Trombosi legata al cancro: quanto ne sanno i pazienti?

Ultimo aggiornamento: 28 luglio 2022

Trombosi legata al cancro: quanto ne sanno i pazienti?

I risultati di un sondaggio europeo hanno messo in luce uno scarso livello di informazione nella maggior parte dei pazienti oncologici sul rischio di trombosi e su come ridurlo.

I pazienti con una diagnosi di tumore hanno una probabilità 4-5 volte più elevata di soffrire di trombosi rispetto alla popolazione generale. Eppure meno del 30 per cento di loro è consapevole di questo aumentato rischio. Il dato, poco incoraggiante, è emerso da un sondaggio effettuato in sei Paesi europei e coordinato dalla European Cancer Patient Coalition (ECPC), i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Cancer Treatment and Research Communications.

L’associazione tra tumore e trombosi è nota in medicina da oltre 150 anni, tanto che la si definisce anche sindrome di Trousseau, dal nome del medico francese che per primo la descrisse nel 1860 circa” spiega Anna Falanga, prima autrice dell’articolo, nonché professoressa di ematologia all’Università Bicocca di Milano e a capo del Dipartimento di immunoematologia e medicina trasfusionale e del Centro di trombosi ed emostasi all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

 

Dato che si tratta di un rischio noto da tempo, viene da chiedersi perché sia ancora così poco conosciuto tra chi soffre di tumore e a volte poco considerato anche dai medici.

“Le ragioni sono molte, tra queste anche il fatto che a partire dalla seconda metà del secolo scorso il tema è stato affrontato soprattutto nei laboratori di ricerca. Questo ha permesso di scoprire i meccanismi alla base della trombosi associata al cancro e la capacità del tumore di produrre sostanze che attivano la coagulazione. Allo stesso tempo il tema è rimasto lontano dalla clinica” aggiunge Falanga.

Solo negli anni Novanta del secolo scorso e all’inizio degli anni 2000 sono stati pubblicati i risultati di studi clinici e si è cominciato a conoscere meglio l’armamentario di farmaci antitrombotici che potevano essere usati nei pazienti oncologici. Soprattutto, i nuovi dati hanno attirato l’attenzione anche degli oncologi e degli ematologi.

Il sondaggio, in breve

I Paesi in cui il sondaggio messo a punto dalla ECPC è stato effettuato sono Italia, Francia, Germania, Grecia, Regno Unito e Spagna, per un totale di 1.365 soggetti coinvolti, tra i quali si annoverano sia pazienti oncologici sia caregiver (le persone che si prendono cura dei malati). Oltre ai dati generali descritti nell’articolo, nel rapporto completo sono stati presentati i dati per ciascuna delle nazioni coinvolte.

Per quanto riguarda l’Italia, che ha contribuito al sondaggio con le risposte fornite da 246 persone, il 73 per cento dei pazienti e caregiver ha dichiarato di non essere a conoscenza del fatto che esista un rischio maggiore di trombosi legato proprio alla malattia o ai trattamenti a essa collegati. In un caso su 4 (24 per cento) la consapevolezza dell’aumento del rischio è arrivata solo dopo la scoperta di avere una trombosi. “Questi risultati sono in linea con quanto emerso negli altri Paesi coinvolti” spiega Falanga.

Sempre in base ai risultati del sondaggio, coloro che erano al corrente del rischio aumentato di trombosi hanno dichiarato di aver ricevuto informazioni orali in merito dai medici, spesso da quelli ospedalieri (11 per cento), mentre nel 6 per cento dei casi le informazioni sono arrivate attraverso ricerche personali, in genere online.

“Il tumore e le terapie anti-tumorali portano con sé numerosi effetti collaterali che incidono sulla salute e la trombosi potrebbe sembrare un problema minore. In realtà non è così: prestare attenzione a questa complicanza può migliorare la qualità di vita e la prognosi dei pazienti” commenta l’esperta, ricordando che oggi esistono strategie efficaci per prevenire e curare la trombosi associata al tumore.

Conoscere

Quali sono quindi i fattori di rischio che aumentano le probabilità di sviluppare un trombo, e quanto sono noti ai pazienti e ai loro caregiver? Senza dubbio l’inattività è associata a un rischio più alto di trombosi, e questo è in qualche misura noto alla maggior parte delle persone, incluso l’89 per cento dei partecipanti al sondaggio.

Meno noti si sono dimostrati altri fattori di rischio, come per esempio una precedente trombosi (83 per cento), la chirurgia o la chemioterapia per il tumore (75 per cento per ciascuna delle voci), un tumore in stadio avanzato (62 per cento) e la radioterapia (52 per cento).

“Non dimentichiamo poi che l’associazione con il rischio di trombosi varia anche a seconda del tipo di tumore” aggiunge Falanga, spiegando che il rischio è più alto per i pazienti affetti da tumori del cervello, del pancreas o dello stomaco, che sono però poco comuni. “In effetti la maggior parte dei casi di trombosi da cancro che vediamo in ospedale si verifica in persone con tumori più comuni, per i quali l’associazione è meno forte, ma comunque presente, come per esempio quelli di mammella e prostata” precisa.

Riconoscere

Conoscere i segni della malattia rappresenta senza dubbio un primo fondamentale passo verso una diagnosi precoce. Eppure non sempre i pazienti e i loro caregiver sanno quali sono i campanelli d’allarme della trombosi, ai quali prestare maggiore attenzione.

Tra i più noti si possono citare:

  • gonfiore di gambe, caviglie o piedi;
  • sensazione di calore e pesantezza alle gambe;
  • rossore o cambiamenti di colore della pelle a livello di gambe o braccia;
  • dolore o crampi, spesso al polpaccio.

“Una conseguenza della trombosi degli arti inferiori è l’embolia polmonare, che si verifica quando il trombo si rompe e un frammento arriva al polmone, ostruendo un vaso sanguigno” dice Falanga. Attenzione quindi anche a fiato corto, dolore al petto e battiti irregolari, che potrebbero essere segni della presenza di embolia.

Prevenire

In caso di trombosi è comunque possibile intervenire con farmaci mirati che aiutino a sciogliere i coaguli, ma la strategia migliore resta anche in questo caso la prevenzione.

Ecco alcune delle azioni più efficaci per prevenire la trombosi o comunque ridurre il rischio di svilupparla:

  • fare una passeggiata;
  • mantenere un buon livello di idratazione;
  • indossare calze compressive;
  • smettere di fumare;
  • fare stretching degli arti inferiori;
  • muovere i piedi.

In caso di qualsiasi dubbio, la soluzione migliore resta sempre quella di rivolgersi al proprio oncologo o medico di famiglia.

  • Agenzia ZOE