5 cose da sapere sull’Alzheimer

Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2026

Tempo di lettura: 17 minuti

Chi colpisce, come evolve, quali sono i sintomi, come si diagnostica, quali sono oggi le prospettive per i pazienti e a che punto è la ricerca.

La malattia di Alzheimer, o morbo di Alzheimer, è la più comune forma di demenza. Purtroppo, siamo ancora lontani dal poterla prevenire, diagnosticare con precisione e curare. Non è rara e, anzi, diventerà ancora più comune con l’invecchiamento generale della popolazione, mettendo probabilmente sotto pressione i servizi sanitari di molti Paesi del mondo. A meno che non venga individuata a breve una cura o una forma di prevenzione. Cosa sappiamo, allora?

1. Che cosa succede nel cervello di chi ha l’Alzheimer

La malattia di Alzheimer colpisce il cervello. Gli scienziati che la studiano concordano nel ritenere che i cambiamenti cerebrali coinvolti siano molteplici e sono numerose le ricerche in corso per comprenderli al meglio. Per quanto possibile: si tratta infatti di manifestazioni molto complesse e difficili da osservare e studiare nei pazienti, per gli ovvi limiti agli approcci invasivi su un organo delicato come il cervello umano. Non a caso la diagnosi definitiva è possibile solo con l’esame autoptico dopo la morte. Peraltro, gli studi in altre specie animali non sono di grande aiuto, perché è difficile riprodurre i sintomi cognitivi tipici di questa malattia in organismi non umani.

Sappiamo però che le alterazioni cerebrali tipiche della malattia possono iniziare anche decenni prima della comparsa dei sintomi. Includono un accumulo anomalo della cosiddetta proteina beta-amiloide all’esterno dei neuroni, le cellule che costituiscono le unità funzionali del sistema nervoso. Nelle persone che si ammalano, la proteina si presenta con concentrazioni alterate e in aggregati all’origine delle cosiddette placche amiloidi, le quali disturbano o interrompono l’attività neuronale, interferendo in particolare con la trasmissione degli impulsi nervosi.

Oltre alle placche, nel cervello, e in particolare all’interno delle cellule nervose, si riscontrano anche intrecci o ammassi neurofibrillari, fasci formati da una proteina, detta tau, che nell’Alzheimer si presenta in una forma alterata e tende ad aggregarsi. Tali accumuli proteici sembrano essere tossici per le cellule nervose in quanto possono interferire, tra le altre cose, con i meccanismi di trasporto intracellulare e di eliminazione delle scorie. Ma il problema potrebbe essere l’inverso: una ridotta capacità dei neuroni di eliminare proteine alterate in eccesso potrebbe portare a tossicità patologiche. Qualunque sia l’origine del problema, resta i, fatto che cellule così compromesse smettono progressivamente di funzionare, perdono le connessioni con gli altri neuroni e infine muoiono.

Nelle prime fasi della malattia i danni colpiscono soprattutto i circuiti cerebrali coinvolti nella memoria, come l’ippocampo e la corteccia entorinale. Successivamente vengono coinvolte altre aree, come quelle deputate al linguaggio, al ragionamento e al comportamento sociale. Nella fase più avanzata il danno si estende alla maggior parte del cervello e il tessuto cerebrale appare significativamente ridotto.

L’Alzheimer è responsabile di circa il 60-70% dei casi di demenza nella popolazione anziana nei Paesi sviluppati, ed è considerata una delle patologie più devastanti della vecchiaia. È molto rara prima dei 65 anni, mentre diventa più frequente con l’invecchiamento. In Europa ne è colpito circa il 4,4% delle persone oltre i 65 anni. Si contano più casi nelle donne, in parte perché vivono più a lungo degli uomini. Le stime indicano che con il passare del tempo il numero di persone colpite aumenterà in modo considerevole, di pari passo con la crescita della quota di persone anziane nella popolazione.

Secondo alcune proiezioni, i casi di demenza nei Paesi occidentali potrebbero persino triplicare nei prossimi trent’anni. Con l’aumento dei pazienti crescerà anche il numero di persone necessarie all’assistenza e, di conseguenza, le risorse economiche e organizzative richieste. Non sorprende che gli enti preposti alla salute pubblica siano preoccupati per l’impatto futuro di malattie come l’Alzheimer.

