È vero che, sulla base del China Study, ci sono prove scientifiche a sostegno di una dieta vegana per ridurre il rischio di cancro?

No. Il cosiddetto China Study è stato ritenuto inattendibile dalla comunità scientifica e non vi sono evidenze scientifiche del fatto che eliminare totalmente le proteine e i prodotti di origine animale serva a ridurre il rischio di cancro.

Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2026

Tempo di lettura: 11 minuti

In sintesi

  • Il cosiddetto China Study è un ampio studio epidemiologico di dubbia qualità scientifica e basso rigore metodologico, svolto negli anni Ottanta nella popolazione cinese, per verificare l’eventuale esistenza di un nesso tra determinati alimenti e lo sviluppo di malattie cardiovascolari e cancro.
  • Nello studio sono stati considerati 367 tipi di dati e analizzati oltre 000 possibili correlazioni fra questi dati e la salute della popolazione. Il numero di correlazioni studiate è stato però considerato eccessivo dagli esperti di statistica, dato che la numerosità delle singole correlazioni, da un lato, e la bassa potenza statistica di ciascuna di esse non permettono di dimostrare alcunché.
  • Colin Campbell, l’autore del China Study, ha pubblicato i risultati in un libro e non in riviste scientifiche i cui articoli sono sottoposti a valutazione tramite il metodo internazionale di peer review.
  • Il testo afferma, fra le altre cose, che la caseina, una proteina contenuta nel latte, sarebbe un potente fertilizzante per il cancro. Fra caseina e sviluppo di tumori effettivamente esiste una relazione, che è tuttavia analoga a quella fra il cancro e altre proteine, anche di origine vegetale. In sostanza, non importa da dove proviene una proteina, ma qual è il suo effetto nell’organismo.
  • Sulla base degli studi sulla caseina, Campbell auspica l’abolizione totale di qualsiasi proteina animale e grasso animale nella dieta, in assenza tuttavia di dimostrazioni scientifiche.
  • Il China Study mescola indicazioni corrette e dati affidabili, come quelli sulla relazione tra consumo di carne rossa e il rischio di sviluppo di alcuni tumori, con altri non sostenuti da osservazioni scientifiche Anche per questa ragione viene considerato uno studio poco attendibile e inaffidabile.

I risultati del China Study sono stati portati all’attenzione del grande pubblico soprattutto con la pubblicazione, nel 2005, del libro “The China Study” di T. Colin Campbell, diventato rapidamente un caso editoriale internazionale. Nel libro si parla di alcune cosiddette “malattie dell’abbondanza”, tra cui infarto, ictus, ipertensione, diabete, osteoporosi, oltre ad alcuni tipi di tumori, in particolare quello della mammella, della prostata e del polmone. Si tratta di patologie che nell’ultimo secolo sono diventate sempre più frequenti nei Paesi occidentali, ma non solo. Il tumore del polmone è, per esempio, molto diffuso in Cina. Si tratta anche di malattie che sono legate agli stili di vita, in particolare all’alimentazione. Tra i principali alimenti sotto accusa figurano la carne rossa, i latticini e i grassi di origine animale, che secondo gli autori contribuirebbero, tra le altre cose, a uno sviluppo puberale più precoce e quindi a una più lunga esposizione agli ormoni prodotti dall’organismo. Tale esposizione prolungata sarebbe dagli autori considerata uno dei fattori di rischio che può influenzare l’insorgenza di alcuni tumori dipendenti dagli ormoni, come quelli di seno e prostata.

