Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2026
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Temperature più alte, alluvioni e siccità modificano gli ambienti in cui si trovano i microrganismi patogeni e i loro vettori. Alcune infezioni possono così raggiungere nuovi territori o diffondersi più facilmente, anche in Italia.
Fino a pochi anni fa, malattie come la dengue e chikungunya arrivavano sporadicamente nel nostro Paese, tramite viaggiatori provenienti da luoghi dov’erano più diffuse. Coloro che arrivavano in Italia ammalati venivano curati e il contagio rimaneva in genere confinato a pochi casi. Da qualche tempo però la situazione sta cambiando. Nel 2025 l’Istituto superiore di sanità (ISS) ha registrato 472 casi confermati di chikungunya, di cui 384 autoctoni, cioè contratti in Italia, e 4 casi autoctoni di dengue. Ma perché in Italia si possono diffondere malattie tropicali, e perché i casi aumentano?
In genere un focolaio parte da una persona che ha contratto uno dei virus in una regione tropicale e subtropicale, dove sono diffuse le arbovirosi, cioè malattie virali trasmesse da artropodi. Nelle zone di origine il vettore principale è la zanzara Aedes aegypti, che in Italia non è presente. Però sia il virus che causa la dengue sia quello che causa la chikungunya possono essere trasmessi anche da un’altra specie dello stesso genere, Aedes albopictus, meglio nota come zanzara tigre, che è invece ormai molto comune in tutta l’Europa meridionale. In Italia e in altri Paesi europei i casi autoctoni possono verificarsi quando una zanzara tigre punge persone che si sono infettate all’estero, dando così il via a una trasmissione locale.
Da tempo immemore viaggi e commerci favoriscono lo spostamento di vettori e malattie. Ce lo ricorda proprio la storia della zanzara tigre: originaria dell’Asia, le sue uova sono resistenti all'essiccamento e alle basse temperature, e hanno viaggiato fra i continenti prevalentemente in residui d’acqua all’interno di copertoni usati, il cui commercio è diffuso. In Italia la zanzara tigre è arrivata attorno agli anni Novanta, e da allora si è diffusa rapidamente in tutte le regioni, anche grazie a un clima che si stava rapidamente riscaldando. E gli effetti del riscaldamento globale possono avvantaggiare anche i microrganismi patogeni.
Le zanzare, come tutti gli artropodi, sono animali ectotermi, cioè la loro temperatura corporea dipende dal calore proveniente dall’ambiente esterno. Per questo in inverno alle nostre latitudini sembrano scomparire, mentre l’estate favorisce lo sviluppo delle larve, insieme alla frequenza delle punture da parte degli animali adulti e la velocità con cui virus e parassiti si moltiplicano all’interno del loro corpo. Se il microrganismo patogeno raggiunge prima le ghiandole salivari dell’insetto, la zanzara ha più tempo per trasmetterlo. Inverni meno rigidi e stagioni calde più lunghe ampliano inoltre il suo periodo di attività.
La dengue, diffusa soprattutto nelle regioni tropicali, spesso non dà sintomi; può però causare febbre, mal di testa e dolori muscolari e articolari e, in una minoranza dei casi, diventare grave. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) provoca ogni anno fra 100 e 400 milioni di infezioni. La chikungunya causa soprattutto febbre e forti dolori articolari, che possono persistere a lungo. Identificata nel 1952 nell’attuale Tanzania, oggi è stata segnalata in oltre 110 Paesi.
In uno studio svedese, pubblicato nel 2025 sulla rivista The Lancet Planetary Health, i ricercatori hanno ricostruito com’è avvenuto l’insediamento della zanzara tigre nell’Europa meridionale, seguendo i focolai europei di dengue e chikungunya dal 1990 al 2024. Tra il 1990 e il 2024 l’intervallo di tempo trascorso tra il primo insediamento regionale del vettore e il primo focolaio dell’infezione si è ridotto da 25 anni a meno di 5. E l’intervallo tra il primo e il secondo focolaio è passato dai 12 anni del 1990 a meno di un anno nel 2024. Ogni grado in più nella temperatura media estiva è associato a un possibile aumento fino al 55% del rischio relativo di comparsa di un focolaio.
