Ormoni e cancro

Gli ormoni sono sostanze naturalmente presenti nel nostro corpo, fondamentali per regolarne le funzioni. Anche piccole alterazioni nelle loro quantità possono avere riflessi su tutto l'organismo, influendo anche sul rischio di cancro.

Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2026

Tempo di lettura: 10 minuti

Cosa sono gli ormoni

Gli ormoni sono sostanze naturalmente presenti nell’organismo, fondamentali per regolarne le funzioni. Sono liberati nel circolo sanguigno da ghiandole che sono dette endocrine, perché riversano i loro prodotti all’interno dell’organismo, diversamente da quelle esocrine, per esempio quelle sudoripare, che secernono all’esterno.

Nelle ghiandole endocrine, per esempio la tiroide o l’ovaio, si possono sviluppare tumori benigni o maligni, i quali possono manifestarsi con un’aumentata o ridotta produzione del relativo ormone. Un’iperproduzione è più comune in caso di una proliferazione benigna, mentre la perdita di funzione e l’invasione del tessuto circostante, tipiche della trasformazione maligna, comportano più spesso una carenza dell’ormone.

Gli ormoni e il cancro

Tra le tante funzioni svolte dagli ormoni, alcune riguardano anche la proliferazione delle cellule. Per questo motivo alcuni ormoni, se presenti in quantità eccessive, possono agire come fattori di crescita favorendo la crescita sregolata e quindi la comparsa di alcuni tumori. Data l’importanza del ruolo degli ormoni, le loro quantità sono regolate in maniera molto precisa per cui anche piccole alterazioni possono avere un effetto su tutto l’organismo. Livelli superiori alla norma di ormoni sessuali, estrogeni e androgeni, per esempio, possono favorire l'insorgere di tumori al seno o alla prostata.

Si possono assumere ormoni volontariamente sotto forma di farmaci prescritti dal medico, oppure inconsapevolmente da contaminanti presenti nell’ambiente. L'esposizione agli estrogeni nel corso della vita può cambiare in relazione a fattori individuali o riproduttivi, come l’età della prima mestruazione o della prima gravidanza, il numero dei figli e il tempo dell’allattamento, e in conseguenza agli stili di vita che possono, per esempio, portare a cambiamenti di peso e di metabolismo. Il sovrappeso favorisce, a sua volta, un eccesso di estrogeni perché, specie dopo la menopausa, il tessuto adiposo converte in estrogeni alcuni precursori prodotti dalle ghiandole endocrine. L’obesità può dare luogo a una resistenza all’azione dell’insulina con conseguente eccessiva secrezione di questo ormone e con un aumento dell’attività di altri ormoni insulino-simili che possono agire come fattori di crescita.

Anche un eccessivo consumo di alcol e una scarsa attività fisica possono far aumentare i livelli di estrogeni e insulina. Si tratta di abitudini poco salutari che possono avere l’effetto indiretto di contribuire al rischio di tumore al seno anche tramite la stimolazione di questi ormoni.

Gli ormoni come farmaci

Partendo dall’osservazione che alcuni ormoni in eccesso o in difetto possono favorire lo sviluppo e la proliferazione delle cellule tumorali che ne portano in superficie i recettori, i ricercatori hanno nel tempo messo a punto molecole che contrastano l’attività ormonale. Un esempio è il tamoxifene, un farmaco anti-estrogeno che mima in parte l’azione degli estrogeni stessi, ottenendo però l'effetto opposto, cioè di proteggere dal tumore del seno e soprattutto dalle sue ricadute. In alcuni tipi di tumore sensibili agli ormoni, come quello del seno o della prostata, il trattamento con antagonisti degli ormoni è quindi un caposaldo della cura e della profilassi soprattutto contro le recidive. Negli ultimi 40anni circa, i risultati di numerosi studi clinici su larga scala hanno dimostrato che il tamoxifene riduce le probabilità di sviluppare un cancro al seno nelle donne ad elevato rischio genetico o familiare, nella popolazione sia prima sia dopo la menopausa. Tuttavia, gli effetti collaterali spesso ne scoraggiano l’uso: migliorare il rapporto tra efficacia e tollerabilità del farmaco rimane dunque un obiettivo chiave per aumentare l'utilizzo di questo trattamento anche a scopo preventivo.

Altri farmaci a base di ormoni possono essere assunti, su indicazione del medico, come terapia sostitutiva in caso di carenze ormonali. Un esempio è l’ormone della crescita (GH), che può essere prescritto quando la bassa statura è dovuta a una produzione insufficiente di tale ormone. Altri possono essere prescritti quando una ghiandola non funziona correttamente o è stata asportata per la presenza di noduli sospetti o di un tumore, come nel caso della tiroide. Farmaci ormonali possono infine essere prescritti a scopo contraccettivo o per il trattamento dei sintomi della menopausa.