2. Morbo di Alzheimer: i sintomi

Il decorso della malattia varia da paziente a paziente, ma tipicamente il primo segno è rappresentato dai problemi di memoria. Può capitare di faticare a trovare le parole o i nomi, avere difficoltà visive, di orientamento spaziale e di ragionamento. L’Alzheimer è uno dei numerosi tipi di demenza e determina un graduale declino delle funzioni cognitive. Provoca una perdita progressiva di capacità sia innate sia acquisite, tra cui guidare, cucinare, orientarsi lungo un tragitto noto, ricordare impegni e oggetti. La malattia può inoltre determinare depressione e disturbi del sonno.

Mentre la patologia incalza, la vita di tutti i giorni risulta sempre più difficoltosa e compromessa, portando a cambiamenti nella personalità e nei comportamenti. Nelle fasi più avanzate diventa difficile per i pazienti riconoscere persino le persone care e prendersi cura di sé in modo autonomo. Possono manifestarsi allucinazioni e paranoia. Nelle forme più gravi la malattia non consente più di esprimersi, deambulare o alimentarsi, costringendo a una cura costante da parte di altre persone.

La progressione della malattia non è prevedibile e la sopravvivenza dipende dall’età alla diagnosi: in media, chi ha superato gli 80 anni sopravvive circa altri 4 anni, mentre i pazienti più giovani possono convivere con la malattia per oltre 10 anni.

3. Chi ha scoperto l’Alzheimer e perché insorge

La malattia porta il nome del medico tedesco Alois Alzheimer, che nel 1906 descrisse per primo il caso di una paziente, la cinquantunenne Auguste Deter. La donna manifestava perdita di memoria a breve termine, disturbi del comportamento, difficoltà di linguaggio, di orientamento, peggiorando a vista d’occhio. Eppure, era troppo giovane per soffrire di demenza senile: doveva trattarsi di altro.

Il dottor Alzheimer la seguì lungo tutto il decorso della malattia. La donna morì circa 5 anni dopo i primi sintomi, e il medico ottenne il permesso dai familiari di eseguire un esame autoptico approfondito sul suo cervello. Lo concluse con risultati sorprendenti: osservò una marcata atrofia della corteccia cerebrale, ossia una perdita di tessuto. Inoltre, grazie a tecniche di contrasto allora innovative, rilevò al microscopio dei grumi anomali (le placche amiloidi) e fasci aggrovigliati di materiale all’interno dei neuroni. Concluse che la malattia della sua paziente era legata a un processo patologico fino ad allora sconosciuto.

Avanzò inoltre l’ipotesi, poi confermata, che esistessero molte più malattie neurologiche di quante ne fossero descritte allora nei libri di medicina. Le alterazioni riportate da Alzheimer, che si osservano all’esame autoptico, sono tuttora considerate le caratteristiche principali della malattia, anche se ancora oggi non si sa se ne siano la causa o la conseguenza.

Alcuni aspetti sono stati chiariti, ma non c’è ancora piena comprensione delle cause all’origine dell’Alzheimer. In alcune persone colpite in età precoce, tra i 30 e i 60 anni, è stata individuata una specifica mutazione genetica predisponente, ma si tratta di meno del 5% dei casi totali. Anche Auguste Deter, si è scoperto in seguito, apparteneva a questa categoria. Per la stragrande maggioranza dei pazienti, che si ammalano in età avanzata, le cause sono probabilmente molteplici e possono comprendere fattori genetici e ambientali, abitudini e comportamenti, tra cui anche un’alimentazione poco varia ed equilibrata e la sedentarietà.

4. Come avviene la diagnosi

Come si diceva sopra, la diagnosi certa di malattia di Alzheimer è possibile solo con l’esame autoptico dopo la morte. La diagnosi presunta viene effettuata nei pazienti tramite un percorso diagnostico che inizia dai sintomi riferiti dai pazienti e dai familiari, come la perdita di memoria. Prosegue con test cognitivi sulle capacità di memoria, di risoluzione di problemi, dell’uso del linguaggio, dei livelli di attenzione e delle capacità di calcolo. Possono seguire esami di imaging, come la tomografia computerizzata (TC), la risonanza magnetica o la tomografia a emissione di positroni (PET), per identificare eventuali aree danneggiate o atrofiche, o ammassi neurofibrillari riconducibili all’Alzheimer. Gli esami per immagini servono tuttavia soprattutto a escludere altre condizioni, come tumori cerebrali, ictus e altri problemi vascolari. È inoltre possibile analizzare il liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare. Si tratta però di esami costosi, che richiedono tempi di attesa solitamente lunghi e che possono dover essere ripetuti nel tempo, in modo da valutare l’evoluzione dei sintomi.

