Colpire il tumore al cervello passando dall’intestino

Ultimo aggiornamento: 25 agosto 2026

Colpire il tumore al cervello passando dall’intestino

Titolo originale dell'articolo: Muribaculum intestinale negatively impacts glioma growth in mice through the toll-like receptor 2

Titolo della rivista: Microbes

Data di pubblicazione originale: 30 gennaio 2026

La scoperta di un batterio intestinale che influenza l’attività del sistema immunitario nel cervello apre nuove direzioni di ricerca per la cura del glioblastoma.

La difficoltà di sviluppare nuove terapie contro il glioblastoma ha spinto a cercare soluzioni non solo nel cervello, dove si sviluppa questo tumore, ma anche nel resto del corpo. Tra i batteri che popolano l’intestino, il gruppo di ricerca coordinato da Cristina Limatola, dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha individuato una specie microbica in grado di stimolare l’attività del sistema immunitario e contrastare la crescita del glioblastoma. I risultati dello studio, pubblicati sulla rivista Gut Microbes e ottenuti anche grazie al sostegno di Fondazione AIRC, sono emersi in esperimenti condotti con animali di laboratorio e potrebbero aprire nuove prospettive terapeutiche.

Nonostante sia il tumore più frequente tra quelli che insorgono nel cervello, il glioblastoma continua a essere un tipo di cancro difficile da curare per diverse ragioni. Le principali riguardano il fatto che la malattia si sviluppa in un’area del corpo molto delicata e che, per raggiungere il cervello, i medicinali devono essere in grado di superare una serie di ostacoli. Uno dei principali è la barriera ematoencefalica, una struttura la cui funzione è filtrare in modo selettivo tutto ciò che può entrare in contatto con il sistema nervoso, impedendo il passaggio alle sostanze potenzialmente nocive. Tale selezione si applica anche a molti farmaci antitumorali che, se potessero attraversare la barriera, potrebbero potenzialmente funzionare anche contro il glioblastoma. Inoltre, questo è considerato un tumore “freddo”, perché riesce a sopprimere la risposta antitumorale del sistema immunitario. Per questi e altri motivi le cure esistenti hanno un’efficacia limitata e non sono molto cambiate negli ultimi anni. I trattamenti di riferimento per i pazienti con glioblastoma consistono in operazione chirurgica, radioterapia e chemioterapia, a base di temozolomide.

Negli ultimi 15 anni circa alcuni ricercatori hanno iniziato a considerare e comprendere meglio l’effetto di stimoli esterni sull’attività cerebrale, che potrebbero essere utili anche nell’ambito della ricerca oncologica. Sembra particolarmente rilevante e promettente la scoperta dell’esistenza dell’asse intestino-cervello, che permette a queste due aree del corpo di comunicare e influenzare a vicenda il proprio comportamento, attraverso un complesso sistema di segnali. A ciò concorrono anche variazioni degli equilibri nelle popolazioni di batteri e altri microrganismi nell’intestino, che compongono il microbiota, e che quindi possono influenzare indirettamente il comportamento di alcune cellule del sistema nervoso centrale, tra cui quelle del sistema immunitario.

Dopo essersi occupata di questi temi per diversi anni, Limatola racconta che questo studio recente è nato da una semplice domanda: “ci sono delle differenze tra il microbiota di un organismo sano e uno con glioblastoma?”. Per trovare una risposta, ricercatrici e ricercatori hanno provato a paragonare la composizione dei microrganismi dell’intestino di animali di laboratorio con e senza glioblastoma. Così, hanno osservato che quando erano presenti alti livelli di un particolare batterio, il Muribaculum intestinale, diminuivano le dimensioni del tumore e si modificava il funzionamento del sistema immunitario. Isolato originariamente dall’intestino di un topo, “come suggerisce il nome stesso, il Muribaculum intestinale è un batterio proprio del microbiota murino” spiega Limatola.

“La presenza di questo batterio sembra promuovere l’attivazione di cellule del sistema immunitario, come i linfociti T CD8+, che possono ridurre la crescita del tumore” aggiunge. “Abbiamo poi capito che il batterio riesce a produrre questo effetto attivando il recettore TLR2 dei linfociti T.” Il gruppo ha quindi provato ad aumentare la presenza del batterio e ha osservato un aumento della risposta antitumorale del sistema immunitario e una riduzione delle dimensioni del glioblastoma.

 “Il gene TLR2 potrebbe essere un bersaglio molecolare per possibili nuove terapie per i pazienti con glioblastoma. Come per tutte le nuove molecole per la cura di questo tumore, il primo passo verso l’introduzione in clinica sarà provare la somministrazione, insieme al temozolomide.” Dapprima in ulteriori studi preclinici, poi eventualmente si passerà alle sperimentazioni cliniche, fondamentali per valutare l’efficacia di questo possibile approccio di cura. Nel frattempo, il gruppo di Limatola sta continuando a studiare il microbiota. Questa volta, con l’obiettivo di trovare nuovi strumenti per prevedere lo sviluppo del glioblastoma.

Referenza

  • Camilla Fiz

    Scrive e svolge attività di ricerca nell’ambito della comunicazione della scienza. Proviene da una formazione in comunicazione della scienza alla SISSA di Trieste, in biotecnologie molecolari all’Università degli studi di Torino e in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi della stessa città. Oggi è PhD student in Science, Technology, Innovation and Media studies presso l’Università di Padova e collabora con diversi enti esterni. Il suo sito: https://camillafiz.wordpress.com/