Ultimo aggiornamento: 26 marzo 2026

Tutte le informazioni che servono per decidere di limitare i rischi del fumo per la salute, soprattutto tra i più giovani.
A poco più di un mese dal lancio sono già più di 34.000 le persone che hanno firmato a favore della campagna “5 euro contro il fumo”, che propone di aumentare di 5 euro il prezzo di prodotti da fumo e da inalazione di nicotina, come le sigarette elettroniche che la contengono. L’obiettivo della misura è disincentivare il più possibile a fumare, migliorando così la salute di tutti. Inoltre, questa iniziativa di sanità pubblica consentirà di reperire risorse per il Servizio sanitario nazionale.
Se si arriverà a 50.000 firme, la proposta di legge raggiungerà, infatti, il numero minimo sufficiente perché la proposta possa essere presentata al Parlamento, che successivamente dovrà discutere il disegno di legge. Di seguito puoi trovare le principali motivazioni che hanno spinto AIRC a portare avanti l’iniziativa in collaborazione con l’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), la Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM.
Il fumo rimane la prima causa evitabile di morte per cancro e un grave fattore di rischio per patologie cardiovascolari e respiratorie. Nel nostro Paese, quasi una persona su 4 fuma e le conseguenze dirette di questa abitudine causano ogni anno circa 93.000 decessi, a cui si aggiungono quelli legati al fumo passivo.
L’esperienza di altri Paesi mostra che aumentare il prezzo dei prodotti per fumare è efficace per disincentivare questo comportamento. In Francia, il costo delle sigarette è progressivamente aumentato negli ultimi 8 anni fino a duplicare, arrivando a circa 13 euro a pacchetto. Nello stesso periodo, la percentuale di persone che fumano si è ridotta di quasi il 10%: ora si tratta di circa il 18% della popolazione.
In Italia, il numero di persone che fumano è in linea alla media europea, ma il costo delle sigarette è inferiore. L’aumento di prezzo proposto dalla campagna porterebbe a un prezzo medio di circa 10 euro per un pacchetto di 20 sigarette. Con questa cifra, le persone meno abbienti, che tendono a fumare di più, potrebbero essere disincentivate dall’iniziare questa abitudine o dal continuarla. In particolare, la misura è pensata per distogliere dal fumo i giovani, che in genere non hanno un reddito proprio e avrebbero maggiori difficoltà ad acquistare i prodotti da fumo. A differenza di quanto farebbe un divieto, un aumento dei costi può ridurre il numero di fumatori e fumatrici senza deresponsabilizzare le persone e limitare la loro libertà.
La proposta coinvolge anche le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato per limitare la loro diffusione in continua crescita, soprattutto tra ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni. Anche se spesso vengono percepiti e pubblicizzati come più salutari dei prodotti tradizionali, le alternative al tabacco sono infatti un serio rischio per la salute. Creano dipendenza e promuovono lo sviluppo di problemi respiratori sia per chi le consuma in prima persona, sia per chi si trova in prossimità e ne respira il vapore. Non sono nemmeno efficaci per smettere di fumare: anzi, facilitano l’inizio dell’abitudine e il passaggio alle sigarette tradizionali.
Non ci sono prove di correlazione inevitabile tra aumento delle accise e commercio illecito. Infatti, il contrabbando è legato a vari fattori: esistono casi in cui all’aumento dei prezzi è aumentata, in misura contenuta, anche la vendita illegale e altri casi in cui ciò non è accaduto.
Secondo la proposta di legge di iniziativa popolare, queste entrate dovrebbero essere destinate al Servizio sanitario nazionale. Secondo la proposta, il Ministero dell’economia e delle finanze dovrebbe realizzare ogni anno una relazione in cui dovrebbe specificare la quota derivante da queste accise e il loro impiego ai fini del finanziamento delle attività di prevenzione, cura e ricerca sanitaria. Tale misura potrebbe quindi alleviare, a vantaggio di tutta la popolazione, le pesanti spese dirette e indirette che il fumo comporta per il Servizio sanitario nazionale, attorno ai 26 miliardi di euro all’anno.
Gli enti che sostengono la campagna sanno che aumentare i costi del fumo non è l’unica soluzione per ridurre il numero di fumatrici e fumatori. Si tratta però di un’iniziativa efficace e semplice da attuare, che si inserisce in un disegno più ampio già in atto nel nostro Paese, che include la promozione di percorsi di assistenza per chi vuole smettere e di campagne di informazione sul tema, e la limitazione della pubblicità e del marketing delle sigarette. Infine, se la campagna riuscirà a raggiungere il numero di firme sufficienti, la popolazione darebbe un segnale sull’importanza della prevenzione e potrebbe incentivare lo sviluppo nuove proposte, per esempio, per limitare altre dipendenze e ridurre l’inquinamento.
L’inquinamento atmosferico è responsabile di circa l’1% dei casi di cancro in Europa, mentre il fumo provoca molti più casi di tumore, e in particolare l’85-90% di quelli al polmone. Ma anche se esistono altri fattori oncologici significativi, come gli alcolici, il tabacco provoca più decessi di alcol, AIDS, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme, per cui rappresenta la più grande minaccia per la salute in assoluto.
In ogni caso, una proposta di legge di iniziativa popolare richiede un grande consenso all’interno del Parlamento per essere approvata, per cui è più efficace concentrarsi su un’unica tematica. Non escludiamo, comunque, che in futuro si possano affrontare altri temi.
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Camilla Fiz