Un libro controverso

Il libro in questione ha messo in relazione il consumo di alimenti di origine animale con la maggiore incidenza del tumore al seno nei Paesi occidentali rispetto alla Cina. In effetti, negli anni in cui è stato condotto lo studio, l’incidenza di questo tipo di tumore era significativamente più bassa nelle aree rurali cinesi rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, tali differenze possono dipendere anche da altri fattori, come gli stili di vita, il numero di figli, l’età della prima gravidanza, fare regolarmente attività fisica e la durata dell’allattamento, oltre che dal tipo di alimentazione che dovrebbe essere il più possibile varia ed equilibrata. L’ipotesi che una dieta ricca di alimenti vegetali possa contribuire alla prevenzione di alcune malattie croniche non nasce comunque con il China Study ed è stata valutata anche in numerosi studi epidemiologici più seri e affidabili. Tra questi vi è lo studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), uno dei più ampi progetti di ricerca sul rapporto tra alimentazione e tumori condotto in Europa. Inoltre, già negli anni Ottanta i responsabili dell’Oxford Vegetarian Study avevano indagato le differenze, in termini di salute, tra persone che seguivano una dieta vegetariana e chi consumava regolarmente carne. Anche l’American Cancer Society ha sottolineato che regimi alimentari ricchi di alimenti vegetali portano benefici per la salute, ma precisa che non è ancora del tutto chiaro se una dieta completamente vegetariana offra vantaggi specifici e maggiori rispetto a una dieta varia ed equilibrata che includa quantità moderate di carne. In un’analisi pubblicata nel 2022 sulla rivista BMC Medicine, basata sui dati della UK Biobank che conta oltre 450mila partecipanti, gli autori hanno osservato che il rischio complessivo di sviluppare un tumore risultava circa il 14% più basso nei vegetariani rispetto a chi consumava regolarmente carne. Tuttavia, gli autori hanno sottolineato che le differenze osservate non possono essere attribuite con certezza alla sola dieta e che i risultati variano a seconda del tipo di tumore. Molti ricercatori autorevoli ritengono che le conclusioni del China Study non possano essere considerate attendibili, in quanto molte delle informazioni presenti nel libro non derivano da singoli articoli scientifici sottoposti a peer-review, ma da analisi dei dati epidemiologici fatte dall’autore senza seguire alcun metodo scientifico, durante la stesura del suo libro. Ciò nonostante, il libro è stato citato frequentemente nel dibattito pubblico sull’alimentazione e talvolta presentato come una prova degli effetti benefici del seguire una dieta vegana. Alcuni esperti hanno però osservato che l’eliminazione completa degli alimenti di origine animale può risultare eccessivamente restrittiva e dare origine a gravi carenze se non viene pianificata con attenzione. Molti studi indicano, peraltro, che la dieta mediterranea, che include anche carne bianca, pesce, latticini e altri alimenti di origine animale, è considerato uno dei regimi alimentari di riferimento per restare in salute e ridurre il rischio di ammalarsi. In Italia il libro ha avuto una grande visibilità dopo essere stato citato in una trasmissione televisiva in cui veniva presentata l’idea che una dieta vegana potesse curare il cancro. Si tratta però di un’affermazione priva di basi scientifiche poiché allo stato attuale non esistono prove che una dieta, da sola, possa curare un tumore.