In tutti questi casi rischi e benefici devono essere di volta in volta soppesati, perché, come si è detto, alcuni trattamenti ormonali possono essere fattori di rischio per l’insorgenza di tumori.

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Gli ormoni nella pillola contraccettiva

La più comune pillola contraccettiva combinata a base di estrogeni e progestinici contiene ormoni simili a quelli che regolano il ciclo mestruale e influiscono, anche nella loro versione naturale, sul rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore dipendenti da ormoni nelle donne.

In proporzione alla durata del trattamento e ad altri fattori di rischio, l’uso prolungato della pillola è associato a un leggero aumento del rischio di tumore al seno e alla cervice uterina, ma anche a un effetto protettivo contro i tumori del colon-retto, dell’ovaio e dell’endometrio.

Nella maggior parte degli studi che hanno indagato il legame tra la pillola e i carcinomi del fegato i risultati sono stati per lo più negativi, non hanno cioè mostrato associazioni significative.

Bisogna ricordare che la pillola è un farmaco e che, in quanto tale, porta con sé rischi e benefici. Se si è portatori delle mutazioni BRCA è importante consultare il proprio medico per valutare i pro e i contro di assumere la pillola ed eventualmente considerare di ricorrere ad altre soluzioni contraccettive.

Tumore della cervice uterina

Secondo i risultati di alcuni studi, dopo aver preso la pillola combinata per 5 anni, le donne sembrano avere un rischio relativo di sviluppare il tumore della cervice uterina quasi doppio rispetto a quello di chi non l’ha mai assunta. Questo rischio è, però, reversibile, dal momento che diminuisce da quando si smette fino ad azzerarsi nel giro di 10 anni. Tuttavia, secondo molti esperti è probabile che l’associazione rilevata sia solo indiretta e sia legata piuttosto all’infezione con il virus HPV, ormai riconosciuta come la causa principale e pressoché unica di questo tipo di cancro. In pratica chi prende la pillola ha maggiori probabilità di avere rapporti sessuali non protetti rispetto a chi non la prende, e di conseguenza ha più alte possibilità di infettarsi con l’HPV, un virus associato alla frequenza e promiscuità dei rapporti e non alla pillola di per sé. Con la diffusione della vaccinazione anti-HPV ci si aspetta, dunque, che la relazione indiretta tra pillola e rischio di tumore alla cervice possa essere smentita.

Tumore del seno

Il legame tra la pillola e il rischio di tumore mammario è difficile da dimostrare, a causa delle diverse formulazioni e dosaggi di questo tipo di farmaci in continua evoluzione nel tempo. I risultati di numerosi studi al riguardo, in ampie popolazioni di donne, hanno tuttavia mostrato un modesto aumento del rischio di tumore al seno per le donne che assumono la pillola rispetto a chi non ne fa uso.

In particolare, in un’indagine del 2021 sono stati confrontati i risultati di quasi 80 studi condotti tra il 1960 e il 2010. I ricercatori hanno trovato una correlazione tra il farmaco, se assunto per più di 5 anni e nel periodo precedente la prima gravidanza, e un aumento del rischio di cancro al seno.

In uno studio più recente, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Lancet Oncology nel 2025, gli autori hanno analizzato l’associazione tra l’uso di terapie ormonali e il rischio di tumore al seno nelle donne sotto i 55 anni. I dati raccolti hanno mostrato che l’uso di soli estrogeni è associato a un lieve calo del rischio, mentre la terapia combinata estrogeno-progestinica può aumentarlo, soprattutto se usata a lungo e nelle donne che non hanno subito interventi a utero e ovaie. Nel complesso, i dati sono coerenti con quanto già osservato nelle donne in postmenopausa, per le quali l’uso di questi ormoni è un fattore di rischio noto, e aiutano a orientare le scelte cliniche anche nelle donne più giovani.

Quando si prendono contraccettivi orali è quindi ancora più importante sottoporsi regolarmente ai programmi organizzati di screening per la diagnosi precoce del tumore del seno e della cervice uterina, secondo gli schemi e le cadenze raccomandate a tutte le donne, anche in base alle fasce d’età. Tali controlli consentono infatti di individuare un’eventuale malattia oncologica in fase precoce, con maggiori possibilità di cura.

Tumore dell’endometrio

Va anche detto che la pillola può esercitare un’azione protettiva contro il tumore dell'endometrio e dell’ovaio, che aumenta al prolungarsi del tempo di utilizzo.

In un recente studio condotto retrospettivamente su quasi 110 mila donne, alcuni ricercatori hanno dimostrato che l’assunzione del contraccettivo orale per più di 10 anni riduce il rischio di tumore all’endometrio. I risultati, pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology, hanno inoltre mostrato che tra il 1965 e il 2014, nei Paesi più ricchi, circa 400.000 casi di tumore all’endometrio, su un totale di 3.400.000 diagnosi nel periodo di riferimento, sono stati evitati grazie all’uso della pillola contraccettiva.

