È vero che la pillola anticoncezionale aumenta il rischio di cancro?

Dipende dal tipo di cancro. In alcuni casi può aumentare il rischio, in altri ridurlo. In ogni caso la scelta di farne uso deve comprendere una valutazione generale dei rischi e dei benefici che vanno oltre la sola considerazione del rischio oncologico.

Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2020

Tempo di lettura: 6 minuti

In sintesi

  • Gli studi sull'influenza della pillola contraccettiva sullo sviluppo di tumori sono complicati dal fatto che alcuni effetti sono rilevabili solo dopo molti anni dall'utilizzo. Nel frattempo le pillole in commercio cambiano sia come dosaggi sia come formulazioni, rendendo difficile applicare i risultati di tali studi alla situazione attuale.
  • Esistono però sufficienti dimostrazioni del fatto che la pillola anticoncezionale aumenta un poco il rischio di cancro al seno, alla cervice uterina e al fegato, e riduce in modo significativo il rischio di cancro dell'ovaio e dell'endometrio.
  • Il rischio di cancro alla cervice uterina è indiretto, legato all'infezione da HPV (chi usa la pillola non usa in genere il preservativo che riduce la trasmissione del virus). Con la diffusione del vaccino anti-HPV questo legame dovrebbe nel tempo scomparire.
  • La pillola induce la formazione di tumori epatici benigni ma non ha legami con le forme maligne.
  • L'aumento di rischio è comunque legato al rischio individuale di partenza, che può variare da donna a donna.
  • Nella valutazione di questo metodo contraccettivo devono essere considerati altri fattori oltre a quelli del rischio oncologico, in primis la grande protezione contro le gravidanze indesiderate.

Dal momento che gli ormoni prodotti naturalmente dalla donna possono favorire la comparsa di alcuni tumori come il cancro del seno, i ricercatori si sono chiesti se l'uso di pillole contraccettive, che contengono lo stesso tipo di ormone, è in grado di influenzare il rischio individuale di ammalarsi di cancro.

Sono stati condotti numerosi studi nel corso degli anni, fin dalla messa in commercio delle prime pillole contraccettive. Questo ha creato alcuni problemi nell'analisi dei risultati e ha dato origine a informazioni contrastanti circa l'esistenza di tale rischio e la sua entità, dato che le prime pillole arrivate sul mercato contenevano quantitativi molto elevati di ormoni, a differenza di quelle più moderne a basso dosaggio. Studi più recenti si sono concentrati, oltre che sulla quantità di ormoni contenuta nelle pillole, anche sulla loro maggiore o minore capacità di mimare l’andamento naturale del ciclo ormonale femminile, dimostrando che non vi sono differenze sostanziali nel rischio oncologico se si usano le cosiddette pillole monofase (che hanno sempre lo stesso dosaggio di ormoni durante tutto il mese tranne che nella fase di interruzione per dare luogo alla mestruazione) o le pillole a fasi (quelle che in genere hanno compresse di colori diversi per le diverse fasi del ciclo). Dato che gli studi sul rischio di sviluppare tumori vengono fatti su donne che hanno assunto in passato preparati molto diversi da quelli oggi in commercio, non sempre i risultati si possono applicare ai farmaci oggi venduti nelle farmacie, che sono essenzialmente di due tipi:

  • la minipillola che contiene solo progesterone;
  • le cosiddette pillole combinate, che contengono due tipi di ormoni femminili, gli estrogeni e i progestinici.

La minipillola

Poiché la minipillola è usata da poche donne, è più complesso per gli epidemiologi condurre uno studio statisticamente valido verificando gli effetti sul rischio di tumore. Gli studi su questa specifica formulazione sono infatti pochi e condotti su un numero limitato di donne. Per le conclusioni limitate che se ne possono trarre, dimostrano che gli effetti della minipillola sono simili a quelli della pillola combinata, anche se una revisione sistematica pubblicata nel 2016 sulla rivista Breast Cancer Research and Treatment giunge a conclusioni più favorevoli, ritenendo che cinque studi di buona qualità su sei giudicano sicura la minipillola (usata prevalentemente per trattare i disturbi del ciclo mestruale).

Leggi anche

La pillola combinata

Per quel che riguarda invece la pillola combinata, la più utilizzata, gli studi sono più numerosi. Nonostante ciò, presentano anch'essi risultati contraddittori. In generale dimostrano una riduzione del rischio di ammalarsi di cancro dell'ovaio, dell'endometrio e del colon, ma un aumento del rischio di cancro del seno, della cervice uterina e del fegato. I risultati pubblicati nel 2017 sull'American Journal of Obstetrics and Gynaecology, di uno studio che ha seguito 46.000 donne britanniche per oltre 30 anni, dimostrerebbero che le donne che hanno assunto la pillola combinata hanno meno rischi di ammalarsi di cancro del colon, dell'endometrio e dell'ovaio negli anni successivi all'interruzione della pillola, e un rischio più alto di cancro del seno e dell'ovaio durante l'assunzione. Le conclusioni sono che la pillola ha un effetto "neutro" sul rischio complessivo, poiché i pro e i contro si bilanciano e, a cinque anni dall'interruzione della pillola, non si notano più differenze tra le donne che l'hanno assunta e quelle che non l'hanno mai presa.

Anche questo studio, però, è stato contestato perché analizza il destino di donne che hanno preso la pillola dal 1969 in poi (quindi in una situazione molto diversa da quella attuale) e per un tempo medio di 3,5 anni (probabilmente più breve di quello comune oggi tra le donne che scelgono questo mezzo contraccettivo).

Nel 2017 sono stati pubblicati i dati raccolti da un importante studio danese, che confermano come le donne che hanno assunto i contraccettivi orali con le formulazioni più moderne abbiano una probabilità maggiore (intorno al 20 per cento) di sviluppare un cancro al seno rispetto a quelle che non li hanno mai usati. Secondo i risultati dello studio, l’aumento del rischio varia dallo 0 al 60 per cento a seconda del tipo di pillola utilizzata e della durata generale del trattamento.

Viceversa, le donne che hanno usato contraccettivi orali hanno un rischio di sviluppare un cancro dell’endometrio di circa il 30 per cento inferiore rispetto a chi non li ha mai assunti, con una riduzione sempre maggiore quanto più a lungo si utilizza il farmaco. L’effetto perdura per alcuni anni dopo l’interruzione, e un’analisi delle donne che hanno partecipato al NIH-AARP Diet and Health Study ha dimostrato che è particolarmente pronunciato in quelle che fumano e in quelle obese, due categorie di persone notoriamente a rischio.

I contraccettivi orali paiono anche ridurre tra il 30 e il 50 per cento il rischio di sviluppare un cancro dell’ovaio, con un effetto che dura anche fino a 30 anni dopo l’interruzione. La riduzione del rischio si riscontra anche nelle donne portatrici di mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2.

Infine, l’uso di contraccettivi orali è collegato a una riduzione del cancro del colon del 15-20 per cento.

In conclusione, è importante ricordare che l’uso dei contraccettivi orali può influire non solo sul rischio oncologico ma anche su quello cardiovascolare e metabolico. Solo il medico curante può fare un bilancio generale e dare un consiglio personalizzato, considerando anche che i contraccettivi orali sono un metodo molto sicuro per evitare gravidanze indesiderate.

  • Autori:

    Agenzia Zoe