Ultimo aggiornamento: 20 novembre 2025

Il cancro del pancreas è una neoplasia piuttosto aggressiva e ancora difficile da trattare. Perché e quali progressi sta facendo la ricerca?
Il 20 novembre si tiene in tutto il mondo la Giornata sul tumore al pancreas, un’occasione per puntare i riflettori su una malattia piuttosto aggressiva, che un tempo era molto rara e che negli ultimi decenni è in crescita sia per numero di casi che per decessi, in Italia e a livello globale. Si tratta di una delle forme di cancro più difficili da diagnosticare e trattare, dato che spesso si sviluppa senza dare sintomi specifici e quando viene scoperta è già in fase avanzata o è resistente alle limitate opzioni terapeutiche disponibili. Secondo le stime più recenti, circa l’80% dei pazienti riceve la diagnosi quando la malattia si è già estesa localmente o ha prodotto metastasi. La sopravvivenza a 5 anni supera di poco il 10%.
Pur essendo molto meno frequente rispetto a tumori come quello del polmone, della mammella o del colon-retto, il carcinoma pancreatico rappresenta oggi una delle principali cause di morte per cancro nei Paesi industrializzati. Quali sono i motivi di queste criticità e cosa è possibile fare?
Le cause del carcinoma pancreatico sono complesse e multifattoriali. L’età è uno dei principali fattori di rischio non modificabili. Infatti, la maggior parte dei tumori viene diagnosticata dopo i 60 anni. Anche la familiarità sembra avere un ruolo importante: in particolare, aumentano la predisposizione individuale, anche se non è chiaro in quale entità, alcune mutazioni genetiche (BRCA1, BRCA2, PALB2 e ATM). Infatti, le proteine che ne derivano sono coinvolte nei processi di riparazione del DNA.
Tra i fattori di rischio modificabili, il fumo di sigaretta è uno dei più rilevanti: si stima sia responsabile di circa il 25% delle diagnosi. Ha un ruolo importante anche perché lavora in sinergia con altri fattori di rischio, amplificando la loro dannosità. Tra questi ultimi vi sono l’obesità, la sindrome metabolica, la pancreatite cronica e alcune lesioni cistiche del pancreas che, in una piccola percentuale dei casi, possono evolvere in forme maligne.
A oggi, la diagnosi precoce è la chiave per cambiare la storia naturale della malattia, ma è anche la sfida più complessa. Non esiste, infatti, ancora un esame di screening affidabile da proporre alla popolazione generale.
Alcuni pazienti considerati ad alto rischio – per familiarità, mutazioni ereditarie o presenza di cisti pancreatiche – sono sottoposti a controlli periodici con tecniche di imaging come l’ecografia endoscopica, ma questi gruppi rappresentano solo una piccola parte dei casi complessivi.
Negli ultimi anni molti ricercatori stanno cercando biomarcatori di malattia, in particolare quelli circolanti nel sangue e potenzialmente utili per identificare il tumore nelle fasi iniziali con l’analisi di un semplice prelievo di sangue. Il più noto, il CA19-9, è già utilizzato nella pratica clinica per monitorare la progressione della malattia. Non è tuttavia un marcatore finora utile per la diagnosi precoce, perché non è specifico per il tumore al pancreas. Diversi gruppi di ricerca stanno esplorando metodi che comprendono l’analisi di altri biomarcatori, tra cui molecole presenti nel DNA tumorale circolante, negli esosomi e nelle cellule tumorali circolanti. L’analisi combinata di più biomarcatori in sangue e urine, lo studio delle variazioni ormonali e glicemiche dopo i pasti e altre strategie più complesse, con tecniche di proteomica, metabolomica e trascrittomica, sono promettenti anche se finora non hanno ancora prodotto risultati utilizzabili in clinica.
Parallelamente, sono in fase di sviluppo anche sistemi di intelligenza artificiale. Se applicati alla radiologia, consentono di individuare anomalie invisibili all’occhio umano, che potrebbero segnalare la presenza di una lesione precancerosa o di un tumore molto piccolo. Alcuni algoritmi di deep learning, poi, hanno mostrato risultati promettenti per l’identificazione di pazienti a rischio elevato prima della comparsa dei sintomi.
