Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2026
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I residui di pesticidi in alcuni alimenti, in particolare vegetali, potrebbero aumentare il rischio di cancro, ma il livello di rischio dipende dal tipo di sostanze utilizzate, dalle dosi e dall’eventuale compresenza di altri composti. Ecco cosa sappiamo e alcune indicazioni per limitare questo fattore di rischio.
I pesticidi sono sostanze utilizzate principalmente in agricoltura per migliorare la produzione agricola e preservare la qualità degli alimenti proteggendo le colture da insetti, funghi, erbe infestanti e altri organismi dannosi. Comprendono quindi prodotti come insetticidi, fungicidi ed erbicidi.
Ad aprile 2026 su alcuni media italiani e internazionali sono apparsi titoli e contenuti allarmanti sul fatto che mangiare frutta e verdura aumenterebbe il rischio di tumore al polmone. La fonte era un’analisi presentata al congresso annuale dell’American Association for Cancer Research da ricercatori del USC Norris Comprehensive Cancer Center, nell’ambito del progetto Epidemiology of Young Lung Cancer (YLC). Nello studio erano stati esaminati i casi di 187 pazienti (di cui oltre l’80% donne) che avevano ricevuto una diagnosi di tumore al polmone prima dei 50 anni, in larga parte non fumatori. Di questi, 166 avevano compilato questionari validati sulla dieta seguita.
Questi pazienti giovani con tumore al polmone mostravano di avere seguito, in media, una dieta di qualità superiore a quella della popolazione generale statunitense, con un maggiore consumo di verdure, frutta e cereali integrali. La correlazione osservata implicherebbe che un maggiore consumo di frutta e verdura corrisponda a una maggiore esposizione a pesticidi, che a loro volta potrebbero essere all’origine del tumore al polmone. Tuttavia, il nesso di causa ed effetto non è dimostrato, tanto più che nello studio non sono stati misurati biomarcatori diretti di esposizione ai pesticidi. Gli stessi ricercatori hanno precisato esplicitamente che serviranno ulteriori indagini, in popolazioni molto più ampie, per confermare o smentire l’eventuale rapporto tra l’assunzione di alimenti contaminati da pesticidi e il tumore al polmone.
Pochi giorni dopo, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, alcuni ricercatori del Vall d’Hebron Institute of Oncology di Barcellona hanno approfondito l’epidemiologia del tumore colorettale a insorgenza precoce (EOCRC), un cancro del colon o del retto diagnosticato in persone con meno di 50 anni. In circa 9 casi su 10 il tumore del colon-retto colpisce persone al di sopra di questa fascia d’età, ma negli ultimi anni stanno aumentando i casi in età giovanile.
Il gruppo di ricerca ha adottato un approccio innovativo, partendo dal presupposto che alcune esposizioni chimiche lascino tracce stabili a livello epigenetico, ovvero sulle molecole che si trovano sulla “superficie” del DNA e regolano l’accesso a questa molecola. I ricercatori hanno analizzato le “firme” epigenetiche sul DNA delle cellule tumorali e i dati di incidenza di questo tipo di tumore in 94 contee degli Stati Uniti nell’arco di 21 anni. Ne è emersa un’associazione statisticamente significativa tra un erbicida, il picloram, e l’insorgenza di questo tipo di cancro. L’associazione è risultata, peraltro, confermata anche considerando altri fattori di rischio per questo tipo di tumore, tra cui le condizioni socioeconomiche e l’uso, in tali aree, di altri pesticidi. I risultati ottenuti non sono una prova di causalità diretta, ma un segnale che giustifica ulteriori indagini sperimentali sulle possibili attività biologiche del picloram e dei suoi residui sulle cellule del colon.
Il picloram è ampiamente usato in agricoltura, soprattutto su pascoli e terreni coltivati a cereali in molti Paesi del mondo. In Europa il suo impiego è oggi limitato e soggetto a rigorosi controlli sui residui. In una rivalutazione effettuata nel 2024 dall’Autorità europea sulla sicurezza alimentare (EFSA), sui livelli massimi di residuo in miele e prodotti di origine animale, gli esperti hanno concluso che l’esposizione alimentare stimata, alle condizioni d’uso autorizzate, è improbabile che rappresenti un rischio per la salute dei consumatori.
