Ultimo aggiornamento: 14 ottobre 2026
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Il cancro del rene è un tumore che in genere si origina dalla proliferazione incontrollata di cellule renali.
I reni sono 2 organi posti simmetricamente nella parte posteriore dell'addome, a livello lombare. Hanno la forma simile a quella di 2 fagioli, sono grandi più o meno quanto un pugno, e contengono dei tubuli che filtrano il sangue trattenendo le sostanze di rifiuto prodotte dall’organismo. Queste vengono poi espulse con le urine, che sono il prodotto finale della filtrazione renale.
Spesso il tumore del rene si sviluppa da cellule che rivestono l’interno di tali tubuli, anche se talvolta può originare anche da altri tessuti o dalla capsula che ricopre esternamente l’organo stesso.
I tumori del rene e delle vie urinarie rappresentano una proporzione variabile tra il 2 e il 5%, a seconda dell’età, di tutti i tumori diagnosticati. Nel genere maschile hanno una frequenza quasi doppia rispetto a quello femminile.
Secondo i dati di uno studio dell’Associazione italiana registro tumori (AIRTUM) del 2026, in Italia sono state stimate circa 11.320 nuove diagnosi nel 2025, di cui 7.660 negli uomini e 3.880 nelle donne.
La probabilità di sviluppare questo tumore cresce con l’aumentare dell’età e il picco massimo di insorgenza è intorno ai 70 anni.
Il principale fattore di rischio per il tumore del rene è il fumo di sigaretta. Il numero di sigarette fumate ogni giorno e la quantità di anni per cui si è continuata questa abitudine sono direttamente proporzionali all’aumento del rischio di questa malattia.
Altri importanti fattori di rischio sono l'obesità, l'ipertensione arteriosa, l'insufficienza renale cronica e la sindrome metabolica. Fumo e obesità hanno un ruolo preponderante, rispettivamente, nel sesso maschile e in quello femminile.
Negli ultimi anni sta emergendo come anche alcuni farmaci, utilizzati in maniera regolare e protratta per oltre 10 anni, possano essere associati a un incremento del rischio di sviluppare il tumore del rene. In particolare, i farmaci antinfiammatori non steroidei diversi dall’aspirina sono stati associati a un aumento delle probabilità di ammalarsi.
Anche l’esposizione cronica ad alcuni metalli e sostanze tossiche come il cadmio, l’arsenico e la fenacetina, potrebbero costituire un fattore di rischio, anche se i dati a favore di tale ipotesi sono, a oggi, controversi. Un’esposizione prolungata al tricloroetilene, conosciuto anche come trielina, è invece riconosciuta come fattore di rischio per lo sviluppo del tumore al rene, in quanto tale sostanza è stata classificata dalla International Agency for Research on Cancer (IARC) nel gruppo 1 dei cancerogeni certi per gli esseri umani.
Esistono infine alcune forme ereditarie e familiari molto rare, causate da alcune patologie come la sindrome di von Hippel-Lindau, dovuta a un difetto del gene VHL.
A oggi non è possibile prevenire il tumore del rene, se non evitando i fattori di rischio noti come il fumo e mantenendo un peso corporeo nella norma.
L’esecuzione annuale di un’ecografia dell’addome, pur non essendo raccomandata da alcuna linea guida poiché non risponde ai criteri di costo-efficacia richiesti da uno screening, può favorire la diagnosi precoce non solo del tumore al rene, ma anche di altri organi come il fegato, il pancreas e la vescica. Tale tipo di sorveglianza deve però essere valutata ed eventualmente concordata dal medico sulla base del rischio individuale di sviluppare la malattia.
Esistono diversi sottotipi di tumori del rene. I 3 più frequenti sono il carcinoma renale a cellule chiare (75-80% dei casi), il carcinoma renale papillare (10-15%) e il carcinoma cromofobo (5%). Secondo la quinta edizione della classificazione dei tumori a cura dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), del 2022, oggi sono riconosciuti più di 20 sottotipi diversi di tumori renali maligni. Tra le principali novità, è stata introdotta una categoria di carcinomi definiti su base molecolare, classificati in base a specifiche alterazioni genetiche.
In una piccola percentuale di casi (2% circa) il carcinoma può essere multiplo o bilaterale, cioè manifestarsi in entrambi i reni.
Un altro tipo di tumore del rene, più raro, è costituito dai sarcomi nelle loro varie forme (liposarcomi, leiomiosarcomi, rabdomiosarcomi, angiosarcomi, fibrosarcomi) che possono originare in tessuti diversi: nella capsula renale oppure nelle strutture che circondano il rene.
Nei bambini il tumore del rene più tipico è il tumore di Wilms.
Il tumore del rene localizzato non dà sintomi specifici e anche per questo la diagnosi è di solito incidentale, cioè avviene per caso durante esami eseguiti per altri motivi.
Il tumore del rene è generalmente asintomatico se non in fase avanzata. Tra i sintomi più comuni ci sono la presenza di una massa palpabile nell’addome, sangue nelle urine (ematuria) e dolore localizzato a livello lombare.
Ci sono poi sintomi, detti sistemici o paraneoplastici, che interessano tutto l’organismo e sono causati da sostanze prodotte dal tumore del rene. Si tratta per esempio di perdita di peso, marcata stanchezza, febbricola, anemia, ipertensione, aumento anomalo dei globuli rossi e ipercalcemia.
Il cancro del rene può dare metastasi, attraverso i vasi linfatici regionali o più frequentemente i vasi sanguigni. Le metastasi si possono formare principalmente nel polmone, nei linfonodi, nelle ossa e nel fegato, ma in alcuni casi si possono sviluppare anche nel surrene, nel cervello, nell'altro rene, nella milza, nell'intestino e nella cute.