Carne, pesce e latticini

Uno dei punti più discussi del China Study riguarda l’ipotesi che consumare, anche in quantità moderata, proteine e grassi di origine animale possa aumentare in modo significativo il rischio di sviluppare diverse malattie croniche. Tuttavia, secondo molti esperti questa interpretazione non è sostenuta da prove sufficientemente solide perché i risultati della maggior parte degli studi epidemiologici pubblicati negli ultimi decenni su questo tema mostrano un quadro molto più complesso. Non esistono infatti alimenti che da soli permettano di prevenire o curare il cancro o altre patologie. Le analisi più aggiornate sul rapporto tra alimentazione e tumori sono state raccolte in un rapporto del World Cancer Research Fund (WCRF), pubblicato nel 2018, in cui gli esperti hanno esaminato centinaia di studi scientifici sul ruolo di carne, pesce e latticini nello sviluppo dei tumori. Il documento conclude che un consumo elevato di carne rossa e soprattutto di carne lavorata è associato a un aumento del rischio di sviluppare diversi tipi di tumori, soprattutto quello del colon-retto. Per questo motivo le linee guida internazionali raccomandano di limitare il consumo di carne rossa e di evitare, quando possibile, gli insaccati e altri prodotti trasformati. Per quanto riguarda latte e latticini, diversi studi suggeriscono che questi alimenti possano ridurre il rischio di sviluppare un tumore del colon-retto, probabilmente perché contengono calcio e altri nutrienti. Per questo motivo non esistono indicazioni specifiche a limitarne il consumo nella popolazione generale, purché inseriti in una dieta varia ed equilibrata. Va comunque ricordato che molti dati disponibili derivano da ricerche condotte soprattutto in popolazioni occidentali, caratterizzate da abitudini alimentari e stili di vita diversi rispetto a quelli degli abitanti dell’Asia orientale. Tali differenze possono infatti influenzare i risultati delle analisi epidemiologiche e rendere più difficile il confronto tra diverse popolazioni. Un esempio interessante proviene dai risultati, pubblicati nel 2022 sulla rivista BMC Medicine, di uno studio i cui autori hanno analizzato i dati di oltre 500.000 adulti cinesi seguiti per circa 11 anni. In questa popolazione – che tradizionalmente consuma quantità molto ridotte di latticini – un maggiore consumo di latte e derivati è risultato associato a un aumento del rischio complessivo di cancro, e in particolare di tumore del fegato e di tumore al seno nelle donne. Gli stessi autori hanno però sottolineato che si tratta di associazioni statistiche e che i dati disponibili non consentono di dimostrare un rapporto di causa ed effetto diretto tra il consumo dei latticini e lo sviluppo dei tumori. Nel complesso, le evidenze scientifiche suggeriscono quindi che il rischio di cancro dipende non da un singolo alimento, ma dall’insieme delle abitudini alimentari e dallo stile di vita in generale. Seguire un’alimentazione basata principalmente sul consumo di frutta, verdura, legumi e cereali integrali, con quantità moderate di alimenti di origine animale, è generalmente associato a migliori risultati di salute. Un esempio è rappresentato dal cosiddetto piatto sano, con cui alcuni nutrizionisti ed epidemiologi propongono da tempo di bilanciare correttamente le diverse categorie di alimenti all’interno di ogni pasto quotidiano.

Perché la comunità scientifica considera il China study inaffidabile

Vi sono diverse ragioni per cui molti scienziati ed esperti autorevoli considerano poco solide le conclusioni del China Study, almeno così come sono presentate nel libro pubblicato nel 2005. La principale riguarda il metodo non scientifico utilizzato per collegare le possibili cause con gli effetti osservati. È importante ricordare che il rapporto tra un fattore e una malattia può essere facilmente interpretato in maniera errata e fuorviante se non si tengono in considerazione tutti i possibili fattori confondenti, cioè elementi che possono influenzare contemporaneamente le variabili analizzate. Negli studi epidemiologici più rigorosi, queste possibili distorsioni vengono valutate con attenzione tramite specifiche analisi statistiche che servono proprio a distinguere tra semplici correlazioni e veri e propri rapporti di causa-effetto. Inoltre, il processo di revisione tra pari (peer-review) a cui sono sottoposti gli articoli scientifici prima della pubblicazione sulle riviste autorevoli può mettere in luce eventuali ulteriori errori e limiti degli studi, scoraggiando la pubblicazione stessa di dati inattendibili. Nel caso del China Study molti ricercatori hanno osservato che nel libro vengono presentate numerose associazioni statistiche tra consumo di alimenti e malattie, senza che siano analizzati in modo adeguato, rigoroso e approfondito tutti i fattori che potrebbero spiegare tali correlazioni. Per comprendere meglio il problema, può essere utile un esempio semplice. Se si confrontasse il numero di decessi con il numero di persone presenti in un determinato luogo, si potrebbe osservare che in un ospedale muoiono più persone che in una strada qualsiasi. Da questa osservazione si potrebbe dedurre che l’ospedale sia un luogo più pericoloso della strada. In realtà si tratta di una correlazione fuorviante, perché non tiene conto del contesto: in ospedale si recano soprattutto persone malate o in condizioni gravi, mentre per strada passano individui di ogni età e stato di salute. Secondo molti esperti, alcune delle associazioni presentate nel China Study possono essere interpretate proprio come correlazioni di questo tipo, dato che, per l’inadeguatezza e la mancanza di rigore delle analisi, non sono di per sé in grado di dimostrare alcuna relazione di causa ed effetto tra il consumo di specifici alimenti di origine animale e lo sviluppo di determinate malattie croniche. Per stabilire con minore incertezza relazioni di causa ed effetto sono necessari ampi studi prospettici, nonché analisi rigorose che tengano conto dei molteplici fattori dello stile di vita e, inoltre, una valutazione complessiva e approfondita dei diversi regimi alimentari seguiti dalle persone coinvolte. Progetti epidemiologici più recenti, ampi, seri e attendibili come lo studio EPIC, hanno mostrato che il rischio di sviluppare un tumore dipende da molti fattori combinati, tra cui l’alimentazione, l’attività fisica, il peso corporeo, il consumo di alcol e il fumo di sigaretta, oltre all’esposizione a fattori di rischio ambientali e occupazionali. Per questo motivo la maggior parte degli esperti ritiene che non sia corretto attribuire il rischio di cancro a singoli alimenti isolati, ma che sia più utile valutare l’effetto complessivo delle abitudini alimentari nel loro insieme, come suggerito anche dal Codice europeo contro il cancro.

