Tumori pediatrici

I Video dei protagonisti: la storia di Simone

La ricerca ha fatto grandi passi avanti nella diagnosi e nella cura delle neoplasie dei bambini e dei ragazzi. La strada è però ancora lunga e non per tutti i tumori si sono raggiunti i risultati ottenuti nelle leucemie e nei linfomi.

Le date che hanno cambiato il futuro dei piccoli pazienti

Dagli anni Quaranta agli anni Settanta

1947

Alla Harvard University di Boston, negli Stati Uniti, Sidney Farber e il suo gruppo di medici e ricercatori usano per la prima volta la chemioterapia per curare un tumore, ottenendo la prima remissione di una leucemia linfoblastica acuta. Nello stesso anno Farber fonda il Children’s Cancer Research Foundation (che successivamente diventerà il prestigioso Dana-Farber Cancer Institute) e avvia il primo programma di ricerca sulla chemioterapia per bambini malati di cancro, sostenuto da una charity innovativa, il Jimmy Fund.

1955

Sidney Farber e colleghi ottengono la prima remissione del tumore di Wilms, una forma relativamente comune di cancro renale infantile. Utilizzando l’antibiotico actinomicina D, oltre alla chirurgia e alla radioterapia, aumentano i tassi di guarigione dal 40 all’85% circa.

1967

Un gruppo di ricercatori dimostra per la prima volta che si può ottenere una remissione prolungata della leucemia linfoblastica acuta, aggiungendo alla chemioterapia la radioterapia mirata e la farmacoterapia intratecale.

1970

Viene sperimenta per la prima volta negli esseri umani il trapianto di midollo, che si rivelerà poi uno strumento cruciale per curare molti bambini colpiti da leucemie e linfomi.

1972

Nasce l’Intergroup Rhabdomyosarcoma Study Group, una delle prime reti di ricerca dedicate allo studio di un singolo tumore raro.

1973

Emil Frei e Stephen Sallan, 2 oncologi americani, avviano il primo di una serie di studi clinici su bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta. Le loro ricerche migliorano notevolmente l’efficacia dei trattamenti e avranno un ruolo chiave nel raggiungere gli attuali tassi di guarigione, dell’85-90% circa.

1975

Vengono pubblica i primi risultati di studi clinici che dimostrano come la chemioterapia dopo la chirurgia aumenti la sopravvivenza dei bambini colpiti da osteosarcoma. Nel 1986 diventerà uno standard di cura per questa malattia.

Dagli anni Ottanta agli anni Novanta

1982

La Food and Drug Administration (FDA) approva il primo vaccino contro il virus dell’epatite B (HBV), una delle cause principali di cancro del fegato. Nel 1991, in Italia, la vaccinazione è introdotta nel calendario vaccinale dei bambini.

1986

Al Dana-Farber a Boston, Stephen Friend scopre l’oncosoppressore Rb, un gene la cui forma alterata è responsabile di gran parte dei casi di retinoblastoma, un tumore pediatrico raro.

1991

Grazie alla scoperta del legame tra l’oncogene MYCN e la risposta alle cure contro il neuroblastoma, gli oncologi possono distinguere tra i pazienti coloro che necessitano di un trattamento più o meno aggressivo.

1994

Ha inizio il Childhood Survivor Study, sostenuto dal National Cancer Institute americano e da altre organizzazioni di ricerca oncologica. I risultati dello studio mostreranno, per chi si è ammalato da piccolo, un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari o un secondo cancro nel corso della vita, rispetto a chi invece non si era ammalato. La scoperta aprirà la strada a specifiche misure di prevenzione.

Gli anni Duemila e oggi

2004

Una monografia dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione è dedicata ai risultati di diversi studi sui rischi del fumo passivo. Tali risultati mostrano che chi convive con un fumatore ha un rischio di ammalarsi di cancro al polmone più elevato di chi vive con non fumatori. Sono soprattutto partner e figli, una volta diventati adulti, ad ammalarsi a causa della precedente esposizione.

2009

Arriva la prova che l’imatinib, il primo farmaco mirato contro un’alterazione molecolare presente in un gruppo di pazienti con leucemia linfoblastica acuta, è efficace anche nei bambini e può tenere sotto controllo l’80% circa dei casi nei primi anni dopo la diagnosi. In seguito, grazie all’imatinib, la sopravvivenza generale di questi pazienti ha raggiunto circa il 65%.

