti Paesi i problemi legati alla salute riproduttiva e sessuale e le forti disparità nell’accesso all’assistenza sanitaria di base restano ancora troppi. Un’analisi delle stime più recenti inquadra la situazione dal Duemila in poi.
Nel 2023, ogni giorno oltre 700 donne nel mondo sono morte per complicazioni legate al parto o alla gravidanza, per un totale di circa 260.000 decessi. Quasi una ogni 2 minuti, quasi sempre in contesti di povertà. E quasi tutte sarebbero potute sopravvivere se avessero avuto accesso a cure salvavita adeguate. Sono queste le stime più aggiornate dell’OMS, che ha definito tali numeri inaccettabili.
Per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) la morte materna riguarda le donne che perdono la vita per qualunque causa (escluse quelle accidentali) associata alla gravidanza, o aggravata da essa o dalla sua gestione. Ciò include qualunque avvenimento nel corso della gestazione, durante il parto ed entro i 42 giorni successivi.
La situazione è però migliorata in modo significativo rispetto al 2000, quando erano stati registrati ben 443.000 decessi materni durante o dopo la gravidanza, con una riduzione registrata a livello globale, in 24 anni, del 40%. Tuttavia, dal 2016, l’anno in cui l’OMS ha pubblicato gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, o SDG), tra i quali anche uno di netta riduzione della mortalità materna, i progressi sono stati più lenti del necessario. Soprattutto non sembra che il mondo sia sulla strada più indicata per raggiungere, entro il 2030, gli obiettivi stabiliti.
Si agisce, ma più lentamente del previsto
Il quadro qui riassunto è descritto in maniera più ampia e dettagliata nel rapporto dal titolo “Trends in maternal mortality estimates 2000 to 2023”, pubblicato il 7 aprile 2025 dal Gruppo interagenzia per la stima della mortalità materna delle Nazioni Unite (MMEIG). Il rapporto è frutto del lavoro di OMS, UNICEF, UNFPA, World Bank Group e UNDESA/Population Division, in collaborazione con altri esperti tecnici esterni. Il documento contiene le stime più affidabili e aggiornate sul tema. Per la sua stesura gli esperti hanno considerato i numeri registrati di morti materne durante e dopo la gravidanza a livello nazionale, regionale e globale dal 2000 al 2023.
Nei 195 Paesi e territori inclusi nello studio, le morti materne si sono ridotte mediamente del 2,2% circa nell’intervallo dal 2000 al 2023, ma considerando il periodo dal 2016 al 2023, la riduzione è stata soltanto dell’1,6%. Gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile avevano invece stabilito di raggiungere una riduzione della mortalità materna a meno di 70 casi ogni 100.000 nascite entro il 2030, e a fare in modo che nessun Paese avesse un tasso di mortalità materna superiore al doppio della media globale. Tuttavia, al ritmo di riduzione attuale, sembra improbabile che gli obiettivi siano non solo raggiunti, ma neppure approssimati.
Senza interventi adeguati, il tasso di mortalità materna globale potrebbe diminuire fino a circa 177 decessi ogni 100.000 nati vivi, rimanendo a più del doppio rispetto all’obiettivo globale stabilito in 70. Raggiungere gli SDG entro il 2030 richiederebbe, infatti, una riduzione annua del 15% negli anni rimanenti, che è stata raramente ottenuta a livello delle singole nazioni. La sfida, pur senza precedenti, potrebbe salvare 700.000 vite materne.
Le note positive
Al di là dei tempi previsti per raggiungere gli obiettivi dati dall’OMS, resta il fatto che dal 2000 al 2023 ci sono stati progressi concreti e importanti. Il tasso di mortalità materna è, infatti, calato significativamente in molte aree del mondo e nel 2023, per la prima volta, nessun Paese è rientrato nella fascia di mortalità estremamente elevata, definita in più di 1.000 decessi materni ogni 100.000 nati vivi. L’Europa orientale e l’Asia meridionale hanno registrato una riduzione del tasso di mortalità materna tra il 70 e il 75%, e anche l’Africa subsahariana ha ottenuto una riduzione sostanziale, pari al 40% circa nel corso dei 24 anni complessivi, anche se in quest’area il problema è ancora molto elevato.
Gli esperti hanno considerato anche il cosiddetto lifetime risk, ossia il rischio per una ragazza di 15 anni, al momento dell’osservazione, di andare incontro nel corso della vita a una morte per cause legate alla maternità. I dati dicono che tale rischio è diminuito soprattutto in Asia centrale e meridionale, con un calo, tra il 2000 e il 2023, dell'83% circa. In Africa subsahariana e settentrionale, in Asia occidentale, orientale e sudorientale e in Oceania si è invece contratto di più del 50%.
L’impatto delle disuguaglianze
Come purtroppo era già emerso in precedenza, vi sono forti disparità tra le diverse regioni e Paesi, e l’elevato numero di decessi materni è fortemente associato sia alla povertà sia alle disuguaglianze sociali. Il 92% delle donne morte nel 2023 nel mettere al mondo un figlio appartenevano a Paesi e comunità a reddito basso e medio-basso.
