Con l’analisi dei geni un passo avanti nella diagnosi dei linfomi a cellule T

Lo studio di Stefano Pileri e del suo gruppo presso l'Università di Bologna ha importanti ricadute pratiche per la diagnosi e per la cura dei pazienti.

Titolo originale dell'articolo: Molecular Profiling Improves Classification and Prognostication of Nodal Peripheral T-Cell Lymphomas: Results of a Phase III Diagnostic Accuracy Study

Titolo della rivista: Journal of Clinical Oncology

Data di pubblicazione originale: 1 gennaio 1970

L'analisi dell'espressione di oltre 25.000 geni permette di definire meglio quale tipo di linfoma ha colpito i pazienti: con questa nuova classificazione è quindi possibile prevedere meglio l'evoluzione della malattia e scegliere la cura più adatta a ogni variante.

Il metodo inoltre, consente di utilizzare i campioni istologici prelevati da interventi o biopsie nella forma in cui più comunemente sono conservati, cioè fissati in formalina e inclusi in paraffina, senza doversi limitare a quelli congelati, disponibili soltanto presso pochi centri specializzati. "Questo progresso, rilevante in senso generale, diviene ancora più importante quando si studiano tumori relativamente rari, quali i linfomi T" spiega Stefano Pileri, docente di anatomia patologica all'Università di Bologna, che ha coordinato il lavoro con i fondi AIRC del programma 5 per mille: "Infatti si possono esaminare casistiche molto ampie attingendo all'archivio di qualsiasi struttura di anatomia patologica".

Per verificare l'attendibilità del metodo i ricercatori dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna lo hanno messo alla prova sul materiale proveniente da 244 pazienti: i risultati, pubblicati sul Journal of Clinical Oncology, ne hanno confermato l'affidabilità rispetto alle tecniche tradizionali, permettendo di classificare meglio i casi in relazione alla loro prevedibile evoluzione. "Il lavoro ha consentito di definire in maniera netta i limiti fra le principali varietà di linfoma T (a cellule non altrimenti specificate, angioimmunoblastico e a grandi cellule anaplastiche), limiti non sempre chiari utilizzando le metodiche di indagine convenzionale" prosegue Pileri. "Tale distinzione ha importanti ricadute prognostiche perché permette di riconoscere le forme più aggressive, per il trattamento delle quali esiste un anticorpo, chiamato anti-CD30".

Infine, riducendo il numero di geni necessari per la diagnostica molecolare, è stato sviluppato e brevettato un apposito chip che può essere facilmente utilizzato per la diagnosi in tutti i laboratori.

  • Autori:

    Agenzia Zadig

  • Data di pubblicazione:

    1 agosto 2013