Geni, familiarità e cancro

Il cancro non è generalmente una malattia ereditaria. Esistono però alcune mutazioni ereditate da uno o da entrambi i genitori che, anche se non comportano inevitabilmente la comparsa della malattia, ne aumentano in diversa misura il rischio relativo.

Ultimo aggiornamento: 10 maggio 2018

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Il cancro non si può definire una malattia ereditaria, come la fibrosi cistica, la distrofia muscolare, la talassemia o l'emofilia, in cui un singolo gene difettoso è sufficiente a provocare la malattia e trasmetterla alla prole.

Il cancro è però una malattia genetica.

Nel corso della vita, le nostre cellule accumulano spontaneamente mutazioni sporadiche nei geni. La maggior parte non causa problemi, ma alcune possono dare origine a un tumore. Le mutazioni sono dovute a errori casuali durante la replicazione del DNA, all'esposizione a fattori di rischio modificabili o non, come gli stili di vita poco salutari. Poiché queste mutazioni non sono ereditarie sono dette acquisite.

A volte le mutazioni all'origine di un tumore possono essere già presenti al momento della nascita, ereditate da uno o da entrambi i genitori con le cellule uovo o gli spermatozoi. In questo caso tutte le cellule dell'organismo hanno le stesse anomalie.

Nonostante ciò, la presenza di queste mutazioni non comporta inevitabilmente la comparsa del tumore, ma ne aumenta, in misura individuale, il rischio relativo rispetto al rischio di base di chi non le ha. Per questo, più che di ereditarietà del cancro, è corretto parlare di predisposizione genetica allo sviluppo della malattia.

Se una o più mutazioni sono già presenti alla nascita, basta un minor numero di danni successivi nel DNA per raggiungere la soglia critica necessaria a innescare il processo di formazione e sviluppo del cancro. Nelle famiglie in cui si ritrovano queste anomalie, i tumori sono più frequenti e tendono a manifestarsi in età più giovanile.

Il peso della componente familiare

In molte famiglie si registrano più casi di cancro, ma questo di per sé non significa che vi sia una predisposizione genetica allo sviluppo della malattia. La malattia è infatti molto frequente in tutta la popolazione, soprattutto dopo una certa età: solo in Italia si diagnosticano circa 1.000 casi di tumore al giorno. Le famiglie poi, oltre al patrimonio genetico, condividono spesso stili di vita, abitudini alimentari, luogo di residenza o tipo di attività professionale, che possono in vario modo e misura contribuire all'aumento del rischio di sviluppare la malattia. Quindi il fatto che il cancro colpisca più membri dello stesso nucleo non è quindi un indizio sufficiente a stabilire una componente ereditaria.

Attualmente, si stima che complessivamente i casi di tumori riconducibili a una predisposizione familiare su base genetica siano circa il 10 per cento del totale.

I geni responsabili delle forme familiari di cancro sono in genere varianti difettose di geni chiamati “oncosoppressori” (deputati, cioè, a ostacolare la formazione dei tumori) o di geni coinvolti nei processi di riparazione dei danni al DNA.

Talvolta, una mutazione è strettamente associata a un singolo tumore, come l'anomalia del gene WT1, responsabile del 5 per cento circa dei casi di nefroblastoma (detto anche tumore di Wilms), raro tumore del rene che si manifesta nella prima infanzia.

Più spesso la mutazione favorisce la formazione di più tumori benigni e maligni in diverse parti dell'organismo che nell’insieme prendono il nome di sindromi. Sono state individuate a oggi più di 50 sindromi, caratterizzate da più tumori, benigni o maligni, in diversi organi, legati ad anomalie genetiche trasmesse dai genitori ai figli.

Anche in questi casi, tuttavia, sebbene il rischio possa talvolta essere molto elevato, è più corretto parlare di predisposizione piuttosto che di tumori ereditari, dal momento che non tutti i portatori della medesima mutazione sviluppano la malattia.

Sindromi e geni

Tra le mutazioni associate a tumori in diverse parti del corpo, le più note sono quelle dei geni BRCA1 e BRCA2, che aumentano nettamente il rischio di tumore al seno e all'ovaio nei portatori (femmine e maschi) rispetto alla popolazione generale. Di questi geni si è parlato molto soprattutto quando l'attrice Angelina Jolie ha annunciato pubblicamente di essersi sottoposta a mastectomia bilaterale prima e a ovariectomia poi, per prevenire la comparsa della malattia che aveva colpito altre donne della sua famiglia.

Sebbene in misura minore che per la mammella e per le ovaie, le mutazioni del gene BRCA2 aumentano anche il rischio di tumore del pancreas in entrambi i sessi e della prostata nell'uomo, ma difficilmente prima dei 45 anni di età.