Leggi anche

La caseina è da eliminare?

Uno degli esempi più citati nel dibattito sul China Study riguarda la caseina, la principale proteina del latte presente anche in molti formaggi. Sulla base dei dati epidemiologici raccolti in Cina – dove il consumo di latticini è tradizionalmente molto basso – Campbell ha ipotizzato che gli alimenti derivati dal latte possano avere un ruolo nello sviluppo di alcune malattie, compresi i tumori. A sostegno di questa ipotesi l’autore ha citato anche esperimenti condotti in animali di laboratorio, nei quali la riduzione della caseina nella dieta di ratti con tumori era associata a una diminuzione della crescita tumorale. Tali risultati, tuttavia, non costituiscono una prova definitiva, anche perché le dosi di caseina date agli animali possono essere diverse da quelle assunte in una dieta umana. Inoltre, gli animali sono diversi dagli esseri umani e anche i meccanismi biologici possono essere differenti. I risultati di studi successivi e analisi più approfondite hanno infatti mostrato che i meccanismi biologici legati alle proteine alimentari sono più complessi. Già alla fine degli anni Ottanta alcuni ricercatori avevano osservato che effetti simili potevano essere ottenuti anche con altre proteine, per esempio quelle del grano, quando la dieta veniva integrata con lisina, uno degli amminoacidi essenziali che l’organismo umano deve assumere con l’alimentazione. Ciò suggerisce che il fenomeno osservato negli esperimenti citati da Campbell non dipenda necessariamente dalla caseina in sé, ma più in generale dal metabolismo delle proteine e degli amminoacidi. Nelle diete occidentali la lisina e gli altri amminoacidi essenziali sono normalmente presenti in quantità adeguate grazie alla varietà degli alimenti consumati. Per questo motivo la maggior parte degli esperti ritiene che eliminare completamente i latticini sulla base di questi dati non sia giustificato. Al contrario, latte e derivati rappresentano per molte persone una fonte importante di proteine, calcio e altri nutrienti utili all’organismo, purché consumati nelle quantità appropriate all’interno di un’alimentazione varia ed equilibrata. Inoltre, i risultati di alcuni studi hanno individuato nel siero di latte particolari componenti proteiche che potrebbero avere effetti biologici potenzialmente protettivi, anche se si tratta di risultati preliminari che richiedono ulteriori conferme. Tutto ciò dimostra quanto sia difficile attribuire a un singolo alimento o nutriente un effetto semplice e diretto contro il rischio di sviluppare diversi tipi di tumore. Va anche ricordato che i risultati ottenuti negli esperimenti con animali di laboratorio non sono mai trasferibili direttamente agli esseri umani. Le condizioni sperimentali, infatti, prevedono spesso diete molto controllate e sbilanciate, molto diverse da quelle che caratterizzano la normale alimentazione delle persone. Anche per questo motivo la ricerca nutrizionale si basa soprattutto su grandi studi epidemiologici condotti su popolazioni umane e su analisi complessive dei regimi alimentari.