2010

Grazie all’impiego di cure più efficaci, tra il 1975 e il 2006, nei soli Stati Uniti, sono stati evitati circa 38.000 decessi per tumore infantile, anche se l’incidenza, ossia il numero di nuovi casi, è aumentata.

2018

Un anno dopo gli Stati Uniti, anche l’Unione Europea approva la terapia a base di cellule CAR-T contro la leucemia linfoblastica acuta a cellule B dei bambini. Le cellule CAR-T sono ottenute modificando geneticamente in laboratorio i linfociti T prelevati dai pazienti, in modo che, una volta reinfuse, riconoscano e uccidano le cellule tumorali.

2023

All’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma la terapia con cellule CAR-T ottiene una risposta completa nel 60% circa dei pazienti con forme gravi di neuroblastoma. Lo studio è stato condotto dal gruppo di ricerca di Franco Locatelli con il sostegno di AIRC. È stata la prima volta nel mondo che uno studio sulle CAR-T contro un tumore solido ha raggiunto risultati così incoraggianti in 27 pazienti dagli 1 ai 25 anni, una casistica considerevole, data la rarità della malattia. Ulteriori studi sono tuttavia necessari per confermare i risultati raggiunti.

OGGI

Negli ultimi anni i trattamenti a base di cellule CAR-T hanno ottenuto risultati promettenti non solo contro il neuroblastoma, ma anche contro altri tumori pediatrici, come le leucemie linfoblastiche acute B e T e i tumori del sistema nervoso centrale. Nel complesso più di 4 adolescenti e bambini su 5 che si sono ammalati di cancro sono in vita a 5 anni dalla diagnosi di tumore. E questi numeri sono in continuo miglioramento.

Anche se la ricerca ha fatto grandi passi avanti nella diagnosi e nella cura dei tumori che colpiscono bambini e ragazzi, la strada è ancora lunga. Non contro tutti i tipi di tumore si sono, infatti, raggiunti i risultati ottenuti nella cura di leucemie e linfomi, e le soluzioni sono ancora insufficienti per i pazienti che vanno incontro a ricadute.

I tumori pediatrici in cifre

L’aumento del numero di nuovi casi ogni anno dei tumori infantili che si è registrato in Italia fino alla seconda metà degli anni Novanta si è oramai arrestato. Tra il 2008 e il 2017, sono stati infatti diagnosticati più di 17.000 tumori a bambini e adolescenti, ma con alcune differenze legate alla geografia e a specifici tumori.

Dal 2008 al 2017 si è osservato un leggero aumento dell’incidenza per alcuni tipi di tumore, come quelli delle ossa, alla tiroide e i melanomi. L’aumento di diagnosi di tumori della tiroide si attribuisce soprattutto a un incremento della sorveglianza anche in assenza di sintomi: si tratta, infatti, nella maggioranza dei casi di tumori indolenti e poco pericolosi che in passato non venivano diagnosticati.

Nel centro Italia è più alto il numero di nuove diagnosi, soprattutto di melanomi, con cause ancora da chiarire. La crescita potrebbe essere dovuta a fattori genetici, all’esposizione ambientale a inquinanti o simili, oppure alla maggiore efficienza del sistema sanitario locale e di centri specializzati sui tumori della pelle nel diagnosticare i nuovi casi.

I tumori pediatrici sono sempre più curabili

Negli ultimi 40 anni circa non è solo diminuito il numero di nuove diagnosi di tumori pediatrici, ma anche il tasso di mortalità. I bambini e i ragazzi tra 0 e 19 anni che muoiono di tumore sono sempre meno: nel 2008 i decessi erano circa un terzo di quelli registrati nei primi anni Settanta.

Inoltre, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di cancro pediatrico in Italia ha raggiunto oltre l'80% dei casi, superando la media europea di qualche punto percentuale. Il tasso non comprende tuttavia i pazienti con tumori cerebrali, la cui sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi si aggira intorno al 60% dei casi.

La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di bambine e bambini con tumori pediatrici è leggermente più alta nel Nord e Centro Italia, rispetto che nel Sud e Isole. Le maggiori differenze si osservano soprattutto tra i casi pediatrici di leucemia mieloide acuta, linfoma di Burkitt, osteosarcoma e tumori del sistema nervoso centrale. La causa potrebbe essere la distribuzione disomogenea di centri specializzati per la diagnosi di specifici tumori lungo la Penisola.