Gli scienziati stanno lavorando a test diagnostici non invasivi, che possano misurare con maggiore accuratezza i segni della malattia nel cervello e siano adatti alle strutture sanitarie più diffuse, a costi sostenibili. L’ideale sarebbe un’analisi del sangue che rilevi specifici marcatori, possibilmente prima della manifestazione dei sintomi, e che consenta di intervenire per rallentare il processo patologico. Un test ematico che misura i livelli di beta-amiloide esiste già, ma al momento la rilevazione di questo marcatore non è sufficiente per la diagnosi, dato che il nesso causale tra la proteina beta-amiloide e la malattia è ancora incerto.

La strada dei biomarcatori per predire la neurodegenerazione sembrerebbe essere la più ovvia e promettente, anche se numerosi tentativi nel corso di diversi decenni sono finora tutti falliti. Tra gli approcci di frontiera vi è anche il possibile impiego della realtà virtuale: pur essendo ancora in fase di valutazione in ambito clinico, le tecnologie immersive stanno mostrando un potenziale nell’indagine sulle funzioni cognitive e potrebbero contribuire a mettere a fuoco precocemente i segni del declino.

Ci sono tuttavia opinioni contrastanti anche tra gli esperti sull’opportunità di una diagnosi precoce della malattia di Alzheimer, a causa della scarsità di opzioni di cura. Per alcuni potrebbe essere soltanto un anticipo di tragedia, mentre per altri la consapevolezza potrebbe dare l’opportunità, per quanto possibile, di alleviare o ritardare alcune delle manifestazioni più gravi. Disporre di più tempo grazie a una diagnosi non troppo tardiva potrebbe inoltre essere utile ai pazienti e ai familiari per prendere decisioni importanti, nonché per permettere loro di organizzarsi con una rete di sostegno. Con la diagnosi si apre inoltre la possibilità di partecipare a studi clinici e progetti di ricerca.

5. Esistono cure per l’Alzheimer? A che punto è la ricerca?

Purtroppo non esiste ancora una cura per l’Alzheimer: non ci sono farmaci capaci di bloccare o far regredire i processi che determinano la neurodegenerazione. Sono però in corso numerosi studi e sperimentazioni per contenere i sintomi e rallentare la progressione.

Tra i medicinali più usati, pur con effetti assai limitati, ci sono gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, l’enzima che distrugge l’acetilcolina. Il farmaco aiuta a ripristinare i livelli di questo neurotrasmettitore, che è carente nel cervello dei malati di Alzheimer ed è coinvolto nei processi di memoria, apprendimento e concentrazione. Trattandosi di una patologia che richiede un intervento integrato, possono essere somministrati anche farmaci contro la depressione, i disturbi del sonno, l’ansia e i disturbi comportamentali, tutti fattori fortemente condizionanti per la vita dei malati.

La ricerca è molto attiva e punta soprattutto a prevenire o rallentare la malattia. Diversi gruppi stanno sviluppando vaccini diretti contro molecole che sembrano essere coinvolte nella patologia. Altre ricerche sono focalizzate su anticorpi monoclonali per la regolazione dei livelli di beta-amiloide, possibilmente all’origine delle placche. Sebbene finora i risultati siano modesti, la Food and Drug Administration (FDA) e, più recentemente, l’Agenzia europea per i medicinali (EMA), hanno approvato due anticorpi monoclonali di questo tipo. L’indicazione è però limitata a pazienti con placche confermate e specifiche caratteristiche genetiche. Infatti, alla luce di effetti avversi potenzialmente pesanti e di benefici limitati, questi farmaci sono piuttosto dibattuti nella comunità medico-scientifica, la quale vigila ora anche sugli effetti a lungo termine.

In generale, la direzione della ricerca sembra puntare alle terapie mirate, capaci di agire su specifici meccanismi della patologia secondo i principi della medicina di precisione. Perché tale approccio possa avere qualche probabilità di successo occorre però capire meglio i meccanismi che causano la malattia.

Articolo realizzato da Alice Pace e pubblicato originariamente a marzo 2023. Rivisto da Alice Pace a gennaio 2026.

  • Alice Pace

    Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.