Troppi dati e troppe correlazioni

Un’altra critica frequentemente rivolta al China Study riguarda il metodo utilizzato per analizzare i dati raccolti. Nello studio è stato preso in considerazione un numero molto elevato di variabili – oltre 350 indicatori relativi a dieta, stile di vita e salute – da cui sono state ricavate migliaia di possibili correlazioni statistiche. Quando si analizza un numero così ampio di relazioni tra variabili, aumenta inevitabilmente la probabilità di trovare associazioni casuali dietro le quali non c’è alcun rapporto di causa ed effetto. Si tratta di un problema noto dagli epidemiologi, che per questo applicano metodi statistici rigorosi ed effettuano analisi di controllo, per scartare le correlazioni che sembrano significative ma che in realtà dipendono da altri fattori non considerati. Per questo motivo, negli studi più avanzati i risultati vengono valutati con metodi statistici complessi e verificati in diverse popolazioni, in modo da ridurre il rischio di interpretazioni fuorvianti. Nel corso degli anni diversi ricercatori e analisti indipendenti hanno riesaminato i dati pubblici del China Study, arrivando spesso a conclusioni differenti rispetto a quelle presentate nel libro. Alcune analisi hanno mostrato che molte delle relazioni citate da Campbell non sono statisticamente robuste quando vengono considerate tutte le variabili disponibili. Più in generale, la maggior parte degli esperti concorda sul fatto che sia riduttivo trarre conclusioni generali sull’alimentazione a partire dall’analisi isolata su un singolo nutriente o una singola proteina. Le evidenze scientifiche più solide indicano che la salute, per quanto riguarda i fattori di rischio modificabili, dipende da comportamenti e abitudini di vita, tra cui quelle alimentari nel loro complesso. Per quanto riguarda la dieta, dunque, gli effetti sembrano essere dovuti all’equilibrio tra i diversi alimenti consumati, come frutta, verdura, cereali integrali, legumi e fonti proteiche animali o vegetali. Tale approccio è infatti alla base delle principali raccomandazioni nutrizionali per la prevenzione dei tumori, che invitano a seguire una dieta varia ed equilibrata, ricca di alimenti vegetali e con un consumo moderato di prodotti di origine animale, in linea con regimi alimentari come la dieta mediterranea o con le indicazioni del piatto sano.

In conclusione

Tenendo conto dei risultati descritti nello studio di Campbell e dei più attendibili dati oggi disponibili nella letteratura scientifica, si arriva alla conclusione che è possibile scegliere di diventare vegani, ma al momento non vi sono prove che ciò sia utile o benefico dal punto di vista della salute e per la prevenzione del cancro.

Rimane il fatto che i risultati di ricerche epidemiologiche più autorevoli e attendibili del China Study hanno dimostrato che una riduzione delle proteine e dei grassi animali diminuisce il rischio di sviluppare tumori, all'interno però di una dieta varia ed equilibrata che comprenda anche latte o latticini, uova e pesce. Anche un consumo saltuario di carne è compatibile con una nutrizione equilibrata, ma è sempre necessario prestare attenzione alla qualità dei prodotti consumati e al tipo di lavorazione, preparazione e cottura al quale sono sottoposti.

Autore originale: Agenzia ZOE

Revisione di Fabio Di Todaro in data 25/09/2026

  • Agenzia Zoe

    Agenzia di informazione medica e scientifica