L’esame clinico consente, di solito, di diagnosticare il tumore quando è già in fase tardiva. Fondamentali per la diagnosi del tumore del rene sono le tecniche di diagnostica per immagini.
Tramite l’ecografia è possibile distinguere una massa di natura solida da una cisti, in genere piena di liquido, e benigna. La tomografia computerizzata (TC) o la risonanza magnetica (RM), oltre a consentire di distinguere la natura della massa, offrono ulteriori informazioni sull’estensione locale della malattia e sulla presenza di eventuali metastasi.
Circa il 60% delle diagnosi di tumore del rene sono incidentali. La presenza del tumore viene infatti spesso scoperta per caso, quando una persona si sottopone ad accertamenti medici, tipicamente a un’ecografia dell’addome, per altri motivi. All’incirca nella metà dei casi il tumore identificato è confinato al rene e ha un alto tasso di guarigione. In circa il 25-30% dei casi, invece, si presenta in una fase più avanzata o con metastasi.
A differenza di molti altri tumori, la diagnosi di tumore del rene non richiede necessariamente di ricorrere a una biopsia prima dell'intervento. Spesso la massa tumorale viene rimossa chirurgicamente sulla base delle sole immagini radiologiche. Tuttavia, la biopsia percutanea – cioè eseguita sotto guida ecografica o tomografia computerizzata con un ago che preleva piccoli frammenti di tessuto – è utile quando il risultato dell’esame istologico può cambiare la scelta terapeutica. Per esempio, la biopsia percutanea può essere proposta ai pazienti prima di decidere di procedere con la sorveglianza attiva della malattia senza intervenire, con un'ablazione o può essere indicata nei pazienti con altre malattie importanti, per i quali si vuole evitare un intervento chirurgico non necessario.
La biopsia percutanea è una procedura sicura in quanto solo meno dell’1% dei pazienti va incontro a complicazioni importanti. È anche un metodo molto affidabile, perché permette di distinguere le lesioni maligne da quelle benigne in più del 95% dei casi. Il problema principale di tale tecnica riguarda le biopsie “non diagnostiche”, cioè quelle che non danno un risultato chiaro: succede nel 10-14% circa dei casi, soprattutto quando le lesioni sono molto piccole. In questi casi può essere necessario ripetere il prelievo.
A oggi non esistono ancora marcatori tumorali utili alla diagnosi del tumore del rene.
Per descrivere il tumore del rene, la sua sede ed estensione, nonché il coinvolgimento di altre strutture od organi, si utilizza la classificazione internazionale basata sul sistema TNM.
A seconda dello stadio di gravità i tumori del rene sono classificati in:
In Italia, circa il 73% delle donne e il 75% degli uomini colpiti dal tumore del rene è vivo a 5 anni dalla diagnosi. La prognosi migliora se la diagnosi è precoce: più del 95% dei pazienti a cui viene diagnosticata una piccola massa renale sono vivi dopo 5 anni dalla sua identificazione.
Quando il tumore è diagnosticato in stadio iniziale, il rischio di recidiva dopo le cure è meno frequente, all’incirca inferiore al 10% nei primi 10 anni dalla diagnosi. Quando viene invece diagnosticato tardivamente ed è già localmente avanzato o metastatico ha un andamento molto più aggressivo. In questo caso la probabilità che la malattia si ripresenti è superiore al 50% nei primi 5 anni dalla diagnosi.
La chirurgia è il trattamento standard contro il tumore del rene localizzato. Le principali opzioni chirurgiche sono la nefrectomia radicale e la chirurgia conservativa d’organo. La nefrectomia radicale consiste nell’asportazione dell’intero rene. In caso di neoplasie di piccole dimensioni, confinate al rene, si può optare per la chirurgia conservativa, che consiste nel rimuovere unicamente il tumore, risparmiando il resto dell’organo.
In casi particolari, quali tumori di piccole dimensioni, malattia bilaterale o neoplasie difficilmente operabili chirurgicamente, una delle opzioni praticabili è la terapia focale, ossia l’ablazione della massa usando il freddo (crioablazione) o il caldo (termoablazione o radiofrequenza). Eccezionalmente, soprattutto nei pazienti anziani con tumori di piccole dimensioni, si può ricorrere alla sorveglianza attiva che prevede di monitorare periodicamente i pazienti per accertare eventuali variazioni nel tumore e intervenire con tempestività.
Il tumore renale metastatico non viene trattato con la chemioterapia classica, ma con le terapie a bersaglio molecolare e con l’immunoterapia. Attualmente la terapia standard prevede la combinazione di un farmaco immunoterapico con un farmaco biologico a bersaglio molecolare, che riconosce e agisce su specifiche molecole che contribuiscono a inibire l’angiogenesi, cioè la formazione dei vasi sanguigni, e quindi la crescita del tumore. Un’altra opzione terapeutica è la combinazione di 2 farmaci immunoterapici tra loro.
I farmaci immunoterapici utilizzati fanno parte dei cosiddetti inibitori dei checkpoint immunitari, anticorpi monoclonali che tolgono, per così dire, il freno ai linfociti, un tipo di globuli bianchi in grado di distruggere le cellule tumorali. Per i pazienti operati con chirurgia radicale, ma ad alto rischio di recidiva, dal 2025 l'AIFA ha approvato e reso rimborsabile l'uso di pembrolizumab come terapia adiuvante, ovvero da svolgere dopo l’intervento chirurgico, per un anno. Questa terapia ha dimostrato di ridurre significativamente il rischio di ricomparsa della malattia.
Le informazioni di questa pagina non sostituiscono il parere del medico.
Autore originale: Agenzia Zoe
Revisione di Benedetta Pagni in data 14/10/2026
Agenzia Zoe