Un nuovo possibile strumento per migliorare la cura dei tumori all’ovaio

Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2026

Un nuovo possibile strumento per migliorare la cura dei tumori all’ovaio

Titolo originale dell'articolo: Tumour-infiltrating leucocytes as prognostic biomarkers of bevacizumab- treated ovarian cancer patients results from the phase IV MITO16A/MaNGO OV-2 clinical trial

Titolo della rivista: Npj precision oncology

Data di pubblicazione originale: 17 novembre 2025

È stato individuato un marcatore che potrebbe aiutare a distinguere i tumori all’ovaio più o meno sensibili ai trattamenti, selezionando le pazienti che hanno maggiori probabilità di rispondere alla terapia di mantenimento con bevacizumab.

Grazie a un risultato inaspettato, un gruppo di ricercatori sostenuti da AIRC ha individuato una possibilità per migliorare la cura delle pazienti con tumore ovarico in uno stadio avanzato. Infatti, hanno scoperto un nuovo marcatore la cui presenza o assenza potrebbe aiutare gli oncologi a capire quali pazienti potrebbero beneficiare maggiormente dalla terapia con bevacizumab. Si tratta di un obiettivo che la comunità medico-scientifica sta cercando di raggiungere da tempo. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Npj precision oncology.

Il bevacizumab è un medicinale con azione anti-angiogenica, che cioè contrasta la formazione di vasi sanguigni e quindi la sopravvivenza delle cellule tumorali che ricevono nutrimento da questi. Di solito si somministra alle pazienti con tumore ovarico in uno stadio avanzato come terapia di mantenimento dopo l’operazione chirurgica. Il trattamento non sembra migliorare la sopravvivenza generale delle pazienti, un parametro importante per valutare l’efficacia di una terapia, ma aumenta il tempo libero dalla malattia, ovvero l’intervallo in cui non si presentano recidive. “In alcune pazienti il trattamento con bevacizumab ritarda il ricorso ad altre cure. Per questo pensiamo che un sottogruppo di persone possa trarne un beneficio a lungo termine” commenta Gustavo Baldassarre del Centro di riferimento oncologico di Aviano, in Friuli-Venezia Giulia, che ha coordinato il lavoro di ricerca. Da anni il suo gruppo sta cercando dei biomarcatori per individuare questo sottogruppo di pazienti, insieme ad altri colleghi e colleghe sostenuti da AIRC.

I risultati della ricerca sono l’ultimo capitolo di una sperimentazione clinica, chiamata MITO-16a, che è iniziata circa 15 anni fa. Grazie alla collaborazione di molti centri ospedalieri in Italia, nello studio sono state coinvolte circa 400 pazienti con tumore ovarico che avevano assunto, tra le varie cure, anche il bevacizumab. “Nel corso dello studio sono stati analizzati diversi biomarcatori, ma per quasi nessuno avevamo dimostrato un’associazione significativa con la risposta al bevacizumab” commenta Baldassarre. Invece, “in quest’ultimo lavoro abbiamo raggiunto dei risultati inattesi che ci spingono a fare ulteriori valutazioni”. Le analisi hanno infatti contraddetto quello che si sapeva sulla relazione della malattia con i linfociti T, cellule del sistema immunitario.

Nel gergo degli oncologi, i tumori ovarici sono detti “caldi” o “freddi” a seconda che i linfociti T abbiano o meno infiltrato l’ambiente tumorale. In genere, i tumori dell’ovaio ‘caldi’ rispondono meglio alla terapia rispetto a quelli freddi, perché le cellule del sistema immunitario contribuiscono a contrastare la progressione della patologia. Curiosamente, però, nello studio sono state proprio le pazienti con un tumore ‘caldo’ ad avere una prognosi peggiore, soprattutto per quanto riguarda la progressione libera da malattia. L’incongruenza di questo risultato rispetto ai dati di letteratura può essere in parte dovuto al fatto che gli studi precedenti erano stati condotti con pazienti non trattate con bevacizumab. La presenza di linfociti T nell’ambiente tumorale potrebbe dunque discriminare le pazienti per la loro risposta a questo medicinale.

Al momento, non è ancora chiaro il meccanismo biologico che collega la risposta al bevacizumab alla presenza di linfociti infiltranti il tumore. Il gruppo di ricerca ha in programma di chiarire meglio questa relazione e approfondire le potenzialità di questo marcatore nell’ambito di un altro studio clinico. “Se confermati, questi risultati avranno interessanti applicazioni cliniche” spiega Baldassarre. “L’infiltrato linfocitario sarebbe un biomarcatore facile da utilizzare per capire quale terapia di mantenimento somministrare. Le pazienti con un tumore ovarico ‘freddo’ beneficerebbero al massimo della terapia di mantenimento con bevacizumab, mentre per quelle con una neoplasia ‘calda’ c’è già la chemioterapia, seguita dal mantenimento con PARP-inibitori.”

  • Camilla Fiz

    Scrive e svolge attività di ricerca nell’ambito della comunicazione della scienza. Proviene da una formazione in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste, in biotecnologie molecolari all’Università degli studi di Torino e in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi della stessa città. Oggi è PhD student in Science, Technology, Innovation and Media studies presso l’Università di Padova e collabora con diversi enti esterni. Il suo sito: https://camillafiz.wordpress.com/