Quali sono i tumori pediatrici più comuni?

  • 0-14 anni: le leucemie acute sono i tumori più diffusi in questa fascia d’età, in particolare la leucemia linfoblastica acuta. Secondi per frequenza sono i linfomi, a cui seguono i tumori maligni del sistema nervoso centrale, tra cui il glioma, i tumori del sistema nervoso autonomo, tra cui il neuroblastoma, i sarcomi dei tessuti molli, i tumori del rene, delle ossa, della retina, della tiroide e altre forme di cancro rare.
  • 15-19 anni: i tumori più frequenti sono i linfomi di Hodgkin, a cui seguono i tumori della tiroide, le leucemie, i tumori delle cellule germinali, i linfomi non-Hodgkin, i tumori del sistema nervoso centrale, il melanoma, i sarcomi delle parti molli e i tumori dell’osso.

Per saperne di più sui tumori pediatrici più diffusi è disponibile online la nostra Guida ai tumori pediatrici.

Per saperne di più sui tumori pediatrici più diffusi è disponibile online la nostra Guida ai tumori pediatrici.

Gli approcci di cura dei tumori pediatrici più frequenti

Sono molti i progressi degli ultimi anni per la cura dei tumori pediatrici, ma rimane ancora molto da fare soprattutto per quelli del sistema nervoso centrale.

Tumori del sangue: sono dovuti a un’eccessiva proliferazione di alcune cellule del sistema immunitario, come i linfociti. Quelli che si sviluppano più spesso in età infantile sono le leucemie e i linfomi. In particolar modo per le leucemie la probabilità di sopravvivenza è molto alta grazie ai nuovi protocolli di chemioterapia, al trapianto di midollo osseo e alla possibilità di ricorrere all’immunoterapia, come quella basata su anticorpi monoclonali e cellule CAR-T. Se 40 anni fa una sopravvivenza del 50% dei bambini con leucemia era considerata un traguardo importante, oggi questa percentuale può superare persino il 90%. Tuttavia, i pazienti che hanno maggiori difficoltà a raggiungere tale percentuale di cura sono coloro che vanno incontro a ricadute della malattia.

Sarcomi: sono tumori rari che si possono distinguere in sarcomi dei tessuti molli e tumori ossei. Una migliore capacità di caratterizzare la malattia e individuare le terapie più adatta per i pazienti ha permesso di fare grandi passi avanti nella cura dei sarcomi. Se un tempo gli interventi mutilanti erano l’unica possibilità di salvezza per i giovani con questo tipo di tumore, oggi esistono alternative, come la chemioterapia e la radioterapia, in grado di ridurre la necessità di tali interventi. Grazie anche ai progressi della chirurgia, circa il 70% dei pazienti con malattia localizzata sopravvive alla malattia.

Tumori del sistema nervoso: possono coinvolgere il cervello, il midollo spinale e altri tessuti nervosi. Anche quando non sono fatali, possono lasciare tracce per tutta la vita perché colpiscono il sistema nervoso in un periodo critico per lo sviluppo cognitivo.

Per il neuroblastoma la chemioterapia, la radioterapia e la chirurgia rimangono pilastri fondamentali della cura. Tuttavia, uno studio più approfondito dei pazienti alla diagnosi ha permesso in questi anni di valutare in anticipo il rischio di recidiva, di rendere più mirati i trattamenti e di ridurre gli effetti collaterali. Per la cura di casi specifici, inoltre, sono oggi disponibili diversi trattamenti immunoterapici sperimentali, tra cui quelli a base di cellule CAR T e altri a bersaglio molecolare.

Per il retinoblastoma, invece, oggi la chirurgia può essere in molti casi sostituita dalla chemioterapia e altri trattamenti locali e meno invasivi che non causano la perdita dell’occhio. Tra questi vi sono i trattamenti laser e la crioterapia, che possono rispettivamente eliminare o congelare i vasi sanguigni del tumore, impedendone la crescita.

Gran parte degli altri tipi di tumori cerebrali e del sistema nervoso sono ancora piuttosto difficili da curare. È per questo importante continuare a investire in ricerca sperimentale e clinica per comprendere meglio i meccanismi coinvolti e individuare e validare terapie più sicure ed efficaci.

