La haute couture della terapia contro il cancro del seno

La haute couture della terapia contro il cancro del seno

Proprio come un abito sartoriale tagliato su misura per la donna che deve indossarlo, il modello di previsione delle ricadute e delle metastasi messo a punto da un gruppo di ricercatori dell’IEO, con il sostegno di Fondazione AIRC, potrebbe aiutare i medici a stabilire l’intensità della cura nel modo più personalizzato possibile.

Un nuovo algoritmo basato sull’analisi combinata di caratteristiche genetiche e caratteristiche cliniche potrebbe permettere di personalizzare sempre di più la terapia nelle donne con tumori mammari di tipo luminale, categoria cui appartengono i tre quarti di tutti i tumori al seno. Lo hanno messo a punto i ricercatori del Programma di Novel Diagnostics dell’Istituto europeo di oncologia (IEO), guidati da Pier Paolo di Fiore e Salvatore Pece, rispettivamente direttore e vice direttore del programma.

I dati che confermano l’efficacia del sistema sono stati presentati la scorsa settimana al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il più importante meeting internazionale di oncologia medica, che si svolge generalmente a Chicago e che quest’anno, per via della pandemia di COVID-19, si è tenuto in forma virtuale.

Scelte individuali

Il nuovo strumento sembra essere in grado di predire il rischio individuale di metastasi e potrebbe quindi orientare le scelte terapeutiche per la singola paziente, evitando di prescrivere trattamenti eccessivi o, viceversa, non sufficienti, nella fase post-chirurgica, quella della terapia adiuvante. La ricerca che ha consentito la sua messa a punto è stata sostenuta da Fondazione AIRC.

“L’algoritmo si basa sulla combinazione di un predittore genomico: un insieme di 20 geni che formano una ‘firma molecolare’, chiamata StemPrintER, che noi stessi abbiamo scoperto e validato un anno fa, con due parametri clinici: stato dei linfonodi e dimensione del tumore” spiega Di Fiore. “In sostanza abbiamo creato un nuovo modello di rischio, che associa dati clinici e dati genomici. Abbiamo testato il modello su oltre 1.800 pazienti arruolate all’IEO e abbiamo dimostrato che la sua capacità di stimare il rischio reale di sviluppare una recidiva fino a 10 anni è superiore rispetto agli strumenti comunemente usati nella pratica clinica.”

Una spia della staminalità

La messa a punto di insiemi di marcatori genetici in grado di predire il rischio di metastasi tumorali è un campo in rapida espansione: oggi esistono già diversi prodotti in commercio che hanno messo insieme geni diversi, sulla base di studi che tendono a dare maggior peso a una mutazione piuttosto che a un’altra.

Il biomarcatore individuato da IEO è però il primo strumento capace di indicare il grado di staminalità presente nel tumore mammario primario” spiega Di Fiore. Le cellule staminali sono essenziali per la formazione delle metastasi e sono anche alla base della resistenza alla chemioterapia nei tumori del seno.

Altri studi condotti dal gruppo dell’IEO hanno dimostrato che, se le cellule del tumore al seno hanno un elevato numero di caratteristiche staminali, la malattia è più aggressiva. Questo è vero anche nel caso in cui, all’esame istologico, il campione prelevato durante la biopsia o il tumore rimosso con l’operazione chirurgica ha lo stesso aspetto di forme meno aggressive. Le caratteristiche di staminalità sono infatti conferite dalle mutazioni genetiche che i test come quello presentato ad ASCO cercano di individuare.

I risultati presentati ad ASCO di un secondo studio, sempre sostenuto da Fondazione AIRC, hanno dimostrato che la predizione della prognosi, e la conseguente scelta della cura migliore per il tumore del seno, è più efficace se si basa proprio sulla conoscenza della staminalità delle cellule tumorali.

“Il nostro modello si può applicare sia alle pazienti con linfonodi negativi sia a quelle con pochi (da uno a tre) linfonodi positivi, che rappresentano il gruppo che ha più bisogno di una predizione accurata del rischio di recidiva” spiega Salvatore Pece. “Sono loro, infatti, che in alcuni casi potrebbero essere curate con altrettanta efficacia con chemioterapie meno aggressive, limitando quindi i relativi effetti collaterali. D’altro canto non si deve trascurare il rischio di sviluppare una recidiva a distanza di anni.”

Secondo i ricercatori, questo strumento diventerà presto uno standard per fare prognosi più accurate nel tumore al seno e consentirà di dare a ciascuna paziente la terapia più adeguata e specifica, nel contesto di una medicina sempre più personalizzata.

  • Autori:

    Agenzia Zoe

  • Data di pubblicazione:

    15 giugno 2020