Tumore dell’ovaio

È stato dimostrato che l’assunzione della pillola può ridurre dal 30 al 50% circa il rischio relativo di sviluppare un tumore ovarico rispetto a chi non ne ha mai fatto uso. L’effetto inoltre aumenta al prolungarsi del periodo di assunzione. La riduzione è stata osservata anche nelle donne con mutazioni dei geni BRCA1 e 2, ossia quelle ad alto rischio genetico e familiare di sviluppare un cancro del seno o dell’ovaio. Tuttavia, a oggi la pillola non è considerata un farmaco preventivo per il tumore ovarico.

La minipillola a base di soli progestinici

La cosiddetta minipillola a base di soli progestinici è prevalentemente utilizzata dalle donne che non possono assumere estrogeni. In generale è meno diffusa della formula combinata e di conseguenza ci sono anche meno dati disponibili. Quelli attualmente esistenti suggeriscono che i rischi della minipillola non si discostino molto da quelli della pillola combinata, anche se negli ultimi anni diversi studi stanno approfondendo il tema.

Un'analisi inglese pubblicata sulla rivista PLOS Medicine nel 2023 ha fornito nuove prove che l'uso attuale o recente di contraccettivi a base di solo progestinico è associato a un lieve aumento del rischio di cancro al seno. Dato che il rischio di base di cancro al seno aumenta con l'avanzare dell'età, si stima che il rischio assoluto in eccesso associato all'uso di entrambi i tipi di contraccettivo orale sia minore nelle donne che lo assumono in giovane età piuttosto che in età più avanzata.

In conclusione, ogni donna deve valutare con il medico il proprio caso specifico, tenendo conto di altri possibili fattori di rischio personali per il cancro, ma anche di altri rari effetti collaterali non oncologici, come trombosi ed embolie. Tra i fattori di rischio più importanti, che amplificano i possibili effetti indesiderati della pillola, c’è il fumo: una ragione in più per smettere.

Sul piatto della bilancia di rischi e benefici della pillola, pesa naturalmente il vantaggio di evitare una gravidanza indesiderata, oltre alle valutazioni oncologiche, per cui si ritiene che in genere i benefici sovrastino i possibili rischi, soprattutto nelle donne più giovani.

Gli ormoni in menopausa

Durante la menopausa le ovaie smettono di produrre estrogeni. Il calo dei livelli di questi ormoni può provocare diversi disturbi, molto variabili da donna a donna per qualità e quantità. Questi possono comprendere sbalzi di umore, secchezza vaginale, vampate di calore, per citare i più comuni. Per un periodo in passato si è consigliato di contrastare tali sintomi ristabilendo i livelli ormonali prima dell’insorgere della menopausa con una terapia sostitutiva a base di estrogeni a cui aggiungere i progestinici, allo scopo di ridurre il rischio di tumore dell’endometrio. Le donne che in precedenza, per varie ragioni, avevano avuto asportato l’utero dovevano invece fare la cura solo con estrogeni.

Fino all’inizio degli anni Novanta si pensava che mantenere il tasso pre-menopausa di estrogeni potesse servire anche a proteggere dall'osteoporosi e inoltre dal rischio di infarto e ictus, più alto nelle donne dopo la menopausa. Tuttavia, i dati citati anche sopra, di numerosi studi da cui è emerso un aumentato rischio di cancro al seno in particolare nelle donne dopo la menopausa, hanno modificato la valutazione dell’opportunità di tale terapia. Oggi tale aspetto è una considerazione importante nel processo decisionale condiviso tra medico e paziente, quando si valuta l’assunzione di terapie ormonali durante la menopausa.

Nella Women’s Health Initiative, un’importante indagine epidemiologica condotta negli Stati Uniti, i ricercatori hanno analizzato i dati relativi a più di 16.000 donne in post menopausa. I risultati ottenuti, pubblicati all'inizio degli anni 2000, hanno messo in discussione i presupposti precedenti, dimostrando che il trattamento non solo non diminuiva il rischio cardiovascolare, ma aumentava in maniera significativa quello di tumore al seno. Il rilievo mediatico dato alla notizia comportò un brusco calo del consumo di questi farmaci tra le donne in menopausa. A conferma del legame osservato di causa ed effetto, si osservò una altrettanto brusca riduzione dei casi di tumore al seno nella stessa popolazione.

Da allora le ragioni della cautela sono state sostenute dalla maggior parte degli studi indipendenti, compreso uno condotto in Gran Bretagna su un milione di donne, il Million Women Study. Questo ha evidenziato che il rischio di cancro aumentava con il numero di anni di assunzione della pillola e che ai diversi tipi di trattamento sostitutivo si associano livelli diversi di rischio.

