La storia di Heinz Peter

Finanziare un My First AIRC Grant per sostenere la ricerca sul cancro e dare spazio ai giovani, alla loro energia e capacità di innovazione.

Heinz Peter Hager è uno dei professionisti più noti di Bolzano. Commercialista, a capo di uno studio che offre consulenze per imprenditori e aziende che si muovono soprattutto nel settore immobiliare e delle energie rinnovabili, non di rado esso stesso imprenditore immobiliare. 

Una fama di duro che però si scioglie in un attimo, appena entra nella stanza in cui lo stiamo aspettando. Saluta cordialmente e riempie per tutti i bicchieri d’acqua che stanno sul tavolo. 

«Da dove cominciamo?». Dall’inizio. «Io sono cresciuto a Bolzano, ho fatto lì tutte le scuole per trasferirmi prima a Padova e poi a Venezia». 

A Ca’ Foscari si laurea in Economia Aziendale e a quel punto occorre decidere: iniziare a lavorare a Milano o tornare in Alto Adige? «Ho scelto di tornare a Bolzano con l’obiettivo di diventare importante in provincia, poi andare a Milano». 

La scelta si è rivelata azzeccata: oggi Hager guida uno studio che ha sedi a Milano e Roma, oltre che a Bolzano; conta un centinaio tra dipendenti, collaboratori e partner; i suoi interventi sono il lievito che rende possibile affari milionari. 

La ragione per cui ci troviamo nel suo studio, però, non è il suo lavoro. 

Bensì la scelta che Hager ha maturato un anno fa: quella di dare un contributo determinante per sostenere un My First Airc Grant, un finanziamento grazie al quale ricercatori al di sotto dei 40 anni possono avviare una propria ricerca indipendente.

«Mi ha spinto un certo senso di responsabilità civile. Ritengo che se hai avuto la fortuna di avere successo nella vita è giusto che tu faccia partecipare anche gli altri al tuo successo. L’altro motivo che mi ha molto ispirato è che con questa iniziativa è possibile aiutare i giovani. Quando arrivi a una certa età - e non mi sento per niente vecchio, precisiamolo - è molto importante dare una mano ai giovani: sono loro il futuro; è in loro l’energia per l’innovazione. La terza ragione è la soddisfazione personale, una soddisfazione che è molto diversa da quella che si prova nel far bene il proprio lavoro. Grazie a questa donazione io vedo che con il successo che ho avuto e ho con il mio lavoro posso aiutare altri ad avere successo. E questa è una grande soddisfazione».

Quello di Hager è un impegno importante non soltanto per l’entità dell’importo, ma per la sua durata: 5 anni. «Sono un’ottimista realistico», dice, ammettendo che nella sua scelta di donare un peso decisivo è stato svolto dal know how messo in campo da AIRC nell’allocazione delle risorse. «Io non sono in grado di valutare se un progetto o un ricercatore merita di essere sostenuto. Io so fare altre cose e quindi avere AIRC che fa questo lavoro di selezione e monitoraggio è molto importante. La serietà di AIRC per me è una garanzia». 

Hager ha anche attraversato un’esperienza di cancro. Circa 10 anni fa, a 50 anni, sulla cresta dell’onda professionale, riceve per caso una diagnosi di tumore neuroendocrino pancreatico, una neoplasia abbastanza rara. «Io sono sempre cresciuto nell’ottica dell’infallibilità e dell’efficienza umana. Avevo 50 anni, una vita di successo e mi sentivo benissimo. Nonostante ciò avevo una malattia grave. A quel punto ho avuto coscienza che nella vita esiste anche la malattia e ho dovuto fare i conti con questo limite». 

L’esperienza del cancro è ormai alle spalle. Ma ha lasciato una traccia indelebile nella mente di Hager, anche se - ci tiene a precisare - non ha inciso in alcun modo nella scelta di donare alla ricerca contro i tumori. «Vedo anche una positività in questa esperienza - spiega - perché mi ha fatto rendere conto di alcune cose che io, nel mio mondo immaginario, avevo sempre escluso: che esiste la malattia, che ogni giorno è un giorno importante, che il fatto di star bene non è scontato». 

Hager nei mesi scorsi ha anche incontrato il ricercatore beneficiario della sua donazione, Luca Azzolin. Trentaquattro anni, Azzolin, a Padova sta cercando un modo per scardinare un grave tumore del fegato.

«Mi è piaciuto il suo grande entusiasmo, la grande voglia di trovare delle soluzioni che possano aiutare chi è malato e chi rischia di ammalarsi. Si vede che lo fa senza porsi condizioni o limiti. E questo secondo me è un gran bell’atteggiamento». 

Certo, precisa, «se qualcuno mi chiedesse se è un bravo ricercatore io non saprei rispondere, ma per fortuna c’è AIRC a valutare questo aspetto. Una cosa è certa: ho visto la persona, il suo atteggiamento, l’entusiasmo che esprime, la voglia che ha di fare. E di più non puoi avere». 

Lo lasciamo tornare al suo lavoro, ma prima di salutarci gli chiediamo di fugarci un dubbio: «Perché uno come lei, che di certo non ha bisogno di visibilità, è stato disponibile a quest’intervista?» 

Sorride. «Di certo non per farvi dire che sono bravo perché ho fatto questa donazione. Vorrei che le persone che leggono questa storia iniziassero a riflettere e a chiedersi “Perché non lo faccio anch’io?”. Il cancro è una sfida difficile ma non un problema irrisolvibile. Occorre che chi può dia una mano affinché meno persone si ammalino e soffrano».