Ultimo aggiornamento: 21 novembre 2024
Con la storia dello scienziato premio Nobel per la medicina inauguriamo una nuova rubrica, curata da Massimo Temporelli e dedicata alle vite di coloro che hanno dato un contributo particolarmente significativo alla ricerca sul cancro.
È davvero impossibile riassumere la storia e l’opera di un grande scienziato in poche pagine, ma qui proveremo a ripercorrerne i passaggi cruciali, e a ricavare da 5 momenti della sua vita 5 regole che rappresentino una guida per raggiungere grandi risultati.
Dulbecco finì il liceo classico in Liguria a 15 anni, due anni in anticipo rispetto alla norma dell’epoca, e avrebbe potuto iscriversi a qualunque facoltà. Infatti, da ragazzo aveva dimostrato di essere bravo in tutto, dalle materie più tecniche, come la nascente elettronica, alla letteratura, dalla fisica alla matematica. Dopo lunghe riflessioni, però, perdite dolorose che segnarono la sua vita e quella della sua famiglia, come la morte del fratello avvenuta prima che lui nascesse, lo spinsero a dedicarsi alla medicina: “Mi accorgevo della debolezza della medicina, della sua difficoltà nel combattere malattie serie come la polmonite e della sua impotenza di fronte a patologie ancor più gravi, come i tumori. Quelle esperienze certo ebbero un ruolo importante nella mia carriera”.
E così nel 1930, all’età di 16 anni, Dulbecco si trovò a Torino, iscritto alla Facoltà di medicina e chirurgia, dove si laureò a pieni voti nel 1936 con una tesi sulle alterazioni del fegato. La dissertazione, di cui lui pur non fu molto soddisfatto, gli valse premi e borse di studio. La carriera scientifica di un grande genio poteva iniziare!
Studiando la storia di Renato Dulbecco, emerge chiaramente l’importanza dei maestri. Nel caso del nostro protagonista parliamo in particolare di Giuseppe Levi, professore di anatomia all’Università di Torino, che tra i suoi allievi ebbe, in quegli anni, ben 3 premi Nobel: Rita Levi Montalcini, Salvador Luria e naturalmente Renato Dulbecco.
Insieme alle conoscenze, Levi trasmise ai suoi allievi passione, metodo, curiosità e dedizione, caratteristiche senza le quali non sarebbe stato possibile raggiungere vette straordinarie, come quelle cui arrivarono Dulbecco e i suoi due compagni.
Fin da giovanissimo, il futuro premio Nobel ebbe un approccio multidisciplinare ed eco-sistemico alla scienza. Una visione che nel XX secolo era tutt’altro che scontata: “I libri di testo descrivevano i sistemi separati, le ossa, i muscoli, i nervi, le vene, le arterie e tutti gli organi interni, come se non fossero parte dello stesso corpo, ma fini a se stessi. Io invece organizzavo degli appunti scritti, che poi imparavo, in cui connettevo tutte le varie parti. Per me era molto più facile pensare a un osso con un muscolo attaccato, con un nervo decorrente tra di essi, con un’arteria e le vene alla superficie del muscolo, piuttosto che a ciascun elemento separatamente”.
Oggi sappiamo che questa capacità di vedere le cose come parte di un unico universo, questo approccio generalista e non riduzionista può davvero fare la differenza, fuori e dentro i laboratori scientifici.
Dulbecco ebbe una vita ricca di avventure. Dopo la laurea e le prime esperienze come ricercatore, partecipò alla Seconda guerra mondiale, impegnato sul terribile fronte russo, e, tornato in Italia, si unì ai movimenti antifascisti, prendendo poi parte attiva alla vita politica nel dopoguerra.
Per nostra fortuna riprese a dedicarsi alla scienza, contribuendo a una rivoluzione incredibile, quella della biologia molecolare e della genetica. In quegli anni iniziò a usare le radiazioni elettromagnetiche per studiare il comportamento delle cellule e, per approfondire gli effetti biologici delle radiazioni, si iscrisse al corso di fisica in modo da costruirsi gli strumenti necessari per mettere alla prova le proprie idee.
Nel 1947, su proposta di Salvador Luria, Dulbecco si trasferì negli USA, prima all’Università dell’Indiana e poi in California al Caltech, ottenendo da subito grandi risultati. Nel 1962, si spostò al neonato Salk Institute di San Diego. Proprio in questi laboratori, a partire dalla metà degli anni Sessanta, Dulbecco con il suo team avrebbe compreso i legami tra il DNA, i geni e i tumori di origine virale, studi che lo portarono a vincere il premio Nobel in medicina e fisiologia nel 1975.
Per molti ricercatori si tratta del coronamento di una carriera, ma i grandi scienziati trasformano i propri podi in trampolini. Renato Dulbecco sapeva che gli studi sui geni avrebbero potuto essere utilizzati per combattere molte forme patologiche della nostra biologia e per questo decise di lanciare, nel 1986, una sfida visionaria a tutta la comunità scientifica: sequenziare e catalogare sistematicamente tutti i geni umani.
Ogni tanto pensare in grande, alzare l’asticella e sfidare l’impossibile è utile, questo ci insegna Dulbecco. Infatti, quello che sembrava all’epoca un obiettivo troppo ambizioso, nel 2003 è stato raggiunto. Grazie alla visione di Dulbecco, il progetto Genoma Umano ha avuto un impatto profondo sulla biologia e sulla medicina, fornendo strumenti e conoscenze che hanno portato a importanti scoperte sulla funzione dei geni, sulle malattie genetiche e sulle potenziali terapie.
Massimo Temporelli