Per capire dove si collocano i nuovi dati, è necessario fare un passo indietro e spiegare come funziona la valutazione scientifica del rischio di cancro di tutte le sostanze e agenti potenzialmente cancerogeni, tra cui i pesticidi.
Gli esperti dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), un ente che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), classificano le diverse sostanze in 4 gruppi:
Il criterio usato per classificare una sostanza in uno dei gruppi è la solidità delle evidenze scientifiche riguardanti la cancerogenicità della sostanza. Se le evidenze sono robuste oltre ragionevole dubbio, come per esempio nel caso del fumo di sigaretta, le sostanze rientrano nel gruppo 1 dei certamente cancerogeni. Quando invece le evidenze sono un po’ meno solide, o gli studi meno rigorosi, le sostanze sono inserite nei gruppi 2A dei probabili cancerogeni (come per la carne rossa) o 2B dei possibili cancerogeni (come per il cloroformio). Se le evidenze sono inadeguate o gli studi non rigorosi o del tutto inesistenti, il gruppo di destinazione è il 3, in cui rientrano tutte le sostanze valutate e a oggi non classificabili come cancerogene, tra cui per esempio il tè e il caffè.
La valutazione della IARC, dunque, permette di stabilire con quale grado di certezza è dimostrata o meno la cancerogenicità di una sostanza. Non entra invece nel merito di quanto una sostanza o un agente cancerogeno siano potenti, ovvero delle dosi o della durata delle esposizioni necessarie a provocare un cancro. Questa fondamentale distinzione è spesso fonte di fraintendimenti nella comunicazione.
Tra i pesticidi, una delle sostanze più discusse negli ultimi anni è il glifosato, l’erbicida più usato al mondo. Nel 2015, la IARC lo ha classificato nel gruppo 2A sulla base di evidenze limitate di cancerogenicità per gli esseri umani, ma sufficienti per gli animali da laboratorio. Si tratterebbe di un possibile fattore di rischio per il linfoma non-Hodgkin nei lavoratori agricoli esposti.
Nella stessa sessione in cui la IARC ha classificato il glifosato sono stati valutati altri 4 pesticidi organofosforici: in base alla solidità delle prove raccolte, il malatione e il diazinone erano finiti anch’essi nel gruppo 2A, mentre il tetraclorvinfos e il paratione erano stati collocati nel gruppo 2B.
Il picloram non è stato finora oggetto di una valutazione formale da parte della IARC e non rientra quindi ancora in nessuna delle categorie di cancerogenicità. La ricerca che ha fatto emergere il suo possibile collegamento con il cancro del colon-retto è un segnale nuovo, che apre la strada a una futura valutazione da parte degli esperti.
Oltre alle osservazioni epidemiologiche, di esposizioni e casi nelle popolazioni, capire perché certi pesticidi potrebbero favorire la cancerogenesi richiede di guardare anche ai meccanismi molecolari.
Le vie principali indagate nella ricerca sul picloram sono 3:
La classificazione della IARC è per singola sostanza o agente. Tuttavia, potrebbe essere più pericolosa la compresenza di singole sostanze ciascuna a dosi al di sotto di soglie di pericolosità. Nel caso dei pesticidi, la ricerca sta osservando con crescente attenzione il cosiddetto effetto multiresiduo, cioè la presenza contemporanea di più residui di pesticidi nello stesso alimento. Ciascun residuo può essere presente entro i limiti massimi di legge, stabiliti entro le quantità che, singolarmente, in base ai dati disponibili dovrebbero essere sicure. La valutazione dell’effetto combinato di queste esposizioni multiple resta una delle principali aree di incertezza scientifica.
Il sistema europeo di controllo sui residui di pesticidi è tra i più rigorosi al mondo. Infatti, il Regolamento (CE) n. 396/2005 stabilisce livelli massimi di residui per ogni sostanza attiva e per ciascuna categoria alimentare, mentre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) pubblica annualmente i dati dei monitoraggi effettuati dagli Stati membri.
