Se la cura funziona, la cellula dimagrisce

Se la cura funziona, la cellula dimagrisce

Un gruppo di ricercatori americani ha ideato un modo singolare per capire se un certo paziente trarrà beneficio o meno dalla terapia con uno specifico farmaco: misurare la massa di ogni singola cellula.

Tumori dello stesso tipo, apparentemente identici, possono comportarsi in modo molto diverso: un farmaco in grado di distruggere un cancro può essere anche totalmente inefficace contro un altro. I ricercatori stanno perciò studiando strategie per prevedere se il tumore di un paziente sia sensibile o resistente a uno specifico agente terapeutico. Lo scopo di questo tipo di ricerche è rendere più precise le cure, evitando di esporre inutilmente i malati a un medicinale e ai suoi effetti collaterali.

I ricercatori del celebre Massachusetts Institute of Technology (MIT) e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston hanno pensato di pesare singolarmente le cellule tumorali messe in incubazione con il farmaco, alla ricerca di piccole variazioni nella massa delle cellule trattate. L’ipotesi è che tali variazioni possano riflettere la probabilità che la cura funzioni nel paziente.

Prove sul glioblastoma

Lo studio si è focalizzato sul glioblastoma, il più aggressivo tra i tumori del cervello, che in Italia colpisce ogni anno circa 3.000 persone ed è purtroppo ancora difficile da curare. Tuttavia, la radioterapia e la chemioterapia possono prolungare la sopravvivenza dei pazienti per 1-2 anni. Il farmaco più usato per trattare il glioblastoma, la temozolomide, è però efficace solo nella metà dei casi, per cui oggi per prevedere la risposta dei pazienti si utilizza un marcatore genetico. A chi non è sensibile alla temozolomide possono essere proposti altri farmaci già disponibili o terapie sperimentali nell’ambito di studi clinici. Data l’aggressività e velocità di progressione del glioblastoma, “con questa malattia non si ha molto tempo per fare aggiustamenti. Quindi se si assume per sei mesi un farmaco inefficace si perde tempo prezioso” spiega Keith Ligon, il coordinatore della ricerca all’Università di Harvard. “Il tipo di test che abbiamo sviluppato potrebbe accelerare il processo di conoscenza e aiutare a prendere una decisione”.

I ricercatori hanno messo in coltura delle neurosfere (piccoli ammassi di cellule) ottenute a partire da biopsie di pazienti con glioblastoma, prima e dopo il trattamento col farmaco. Usando una tecnica particolare, sono andati a misurare, in tempi diversi, la massa di circa 2.000 cellule isolate dalle neurosfere. Hanno così visto che, misurando la differenza di massa tra le cellule prima e dopo l’esposizione alla temozolomide, potevano prevedere in modo accurato se i pazienti avevano risposto o meno alla chemioterapia.

Questa strategia potrebbe essere usata anche per altri tumori e altri farmaci. “Idealmente si potrebbe testare il farmaco con cui un paziente potrebbe essere trattato con maggiore probabilità, ma il test potrebbe essere usato anche per il piano di riserva: per terapie di prima, seconda e terza linea o diverse combinazioni di farmaci” conclude Ligon.

  • Autori:

    Agenzia ZOE

  • Data di pubblicazione:

    29 novembre 2021