Ultimo aggiornamento: 9 febbraio 2026
Titolo originale dell'articolo: Total neoadjuvant therapy followed by non-operative management or surgery in stage II–III rectal cancer (NO-CUT): a multicentre, single-arm, phase 2 trial
Titolo della rivista: Lancet Oncology
Data di pubblicazione originale: 4 dicembre 2025
I primi dati emersi dallo studio clinico NO-CUT mostrano che in alcuni casi potrebbe essere sicuro rimandare l’operazione chirurgica del tumore al retto o riservarla solo ai pazienti che ne hanno maggiormente bisogno, date le caratteristiche delle diverse forme di malattia.
La cura a base di chemioterapia o radioterapia, senza l’operazione chirurgica, potrebbe essere sufficiente per circa 1 paziente su 4 con tumore al retto al secondo e terzo stadio. È questo il principale risultato dello studio clinico NO-CUT, sostenuto anche da Fondazione AIRC. Nella sperimentazione clinica, un gruppo di medici e ricercatori coordinati da Salvatore Siena, del Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano, ha valutato l’efficacia dell’approccio “aspetta e vedi” (dall’inglese “watch and wait”). Si tratta di un metodo conservativo rispetto a quello convenzionale, in cui in alcuni casi si posticipa l’operazione, per limitarla a coloro che possono trarre maggiore beneficio dall’intervento. Questo approccio è stato di recente inserito in alcune linee guida internazionali per la gestione del tumore al retto.
“Prima di questo studio sapevamo che pazienti con determinate caratteristiche potevano evitare la chirurgia, ma soltanto in modo aneddotico” spiega Salvatore Siena. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Lancet Oncology, hanno mostrato che omettere la chirurgia è sicuro sul lungo periodo, nei casi che hanno raggiunto la remissione completa della malattia dopo la chemioterapia o la chemio- e la radioterapia.
Per il tumore al retto più comune, quello con la caratteristica molecolare della stabilità dei microsatelliti, le cure di riferimento consistono in chirurgia, chemioterapia e radioterapia. L’operazione chirurgica è una pratica fondamentale ma invasiva, soprattutto se la malattia si trova nella parte bassa del retto, vicino allo sfintere anale. La rimozione di questa parte può infatti richiedere ai pazienti di utilizzare lo stoma, un’apertura collegata a un sacchetto per la raccolta di feci e urine, e quindi incidere in modo importante sulla qualità di vita. Per ridurre tale eventualità, in clinica viene spesso ritardato il momento della chirurgia mentre si continua a monitorare la malattia, e talvolta si decide di evitarla del tutto. Tuttavia, in mancanza di ricerche e dati affidabili, l’approccio conservativo è rimasto a lungo a discrezione del personale medico e oggetto di discussione nella comunità medico-scientifica.
“C’era il timore che lasciare il retto esponesse di più i pazienti alla possibilità di recidiva rispetto a chi veniva invece operato” spiega Siena. Le perplessità riguardavano soprattutto le recidive a distanza, che cioè si sviluppano in una sede diversa rispetto alla sede primaria della neoplasia. Con lo studio NO-CUT, il gruppo di ricerca voleva dunque stabilire la sopravvivenza libera da malattia a distanza nei pazienti trattati con la sola chemioterapia o radioterapia, rispetto al gruppo invece operato.
Sono stati coinvolti 180 pazienti con tumore al retto con stabilità dei microsatelliti al secondo o terzo stadio. I ricercatori hanno monitorato nel tempo l’andamento della neoplasia e la sua risposta a chemioterapia e radioterapia, svolgendo regolarmente vari esami per considerare in quali pazienti fosse necessario intervenire con la chirurgia e in quali si potesse invece evitare.
Dopo più di 3 anni dalla diagnosi di tumore, 47 pazienti hanno seguito la chemioterapia o la radioterapia senza effettuare la chirurgia. Nella quasi totalità di questi casi il tumore non ha dato segni di sé in questo periodo di tempo. La sopravvivenza senza malattia a distanza è infatti stata di circa il 95% dei casi per chi ha evitato la chirurgia e del 74% per chi vi si è sottoposto.
I dati rassicurano dunque sui dubbi della comunità medica e scientifica sui rischi della malattia a distanza e dimostrano che la chirurgia può essere limitata ai casi con una neoplasia più aggressiva e resistente alla chemioterapia e radioterapia. Il gruppo ha inoltre osservato che la biopsia liquida, un esame approfondito di un campione di sangue, può contribuire a migliorare la scelta tra questi approcci, permettendo di anticipare la riposta alle cure.
“Se combinata con altre informazioni cliniche, la biopsia liquida potrebbe aiutare a prevedere la risposta alla chemio e radioterapia” commenta Siena. “In questo studio, abbiamo raccolto moltissimi dati che ci permetteranno di proseguire le ricerche e valutare nuovi marcatori. Nei prossimi mesi pubblicheremo anche un approfondimento sulla qualità di vita dei pazienti coinvolti nella sperimentazione clinica.” I risultati dello studio NO-CUT stanno contribuendo a stabilire i criteri con cui utilizzare l’approccio conservativo nella terapia del tumore al retto.
Camilla Fiz