L’ultimo rapporto EFSA, pubblicato a maggio 2026 e basato sui dati raccolti nel 2024, mostra i risultati del programma europeo EU MACP, che esamina annualmente un ampio paniere di prodotti alimentari e offre quindi l’immagine più rappresentativa del mercato europeo. I ricercatori hanno esaminato oltre 9.800 campioni di alimenti di largo consumo, tra cui meloni, peperoni, uva da tavola, broccoli, banane, olio d’oliva, grano e uova. Il tasso di non conformità era inferiore al 2%, ovvero il 98,8% dei campioni è risultato conforme alla normativa europea. Lo stesso è stato rilevato nel caso delle procedure di campionamento nazionali, che hanno considerato oltre 86.000 campioni.
Il dato più interessante, tuttavia, riguarda il possibile effetto multiresiduo: più della metà dei campioni del programma UE conteneva uno o più residui, pur restando nei limiti di sicurezza fissati per ciascuna sostanza. Questo significa che i consumatori sono spesso esposti non a un singolo pesticida, ma a miscele di composti. Tuttavia, l’EFSA ha ribadito che il rischio legato all’alimentazione stimato per la salute umana resta complessivamente basso.
Un ulteriore elemento è emerso dai controlli sulle importazioni extra-UE, su quasi 40.000 campioni. Nei campioni sottoposti a controlli rafforzati alle frontiere, il tasso di non conformità sale al 3,6%, quindi è significativamente superiore rispetto a quello dei prodotti già presenti nel mercato europeo. Questo suggerisce che una parte rilevante dell’esposizione ai residui più problematici potrebbe derivare da filiere di importazione da Paesi con standard normativi differenti.
Le evidenze a favore del consumo di vegetali per la prevenzione oncologica, in particolare di alcuni tipi di tumore, sono robuste e accumulate in decenni di studi epidemiologici su milioni di individui. Ciò che emerge è che occorre fare attenzione ai molteplici residui di pesticidi che si possono trovare sui vegetali. Mentre la ricerca e i sistemi di controllo fanno progressi, può essere utile seguire qualche semplice accortezza:
Scegliere prodotti biologici può ridurre l’esposizione ai pesticidi di sintesi, ma non esistono prove conclusive che ciò si traduca direttamente in una riduzione del rischio oncologico. La ragione può risiedere nel fatto che, quando i pesticidi sono ridotti o assenti, i vegetali aumentano la produzione di tossine e veleni endogeni, come i terpeni e gli alcaloidi, con cui si difendono da insetti e altri animali.
I pesticidi sono sostanze utilizzate per migliorare la produzione agricola e preservare la qualità degli alimenti proteggendo le colture da organismi dannosi come insetti e piante infestanti.
Alcuni pesticidi sono classificati dalla IARC come probabilmente cancerogeni per gli esseri umani (gruppo 2A), ma nessuno è classificato come cancerogeno certo (gruppo 1) in seguito a esposizione alimentare. Secondo uno studio recente, l’erbicida picloram potrebbe essere un fattore di rischio per il tumore del colon-retto a insorgenza precoce, ma le evidenze disponibili non dimostrano un rapporto di causa ed effetto per l’esposizione alimentare. Sono necessari ulteriori studi per chiarire il ruolo dei pesticidi nello sviluppo dei tumori.
La maggior parte dei pesticidi ha effetti neurotossici, per cui i rischi maggiori sono di tipo neurologico e si presentano nelle persone che sono spesso a contatto con queste sostanze per motivi professionali. Per la popolazione generale l’esposizione attraverso gli alimenti è monitorata da rigorosi controlli.
Per ridurre l’esposizione ai pesticidi nella frutta e nella verdura è consigliabile lavare accuratamente gli alimenti sotto acqua corrente, sbucciarli quando possibile e variare la propria alimentazione scegliendo prodotti stagionali, locali e provenienti da filiere tracciate. Anche i prodotti biologici possono ridurre l’esposizione ai pesticidi di sintesi, ma non esistono prove conclusive che ciò comporti una riduzione diretta del rischio di tumore.
Rachele Mazzaracca