Le cause dei tumori pediatrici

La maggior parte dei tumori pediatrici è dovuta a fattori non del tutto noti, per cui è difficile identificare specifiche cause. Trattandosi di patologie che insorgono in età precoce, non dipendono quasi mai da comportamenti e abitudini individuali, come la dieta o la quantità di attività fisica. I fattori ambientali possono avere un ruolo, ma non è ancora chiaro quanto siano influenti. Il motivo di tali incertezze è la difficoltà nello stabilire un’associazione diretta e causale tra specifici agenti chimici e fisici e l’insorgenza di un tumore. È invece provato che alcuni tumori rari, come il retinoblastoma, sono legati alla presenza di mutazioni genetiche, spesso ereditarie.

In qualunque caso i genitori non hanno alcuna responsabilità in merito allo sviluppo di un tumore infantile nei propri figli. Esiste tuttavia la possibilità di proteggere i propri bambini e ragazzi da alcuni tumori che potrebbero sviluppare da adulti, tramite alcune vaccinazioni in grado di prevenire alcune forme di tumore. A tutti i neonati in Italia viene somministrato il vaccino contro il virus dell’epatite B (HBV) per ridurre il rischio di un’infezione che, quando non si risolve spontaneamente, può diventare cronica e in alcuni casi portare allo sviluppo del cancro al fegato. A ragazzi e ragazze di 11-12 anni viene offerto gratuitamente il vaccino contro il papilloma virus umano (HPV), un’infezione che si trasmette per via sessuale e che è responsabile dei tumori della cervice uterina, del pene, dell’ano, della vagina, della vulva e dell’orofaringe.

La vita dopo il cancro

Pur essendo guariti, molti ex pazienti oncologici pediatrici sono considerati dai medici e dagli epidemiologi “long term survivor”, o sopravviventi di lungo corso. La definizione, che a volte è fatta propria dagli stessi ex pazienti, dimostra quanto può essere complicato lasciarsi alle spalle un’esperienza tanto dura sia a livello fisico sia psicologico.

Nella maggior parte dei casi, quando i pazienti pediatrici crescono trascorrono una vita del tutto normale e non hanno bisogno di cure particolari, ma devono prestare una speciale attenzione ad alcuni aspetti della loro salute. Anche se la maggior parte di coloro che sono guariti da un tumore pediatrico gode di buona salute, una minoranza continua a subire per molto tempo le conseguenze della malattia o gli effetti secondari delle terapie. Per esempio, la somministrazione di antracicline ad alte dosi può danneggiare il cuore, gli alchilanti possono compromettere la fertilità, mentre alte dosi di cortisone o radioterapia possono influire sulla crescita e la struttura delle ossa. Alcune di queste conseguenze possono variare a seconda dell’età e delle caratteristiche individuali. Inoltre, chi è portatore di geni che favoriscono lo sviluppo del cancro può avere maggiori probabilità di sviluppare un altro tumore. Seguire uno stile di vita sano mentre si cresce potrà peraltro aiutare a ridurre il rischio di ammalarsi non solo di cancro, ma anche di altre patologie come quelle cardiovascolari.

Anche per questi motivi sempre più ospedali in Italia stanno aderendo al progetto del Passaporto dei guariti, che fornisce ai sopravviventi di lungo corso un documento con tutte le informazioni sul proprio percorso clinico, tra cui i trattamenti ricevuti e gli eventuali effetti collaterali riscontrati. L’obiettivo è facilitare la comunicazione con medici e specialisti, fornendo un quadro completo sulla propria situazione sanitaria.

Per quanto riguarda la ricerca sui tumori pediatrici, invece, i ricercatori stanno continuando a studiare gli effetti a lungo termine delle terapie a cui vengono sottoposti i bambini malati. Per esempio, stanno studiando se possono incidere sulla crescita, sulla fertilità o sul rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Proprio per rispondere a queste domande, i responsabili di alcuni grandi studi, come il Childhood Cancer Survivor Study (CSSC), stanno analizzando le associazioni tra il tipo e la dose di cure ricevute e il rischio di effetti collaterali nel tempo, oppure come migliorare la qualità di vita dei pazienti, per esempio con attività fisica e diete specifiche.

Un obiettivo importante della ricerca oncologica pediatrica è quindi anche mettere a punto farmaci sempre più mirati a un organismo in crescita, che compromettano il meno possibile la qualità della vita dopo la malattia.