Quattro Paesi, in particolare, hanno registrato nel complesso quasi la metà di tutti i decessi: nell’ordine, Nigeria, India, Repubblica Democratica del Congo e Pakistan. Circa il 70% delle morti materne dell’anno è avvenuto nella sola Africa subsahariana (182.000 casi). Africa subsahariana e Asia meridionale insieme hanno rappresentato circa l’87% dei decessi (225.000 casi).
Maternità e scenari di crisi
Negli ultimi anni lo stato di salute materna, durante e dopo la gravidanza, è stato ostacolato in diverse parti del mondo da una serie di fattori. Tra questi vi sono crisi economiche, conflitti armati e calamità naturali legate ai cambiamenti climatici che hanno esposto molte popolazioni a rischi maggiori che in passato. Nel 2023 17 tra Paesi e territori sono stati colpiti da episodi di violenza e guerre civili, mentre in 20 si sono registrati alti livelli di fragilità istituzionale o sociale. Nell’insieme questi 37 territori hanno contribuito a oltre il 60% dei decessi materni durante o dopo una gravidanza, pur rappresentando soltanto il 25% della natalità globale. Più precisamente, nei Paesi in guerra sono morte 504 donne ogni 100.000 nati vivi, mentre nei contesti fragili, 386.
Anche l’epidemia di Covid-19 potrebbe avere avuto un ruolo nel frenare i progressi in corso in quest’ambito. Da questo punto di vista l’OMS ha registrato un aumento del tasso di mortalità materna nel 2021, probabilmente dovuto alla difficoltà di accesso alle strutture sanitarie e al sovraccarico di lavoro di ambulatori e ospedali. Nel 2022, tuttavia, i valori di mortalità materna sono scesi sotto i livelli pre-pandemici.
Il divario nell’accesso alle cure tra Paesi poveri e nazioni più benestanti riguarda anche altri aspetti della salute ginecologica, oltre alla gravidanza e al parto. Un esempio emblematico riguarda la prevenzione e la cura del cancro della cervice uterina, il quarto tipo di tumore più diffuso nelle donne a livello globale, con grandi differenze nell’incidenza e mortalità nei diversi Paesi, in base al livello di benessere. Questo tipo di tumore è oggi ampiamente prevenibile con la vaccinazione contro il virus del papilloma umano (HPV), il principale responsabile del cancro della cervice uterina, e i programmi di screening per la diagnosi precoce. Tuttavia, questi programmi di prevenzione primaria e secondaria non sono ugualmente diffusi e disponibili nelle diverse parti del mondo, e in alcuni Paesi sono del tutto assenti. Non stupisce, dunque, che nel 2022 circa il 94% dei decessi per cancro della cervice abbia interessato donne di Paesi a basso e medio reddito, soprattutto in Africa subsahariana, America Centrale e Sud-est asiatico.
Cosa porta alla morte materna
Dal punto di vista medico, nel 75% dei casi la morte materna nel periodo durante e dopo la gravidanza è provocata da emorragie gravi e infezioni, che si verificano soprattutto dopo il parto. Inoltre, può essere provocata da ipertensione (pre-eclampsia ed eclampsia), oppure è la conseguenza di aborti spesso clandestini, praticati in condizioni non igieniche e da personale inadeguato. Altre complicazioni possono derivare da condizioni di salute precarie e pre-esistenti, come per esempio l’AIDS, aggravate dalla gravidanza.
Molte donne arrivano troppo tardi nelle strutture sanitarie, che sono spesso poco attrezzate e prive di farmaci e strumenti per prevenire e trattare complicazioni possibilmente letali, come ha sottolineato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'OMS, nell’introduzione del rapporto. Ghebreyesus ha inoltre aggiunto che molte delle vittime non avevano avuto accesso, in vita, a metodi contraccettivi moderni che avrebbero permesso loro di esercitare un controllo sulle proprie gravidanze. A ciò hanno anche contribuito condizioni di violenza ambientale e domestica, oltre alla mancanza di servizi sanitari essenziali di monitoraggio prenatale. Si tratta dunque di gruppi di donne non tutelate, le cui complicazioni avrebbero potuto in gran parte essere prevenute o trattate con un’assistenza sanitaria adeguata.
Passare all’azione
Le conoscenze e le pratiche cliniche necessarie per evitare questi decessi sono note e consolidate. Tra queste vi sono, tra le altre cose, la diagnosi e il trattamento tempestivo della pre-eclampsia, l’igiene per prevenire le infezioni, la somministrazione di ossitocina subito dopo il parto per ridurre il rischio di emorragia. Laddove è stato messo in pratica un ampliamento dei servizi ostetrici e un miglioramento dell’accesso all’assistenza sanitaria, come nelle aree rurali, sono stati registrati risultati concreti.
Tuttavia, troppe donne restano escluse. Nei Paesi ad alto e medio reddito il 99% dei parti avviene in presenza di personale qualificato; in quelli a reddito basso o medio-basso solo nel 73 e nell’84% dei casi, rispettivamente.
Con l'avvicinarsi del 2030, è tempo di intensificare gli sforzi, rafforzare i sistemi sanitari e abbattere i divari di genere, garantendo i diritti delle donne, compreso l’accesso ai servizi per la salute sessuale. Solo in queste condizioni sempre più donne potranno sopravvivere alle proprie gravidanze e guardare al futuro per sé e i loro bambini. Un futuro che, nei circa 8 minuti necessari a leggere questo articolo, è già stato portato via ad almeno 4donne nel mondo.
Alice Pace