Nel 2025 alcuni ricercatori hanno analizzato i dati sulla diffusione della dengue in 21 Paesi dell’Asia e delle Americhe. Secondo i risultati di uno studio statunitense, pubblicati sulla rivista PNAS, in media il 18% dell’incidenza osservata nei Paesi studiati è attribuibile al riscaldamento causato dalle attività umane. Lo studio stima che l’incidenza della dengue aumenti al crescere della temperatura media mensile fino a un massimo intorno ai 28 °C, per poi diminuire a temperature superiori. Il riscaldamento favorisce quindi soprattutto la dengue nelle zone relativamente fresche che si avvicinano a questa fascia climatica, mentre in alcune aree già molto calde un ulteriore aumento della temperatura può ridurne l’incidenza. In Europa prevale per ora il primo effetto: il riscaldamento sta ampliando le aree e i periodi dell’anno favorevoli alla presenza di questa specie di zanzare e alla trasmissione dei virus. Nell’aprile 2026 la zanzara tigre risultava stabilmente insediata in 384 aree dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, distribuite in 16 Paesi; nel 2013 le aree interessate erano 114.
Non tutte le infezioni trasmesse da zanzare delle specie appartenenti al genere Aedes circolano in Italia, almeno per ora. L’arbovirus zika, che in gravidanza può causare gravi malformazioni nel feto, ha come vettore principale Aedes aegypti; la zanzara tigre può trasmetterlo, ma in maniera meno efficiente. Nel 2025 l’ISS ha registrato 5 casi di zika, tutti importati. Stagioni più calde aumentano le occasioni in cui un virus importato incontra zanzare attive, per cui la trasmissione locale resta per ora un rischio potenziale.
Nel nostro Paese non esiste neppure trasmissione locale della febbre gialla, sempre causata da un arbovirus e diffusa nelle zone tropicali dell’Africa e dell’America meridionale. Il principale vettore locale, Aedes aegypti, non è infatti stabilmente presente nel nostro Paese, anche se il riscaldamento climatico può rendere più adatte alcune zone europee. Esiste però fortunatamente un vaccino contro la febbre gialla che offre protezione contro l’infezione per tutta la vita con una sola dose.
La malaria è stata eliminata dall’Italia grazie alle bonifiche e alle campagne con insetticidi effettuate nel corso del Novecento. I casi diagnosticati ogni anno sul territorio sono oggi quasi tutti importati. Ci sono stati tuttavia alcuni casi in cui non si esclude il contributo di una trasmissione locale. In Italia, infatti, sono ancora presenti diverse specie di zanzare del genere Anopheles potenzialmente capaci di trasmettere protozoi del genere Plasmodium, responsabili della malaria. Il rischio epidemiologico rimane basso, ma non è nullo, e anche in questo caso l’aumento delle temperature potrebbe contribuire ad aumentarlo, rendendo più favorevoli le condizioni per i vettori e per lo sviluppo del parassita nella zanzara.
L’impatto dei cambiamenti climatici sulla diffusione territoriale si osserva per esempio sugli altopiani di Etiopia e Colombia, dove a causa del caldo i casi di malaria si stanno verificando a quote più elevate rispetto al passato.
Il virus West Nile è invece ormai endemico in diverse aree italiane e i casi autoctoni ricompaiono ogni estate. Il virus ha un ciclo di vita che comprende uccelli e zanzare Culex, mentre esseri umani e cavalli sono ospiti accidentali. Uno studio belga, pubblicato nel 2024 sulla rivista Nature Communications, ha mostrato che i cambiamenti climatici hanno contribuito all’espansione delle aree europee favorevoli al vettore e al virus. La maggior parte delle infezioni umane è asintomatica, ma in meno di un caso su 100 questo virus può colpire il sistema nervoso. In Italia una sorveglianza integrata a cura dell’ISS tiene sotto controllo la diffusione del virus in esseri umani, uccelli, cavalli e zanzare.
Anche zecche e i moscerini flebotomi reagiscono alle mutazioni del clima. In Italia le zecche possono trasmettere infezioni batteriche o virali, come la borreliosi di Lyme e l’encefalite da zecca, presente soprattutto in alcune aree del Nord-Est. Nel nostro Paese sono presenti anche zecche del genere Hyalomma, i principali vettori della febbre emorragica Crimea-Congo, una malattia endemica soprattutto in Africa, nei Balcani, in Medio Oriente e in parte dell’Asia, ma non stabilmente presente in Italia. I moscerini flebotomi possono trasmettere invece forme di leishmaniosi, una malattia causata da protozoi che in alcune forme è endemica in determinate aree del nostro Paese. Temperatura e precipitazioni possono modificare l’abbondanza, il periodo di attività e la distribuzione di questi vettori.