Dove sta andando la ricerca?

La ricerca si sta concentrando sempre di più sulle terapie mirate, perché riescono a colpire specifici bersagli molecolari, producendo minori effetti collaterali rispetto alle terapie convenzionali. Tra i vari trattamenti oggi disponibili, negli ultimi anni l’immunoterapia ha migliorato il trattamento anche dei tumori pediatrici. Terapie come quelle basate sulle cellule CAR-T e sugli anticorpi bispecifici hanno migliorato molto la cura di diversi tumori del sangue, come la leucemia linfoblastica acuta. Di recente, in sempre più studi di laboratorio e clinici si sta sperimentando la sicurezza e l’efficacia di questi approcci anche per il trattamento dei i tumori solidi.

Le terapie con cellule CAR-T richiedono di prelevare alcune cellule del sistema immunitario dei pazienti, i linfociti T, che vengono modificati in laboratorio perché siano in grado di riconoscere il tumore, una volta reinfusi nei pazienti. Nel 2023, grazie al sostegno di AIRC, un trattamento a base di CAR-T dirette contro l’antigene GD2 è stato valutato con successo in un gruppo di pazienti con neuroblastoma recidivante o refrattario ai trattamenti convenzionali, mentre nel 2024 un altro approccio simile è riuscito a contrastare la crescita tumorale in un piccolo gruppo di pazienti con un tipo di glioma.

Allo stesso tempo sono state sviluppate alcune varianti di questo approccio, come le cellule CAR-NK, realizzate a partire da un altro tipo di cellule immunitarie, le cellule NK (Natural Killer). Tali cellule, a differenza dei linfociti T, non aggrediscono i tessuti di un soggetto diverso dal donatore e non sono quindi associate al rischio di sviluppare la malattia contro l’ospite (Graft Versus Host Disease, in inglese). Grazie a questa caratteristica, le cellule NK possono essere prelevate da qualsiasi donatore sano e non necessariamente dallo stesso paziente, come avviene per i linfociti T. Le cellule CAR-NK sono state sperimentate in studi clinici, mentre in alcuni studi di laboratorio si sta cercando di aumentarne l’efficacia.

Altri metodi sperimentali allo studio includono i virus oncolitici, ossia virus modificati in laboratorio modo che si replichino solo all’interno di specifiche cellule cancerose, portandole alla morte cellulare. Sono in corso ricerche finalizzate a utilizzare tali virus nell’ambito del trattamento dei tumori cerebrali, dei neuroblastomi e dei sarcomi.

Altre ricerche hanno l’obiettivo di sviluppare medicinali molecolari che interferiscono direttamente con la crescita del tumore o con le sue interazioni con l’ambiente circostante. È oramai noto che il microambiente tumorale (l’insieme di cellule, molecole e tessuti che circonda il cancro) e quello vascolare o stromale sono fondamentali per sostenere la crescita del tumore. Dunque, agendo su di essi si potrebbe contrastare significativamente la proliferazione della malattia. Alcuni esempi sono gli inibitori del gene BRAF, che è spesso mutato nei melanomi e alcuni tipi di glioma, oppure delle vie di segnalazione RET e MET, che sono stati studiati in diverse sperimentazioni cliniche. Per quanto riguarda la leucemia acuta promielocitica, risultati promettenti provengono dalla somministrazione della combinazione di un precursore della vitamina A e di un derivato dell’arsenico, l’acido tutto-trans-retinoico e l’arsenico triossido, rispettivamente.

Punti di forza e debolezza caratterizzano ciascuno di questi approcci. Per questo motivo vengono spesso sperimentate terapie di combinazione e complementari, dove i limiti di un trattamento possono essere integrati dai vantaggi di un altro. La ricerca per migliorare la cura dei tumori pediatrici sta quindi continuando, nonostante gli ostacoli nel condurre gli studi, a causa della rarità di queste malattie, e quindi della difficoltà di coinvolgere ampi numeri di pazienti nelle sperimentazioni, e della giovane età dei pazienti stessi.

Le ricerche sostenute da AIRC

La ricerca ha fatto grandi passi avanti nella diagnosi e nella cura delle neoplasie dei bambini e dei ragazzi, ma resta ancora molto da fare. Per questo AIRC da anni sostiene diversi progetti di ricerca nell’ambito dei tumori infantili. Ecco i risultati di alcuni di questi progetti.