I risultati di queste ricerche suggeriscono che le donne in terapia sostitutiva estroprogestinica in menopausa abbiano un rischio relativo di tumore al seno doppio rispetto a chi non ne ha mai fatto uso. Dopo 5 anni di trattamento questo rischio diventa anche maggiore e ne occorrono altri 5 dalla sua interruzione perché il livello di rischio torni quello di partenza.

Anche secondo i risultati di uno studio norvegese del 2024, condotto su 1.275.783 donne di età superiore ai 45 anni, l'uso della terapia ormonale sostitutiva è associato a un aumento del rischio di tumore al seno. Una revisione pubblicata sull'European Journal of Cancer nel marzo 2025, basata sui dati di 357.928 donne che assumevano la terapia ormonale sostitutiva e quelli di 351.735 donne non utilizzatrici di tali farmaci nel periodo tra il 1994 e il 2019, ha confermato che tutti i regimi sistemici di terapia ormonale combinata in menopausa sono associati a un rischio elevato di tumore al seno. In particolare, il rischio sembra maggiore se si assumono farmaci ormonali con la combinazione noretisterone-estradiolo, mentre la combinazione didrogesterone-estradiolo presenta gli incrementi più bassi tra le terapie combinate. Tuttavia, anche la terapia con soli estrogeni assunta per circa 5-9 anni aumenterebbe il rischio di tumore al seno anche se in misura minore rispetto a quella combinata.

Nel 2025 è stata pubblicata una versione aggiornata della revisione Cochrane, pubblicata per la prima volta nel 2005, in cui gli autori hanno valutato gli effetti a lungo termine della terapia ormonale nelle donne in peri- e postmenopausa. I risultati, basati sull’analisi di 24 studi per un totale di oltre 45.000 partecipanti (inclusi i dati della Women’s Health Initiative), indicano che i rischi variano a seconda del tipo di terapia. La terapia combinata estrogeno-progestinica è associata a un aumento del rischio di tumore al seno, tromboembolismo e ictus, mentre quella a base di soli estrogeni non modificherebbe in modo significativo il rischio cardiovascolare o di tumore al seno, mentre aumenterebbe in maniera modesta il rischio di ictus. Entrambi i trattamenti sembrano però ridurre il rischio di fratture ossee. Nel complesso i benefici e i rischi devono essere attentamente bilanciati, considerando anche che molti dati derivano da studi condotti su donne oltre i 60 anni.

È importante sottolineare che i rischi, per quanto significativi, sono molto inferiori rispetto ai danni del fumo o del sovrappeso.

In conclusione, ogni donna dovrebbe soppesare accuratamente con il proprio medico il rapporto tra rischi e benefici del trattamento, che in ogni caso non dovrebbe mai essere assunto a scopo preventivo dell’osteoporosi, ma solo alle più basse dosi e per il più breve tempo possibile per ridurre il disagio legato ai sintomi della menopausa, in caso questo sia davvero molto serio.

Ormoni e doping

Alcuni ormoni sono purtroppo molto diffusi in alcuni ambienti e talvolta anche somministrati da medici sportivi senza scrupoli, sebbene siano proibiti alla pari di altre sostanze utilizzate illegalmente allo scopo di aumentare la massa muscolare e le prestazioni sportive.

È importante quindi ricordare che l’assunzione di queste sostanze è soprattutto una minaccia per la salute, oltre a mettere a rischio la carriera sportiva nel caso in cui l’uso di tali sostanze venga scoperto.

L’uso di anabolizzanti, che stimolano la crescita dei tessuti, può favorire anche lo sviluppo dei tumori. Gli androgeni anabolizzanti, per esempio, possono provocare effetti che persistono anche dopo la loro sospensione, come disfunzione erettile e infertilità, danni permanenti al fegato e riduzione delle difese immunitarie. Il rischio maggiore però è di favorire la comparsa di tumori del fegato e del rene. L'ormone della crescita (GH), importante per trattare i bambini con deficit della crescita, se somministrato a chi non ne ha bisogno sembra essere coinvolto nella formazione di diversi tipi di tumore, da quello del colon ai linfomi, oltre che ad un aumentato rischio di diabete.

Anche l’eritropoietina, usata spesso, sebbene illegalmente, soprattutto nel ciclismo per aumentare la disponibilità di ossigeno per i muscoli, può essere molto pericolosa dato che può provocare trombosi. Il farmaco viene utilizzato talvolta dai medici nei malati oncologici per aumentare la produzione di sangue, ma non si può escludere che nei soggetti sani che non ne hanno bisogno possa favorire la comparsa di leucemie.

Autore originale: Agenzia Zadig

Revisione di Rachele Mazzaracca in data 28/09/2026

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