Il clima influenza anche le infezioni trasmesse tramite l’acqua. I batteri del genere Vibrio, alcuni dei quali sono responsabili del colera, prosperano per esempio in acque costiere calde e poco salate. In genere si trovano nel corpo di animali filtratori, per cui alcune specie causano gastroenteriti a chi ingerisce molluschi crudi, mentre altre possono infettare ferite esposte all’acqua contaminata. Secondo le stime del rapporto europeo 2026 del Lancet Countdown sulla salute e i cambiamenti climatici, rispetto al 1982-2010, tra il 2015 e il 2024 la lunghezza delle coste adatte a Vibrio sarebbe aumentata del 50% circa anche in mari considerati freddi, come il Baltico; in Italia e Francia l’aumento è stato del 31,6% circa.
Sulla terraferma, piogge estreme e alluvioni possono favorire la contaminazione di pozzi e di altre fonti d’acqua potabile e danneggiare le infrastrutture igienico-sanitarie. In Malawi, nel 2022, la tempesta tropicale Ana e il ciclone Gombe hanno provocato inondazioni che hanno spinto grandi masse di popolazioni a spostarsi. Poco dopo è iniziatauna grande epidemia di colera, che ha aggravato la già grave mancanza di acqua non contaminata e di servizi igienici.
La siccità può invece ridurre la disponibilità di acqua potabile e così aumentare la tendenza a stoccare l’acqua per uso domestico in contenitori che possono a loro volta diventare siti di riproduzione per le zanzare.
Anche batteri che contaminano alcuni alimenti, come Salmonella e Campylobacter, possono trovare condizioni più favorevoli con l’aumento delle temperature, soprattutto quando la refrigerazione è inadeguata. Non si tratta di un problema raro: secondo l’OMS, ogni anno quasi una persona su 9 nel mondo si ammala dopo aver consumato alimenti contaminati. I cambiamenti climatici possono quindi aggravare un problema sanitario che coinvolge già centinaia di milioni di persone.
Gli esempi descritti fin qui sono solo alcuni dei più visibili e diretti effetti dei cambiamenti climatici sulla diffusione delle infezioni. Più in generale, si può affermare che gli ecosistemi del pianeta stanno rapidamente cambiando e che molte delle modificazioni ambientali in atto fanno pendere la bilancia a favore di alcuni patogeni emergenti. Ciò non significa che siamo senza difese.
Possiamo infatti migliorare la sorveglianza, facendo circolare le informazioni sulla salute degli esseri umani e degli animali, sulla presenza e sulla distribuzione dei vettori e sulle condizioni ambientali. È il principio dell’approccio One Health, che considera strettamente collegate la salute umana, quella degli altri animali e quella degli ecosistemi. Integrare i dati sanitari disponibili con quelli climatici può permettere di individuare prima condizioni favorevoli alla comparsa di focolai e intervenire più rapidamente.
La prevenzione riguarda anche gli ambienti in cui viviamo. Controllare i vettori e i loro habitat, garantire da un lato acqua potabile e dall’altro la sicurezza degli alimenti, rendere acquedotti, fognature e strutture sanitarie più resistenti agli eventi estremi sono tutti elementi del necessario adattamento dei sistemi sanitari e ambientale ai cambiamenti climatici. L’OMS indica tra le priorità proprio la sorveglianza dei rischi, i sistemi di allerta precoce, la creazione di infrastrutture resilienti e interventi sui fattori ambientali che influenzano la salute.
Prima di un viaggio è utile informarsi su epidemie, vaccini e profilassi; al ritorno, in caso di febbre o altri sintomi, va riferita al medico la destinazione visitata. AIRC ha dedicato un approfondimento alla medicina dei viaggi, che valuta i rischi in base alla destinazione, al periodo e alle caratteristiche della persona.
Secondo l’OMS, nel breve e medio periodo gli effetti sanitari del cambiamento climatico dipenderanno molto dalla capacità delle popolazioni e dei sistemi sanitari di adattarsi; nel lungo periodo conterà sempre di più quanto riusciremo a contenere il riscaldamento. Sorveglianza, prevenzione e infrastrutture più resilienti devono quindi procedere insieme alla riduzione delle emissioni.
Stefano Dalla Casa