Negli ultimi anni il gruppo di ricerca coordinato da Franco Locatelli dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha sperimentato con successo un inedito trattamento con cellule CAR-T che ha portato a risultati promettenti per la cura dei casi più gravi di neuroblastoma. Con il sostegno di AIRC, la terapia è stata inizialmente valutata nella forma autologa, ovvero con le cellule reinfuse provenienti dal paziente stesso. I primi risultati dello studio, pubblicati nel 2023, sono stati poi confermati ed estesi nel 2025. Su un totale di 54 pazienti coinvolti nello studio, più del 40% era vivo e senza malattia a 5 anni dalla diagnosi grazie a questa terapia. Nello stesso anno un gruppo di pazienti che non poteva essere sottoposto a all’approccio autologo è stato trattato con la versione allogenica della cura, in cui le cellule CAR-T derivano da un donatore sano. Nei prossimi anni il gruppo ha in programma di approfondire la possibile sicurezza ed efficacia delle cellule CAR-T per i pazienti pediatrici con medulloblastoma.

Anche per quanto riguarda il sarcoma di Ewing, un tumore delle ossa e i tessuti molli ancora difficile da curare, si stanno facendo importanti progressi. In studi di laboratorio sostenuti da AIRC, Veronica Riccioni e i suoi colleghi della Fondazione Santa Lucia IRCCS, a Roma, hanno individuato nell’elicasi DHX9 un fattore importante nel guidare la progressione della malattia. L’attività di questo enzima promuove, infatti, la formazione di una serie di molecole che inducono la migrazione delle cellule tumorali e quindi la possibile formazione di metastasi. In futuro questi risultati, pubblicati nel 2025 sulla rivista Nucleic Acids Research, potrebbero portare a individuare un nuovo bersaglio molecolare per la cura del sarcoma di Ewing.

Fabio Pastorino e il suo gruppo di ricerca, dell’IRCCS Istituto Gaslini di Genova, hanno individuato un nuovo bersaglio molecolare per il neuroblastoma e, di recente, valutato un nuovo approccio terapeutico in sistemi di studio sperimentali. I risultati dell’ultima ricerca del gruppo sono stati pubblicati sulla rivista Cells. La nucleolina è una proteina presente in tutte le cellule dell’organismo e in particolare all’interno del nucleo, l’organello che contiene il materiale genetico. Era già noto che negli adulti in presenza di tumori o infezioni virali, si verificano cambiamenti nella quantità o nella localizzazione cellulare di questa proteina. Pastorino e il suo gruppo hanno riscontrato che anche nel neuroblastoma sono presenti alterazioni nella nucleolina. In sistemi sperimentali di neuroblastoma, una terapia mirata contro questa proteina ha ottenuto risultati migliori di un trattamento non specifico. Nei prossimi anni, studi su animali di laboratorio ed eventualmente nei pazienti potranno aiutare a confermare e definire l’efficacia e la sicurezza di questo approccio terapeutico.

Un gruppo di ricerca coordinato da Luca Tiberi dell’Università di Trento ha sviluppato nuovi sistemi sperimentali di studio del medulloblastoma, un tumore del cervelletto e la forma più comune di tumore cerebrale infantile, e dell’ependimoma, un tumore raro del sistema nervoso centrale. I risultati, pubblicati a marzo 2026 sulla rivista Nature Protocols, sono il punto di partenza per lo sviluppo futuro di terapie mirate contro queste neoplasie. A partire dalle cellule tumorali dei pazienti, il gruppo di ricerca ha progettato un protocollo ottimizzato per realizzare in laboratorio colture tridimensionali di cellule tumorali, da utilizzare per valutare i farmaci. Il metodo potrebbe infatti permettere di valutare meglio in laboratorio l’efficacia delle terapie e migliorare così il processo di ricerca di nuovi trattamenti.

  • Camilla Fiz

    Scrive e svolge attività di ricerca nell’ambito della comunicazione della scienza. Proviene da una formazione in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste, in biotecnologie molecolari all’Università degli studi di Torino e in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi della stessa città. Oggi è PhD student in Science, Technology, Innovation and Media studies presso l’Università di Padova e collabora con diversi enti esterni. Il suo sito: https://camillafiz.wordpress.com/
  • Articolo pubblicato il:

    2 novembre 2026