La risposta all’immunoterapia si può leggere nel sangue

La risposta all’immunoterapia si può leggere nel sangue

Titolo originale dell'articolo: Circulating mucosal-associated invariant T cells identify patients responding to anti-PD-1 therapy

Titolo della rivista: Nature Communications

Data di pubblicazione originale: 17 marzo 2021

I livelli nel sangue di cellule MAIT, una particolare famiglia di linfociti T, potrebbero indicare in anticipo se la terapia sta funzionando

In futuro, un semplice esame del sangue potrebbe essere sufficiente per sapere in anticipo se l’immunoterapia contro il melanoma ha probabilità di successo o se è preferibile scegliere da subito un altro trattamento. Enrico Lugli, dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, e Andrea Cossarizza, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, hanno infatti scoperto, con i loro gruppi di ricerca, che i livelli misurati nel sangue di una popolazione di cellule immunitarie chiamate MAIT possono aiutare a prevedere le probabilità di risposta all’immunoterapia nei pazienti con melanoma in stadio avanzato. MAIT è l’acronimo dell’inglese: mucosal-associated invariant T. I risultati della ricerca sono stati pubblicati di recente sulla rivista Nature Communications.

L’avvento dei cosiddetti inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci immunoterapici capaci di rimuovere i blocchi che impediscono al sistema immunitario di combattere il cancro, ha consentito grandi progressi nella lotta a diverse neoplasie, in particolare contro il melanoma. Tuttavia non tutti i pazienti rispondono ai trattamenti allo stesso modo: in alcuni si osserva un’efficacia elevatissima, in altri la risposta è molto debole. I ricercatori in tutto il mondo stanno cercando di comprendere da cosa possano derivare queste differenze.

“Nel nostro caso abbiamo studiato 28 pazienti con melanoma avanzato che erano stati trattati con inibitori dei checkpoint immunitari, cercando le differenze tra quelli che avevano risposto in modo migliore e più duraturo al trattamento e quelli in cui i farmaci mostravano una minore efficacia” spiega Enrico Lugli, a capo del laboratorio di immunologia traslazionale di Humanitas. “Abbiamo scoperto che i pazienti che rispondevano meglio al trattamento avevano livelli più alti di linfociti T di tipo MAIT”.

Le cellule MAIT sono una particolare famiglia di cellule T e devono il nome al fatto di essere state individuate inizialmente nei tessuti delle mucose, come quelli del tratto intestinale e dei polmoni. In realtà sono presenti anche nel sangue e in diversi tessuti e organi, come il fegato. Agiscono come prima linea di difesa contro le infezioni, ma possono anche contribuire a malattie autoimmuni e altre sempre mediate dal sistema immunitario.

“Analizzando i nostri dati, e combinandoli con i risultati di altri studi pubblicati, a disposizione dalla comunità scientifica, abbiamo scoperto che le differenze nei livelli di MAIT erano precedenti all’inizio del trattamento. Questo ci fa pensare che siano efficaci come biomarcatori per sapere in anticipo chi con maggiore probabilità risponderà positivamente alla terapia” aggiunge Lugli.

Al momento, spiega il ricercatore, non è chiaro in che modo le cellule MAIT condizionino la risposta all’immunoterapia. Potrebbero svolgere un ruolo diretto nel contrastare il tumore, agire in modo sinergico con i farmaci o essere coinvolti in altri meccanismi ancora ignoti. Occorreranno ulteriori ricerche per capire questo aspetto e anche per raccogliere maggiori informazioni sul loro ruolo come marcatori di risposta al trattamento. Se questa capacità fosse confermata, sarebbe possibile disporre di un test semplice per scegliere per ciascun malato il trattamento con maggiori probabilità di successo. Questo approccio, inoltre, potrebbe rivelarsi valido anche per altre neoplasie, oltre al melanoma, che oggi prevedono l’impiego dei farmaci immunoterapici.

  • Autori:

    Antonino Michienzi

  • Data di pubblicazione:

    6 gennaio 2022