La chirurgia rappresenta ancora oggi l’unica possibilità di guarigione, ma può essere eseguita solo nel 15-20% dei pazienti in cui il cancro non si è ancora diffuso. L’intervento di riferimento è la duodenocefalopancreasectomia, nota anche come intervento di Whipple, in cui il chirurgo rimuove la testa del pancreas, una parte dell’intestino e la colecisti. Dopo l’intervento, i pazienti vengono trattati con chemioterapia adiuvante per ridurre il rischio di recidiva.
Nei casi in cui il tumore non sia operabile, la chemioterapia sistemica resta il cardine del trattamento. Gli schemi più usati sono il FOLFIRINOX (una combinazione di fluorouracile, leucovorina, irinotecan e oxaliplatino) e l’associazione di gemcitabina-nab-paclitaxel, che negli ultimi anni hanno migliorato leggermente la sopravvivenza. Tuttavia, la risposta varia molto da paziente a paziente e gli effetti collaterali possono essere significativi.
Nella ricerca si stanno aprendo prospettive interessanti grazie alla profilazione molecolare dei tumori. L’identificazione di specifiche mutazioni consente a sottogruppi selezionati di pazienti di accedere a terapie a bersaglio molecolare più precise e mirate. L’immunoterapia non ha finora dato prove di efficacia in questa neoplasia a causa delle capacità immunosoppressive del microambiente tumorale. Si stanno anche provando nuovi approcci combinati con anticorpi monoclonali e inibitori dei checkpoint immunitari, insieme alla chemioterapia o alla radioterapia.
Sono però le terapie neoadiuvanti, ovvero i trattamenti farmacologici somministrati prima dell’intervento chirurgico, con l’obiettivo di ridurre la massa tumorale e aumentare la possibilità di resezione completa a ricevere oggi maggiore attenzione, dato che sembrano migliorare la sopravvivenza a lungo termine.
Nonostante siano stati fatti alcuni piccoli passi avanti nella diagnostica e nella terapia, la prognosi del tumore al pancreas rimane non positiva. In questa giornata è quindi importante ricordare che, dove ancora non arriva l’innovazione scientifica, serve più che mai una consapevolezza collettiva affinché contro questo tipo di tumore si scoprano nuovi metodi più efficaci di diagnosi e cura. Inoltre, è fondamentale conoscere i fattori di rischio modificabili e potenziare la prevenzione primaria.
Il cancro del pancreas si sviluppa quando alcune cellule della ghiandola cominciano a moltiplicarsi in modo incontrollato. Esistono vari tipi istologici, ma il più comune è l’adenocarcinoma duttale del pancreas.
Il problema principale è che nei suoi stadi iniziali il tumore al pancreas spesso non dà sintomi specifici. Quando compaiono, i sintomi del carcinoma pancreatico possono includere:
Tuttavia, molti di questi segni sono aspecifici e possono dipendere da altre condizioni, per cui alla comparsa di tali segnali è importante consultare un medico.
Ci sono fattori non modificabili e modificabili:
Modificabili: il fumo di sigaretta, l’obesità, la sindrome metabolica, la pancreatite cronica, alcune lesioni cistiche pancreatiche e e un’alimentazione ricca di grassi e proteine animali possono aumentare il rischio di tumore del pancreas.
Non esiste attualmente un esame di screening affidabile per la popolazione generale che identifichi precocemente questo tumore e i sintomi, quando compaiono, sono spesso generici (dolore addominale, stanchezza, perdita di peso), e possono essere attribuiti a molte altre patologie, ritardando la diagnosi.
Quando il medico sospetta un tumore del pancreas, possono essere attivati vari esami:
La prognosi dipende da diversi fattori: lo stadio al momento della diagnosi (se localizzato e rimovibile o se già metastatico), lo stato di salute generale del paziente, le opzioni terapeutiche disponibili. Dal momento che molti casi vengono diagnosticati in stadio avanzato, la sopravvivenza a 5 anni è ancora piuttosto bassa, ma le possibilità di cura migliorano significativamente in caso di diagnosi precoce.
Le opzioni principali sono:
Sofia Corradin