Mutazioni del gene APC (Adenomatous Polyposis Coli) possono invece provocare la poliposi adenomatosa familiare, che si manifesta con la formazione nell'intestino, fin dalla più giovane età, di centinaia di polipi, che con il passare del tempo tendono a diventare cancerosi.

Anche la sindrome di Lynch, come altre, aumenta il rischio di cancro al colon, pur in assenza di un gran numero di polipi: alle mutazioni genetiche che la determinano si associa nelle donne anche un maggior rischio di tumore dell'utero e dell'ovaio.

Un difetto nel gene che codifica per la proteina p53, un importante oncosoppressore, provoca la sindrome di Li-Fraumeni, in cui si riscontra un aumento del rischio di tumore al seno e al cervello, osteosarcomi, tumori dei tessuti molli e delle ghiandole surrenali.

Altre sindromi, raggruppate sotto la sigla MEN (Multiple Endocrine Neoplasia) sono caratterizzate da diverse combinazioni di tumori benigni e maligni in vari tessuti ghiandolari endocrini, dalla tiroide al pancreas, con formazioni tumorali in altri tessuti e talvolta anomalie di altro tipo.

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Quando sospettare una predisposizione familiare?

La probabilità di un'origine familiare della malattia aumenta con un alto numero di casi in famiglia (soprattutto se nello stesso ramo) e con l'età giovanile di insorgenza.

Altri fattori che fanno sospettare una predisposizione familiare sono:

  • diversi casi in famiglia di un tumore raro, come quello al rene;
  • sviluppo di più tumori nello stesso individuo (per esempio, in una donna, seno e ovaio);
  • tumori che colpiscono bilateralmente gli stessi organi (entrambe le mammelle, per esempio);
  • più di un tumore pediatrico tra fratelli;
  • presenza di un tumore in un genere in cui abitualmente è raro, come il tumore al seno in un uomo.

In questi casi è opportuno consultare il proprio medico per discutere l'opportunità di sottoporsi a test genetici o di effettuare controlli (come la mammografia) più precoci e frequenti.

Infine, è opportuno ricordare che recenti studi hanno evidenziato il ruolo di varianti genetiche comuni nella popolazione, i cosiddetti polimorfismi del DNA, nella predisposizione ereditaria al cancro. Non si tratta in questi casi di mutazioni direttamente responsabili di anomalie nel funzionamento della cellula, ma di particolari sequenze di DNA statisticamente associate a una determinata condizione, come il cancro. Singolarmente, queste varianti aumentano di poco il rischio di ammalarsi, ma quando sono presenti in un certo numero nello stesso individuo, possono favorire in modo significativo questa possibilità. Per esempio, analizzando il centinaio circa di polimorfismi a oggi riconosciuti come associati al tumore al seno, è stato recentemente osservato che si potrebbe identificare un 5 per cento di donne che ha un rischio di carcinoma della mammella doppio rispetto alla popolazione generale e uno 0,7 per cento in cui questo rischio è triplo.

Inoltre, poiché questi polimorfismi possono combinarsi tra loro in modo del tutto casuale, è plausibile che anche in una quota (attualmente non quantificabile) di tumori "sporadici", ovvero che insorgono casualmente, in assenza di una storia familiare, questa componente giochi comunque un ruolo importante.

Test genetici

La decisione di effettuare test genetici per verificare la presenza di mutazioni note che favoriscono lo sviluppo del cancro deve essere soppesata attentamente dopo averla discussa con il proprio medico e con un medico genetista.

È importante, infatti, essere sicuri che:

  • il risultato che potrà emergere, sia esso positivo o negativo, non sia ambiguo;
  • se ne comprendano bene le implicazioni;
  • si possano prendere di conseguenza le decisioni migliori.

Per questo sono da evitare i test genetici a distanza, acquistati via internet o eseguiti in ambulatori non autorizzati, dove non ci sia personale specializzato e non sia fornito un adeguato servizio di consulenza, che aiuti a interpretare il risultato dell'esame.

Inoltre, una cosa importante da sapere è che un risultato positivo indica un rischio relativo, rispetto a chi a quell'esame risulta negativo; non implica in alcun modo la certezza di sviluppare la malattia. Allo stesso modo l'assenza di mutazioni note, tra quelle esaminate, non garantisce che non ci si possa ammalare.

Che l'esito sia rassicurante o preoccupante, è essenziale comunque mantenere o migliorare i propri stili di vita, per esempio smettendo di fumare, e sottoporsi agli screening consigliati.

  • Autori:

    Agenzia Zadig