Ultimo aggiornamento: 24 marzo 2026

Mentre i dati degli studi più recenti confermano che gli alimenti ultraprocessati favoriscono l’emergere dei tumori, aumenta il consumo di questi cibi, anche nel nostro Paese.
Sempre più dati mostrano che i cibi ultraprocessati, basati cioè su ingredienti di basso valore nutrizionale ma molto energetici (come grassi saturi e sciroppo di glucosio-fruttosio) e ricchi di additivi (come coloranti ed esaltatori di sapidità), aumentano il rischio di cancro, in particolare del tumore del colon-retto. Purtroppo, però, il consumo di questi cibi è in aumento, anche nelle popolazioni di Paesi come il nostro, che tradizionalmente adottano la dieta mediterranea, indicata come la più salutare dalle linee guida per la prevenzione oncologica.
Il legame tra alimentazione industriale e tumore del colon-retto è ormai un dato consolidato. Le evidenze epidemiologiche indicano da anni un’associazione tra consumo di cibi processati e ultraprocessati, in particolare carni lavorate e prodotti ad alta densità energetica, e aumento del rischio di cancro colorettale, una delle neoplasie più diffuse nei Paesi occidentali.
A rafforzare questo quadro, a novembre 2025 la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato una serie di articoli sul tema. Gli autori hanno in particolare sottolineato l’aumento globale della disponibilità e del consumo di questi alimenti e la loro associazione a problemi di salute in aumento: non solo obesità, ma anche diabete, malattie cardiovascolari e diversi tipi di tumori dell’apparato digerente. In questo contesto è particolarmente rilevante un articolo pubblicato sulla rivista JAMA Oncology, in cui i ricercatori definiscono i cibi ultraprocessati come prodotti industriali “nuovi”, spesso di marca, arricchiti con additivi cosmetici come coloranti, edulcoranti ed emulsionanti e basati su ingredienti a basso costo, quali oli idrogenati, isolati proteici, sciroppi di glucosio o fruttosio. I risultati riportati nell’articolo mostrano che le donne sotto i 50 anni con il più alto consumo di questi alimenti hanno un rischio maggiore del 45% rispetto alle altre di sviluppare polipi intestinali, lesioni benigne che possono evolvere nel tempo in cancro del colon-retto. Questi dati indicano dunque che occorre fare attenzione a come ci si nutre anche in una fase della vita che in precedenza era considerata a basso rischio oncologico. Inoltre, mettono in discussione l’idea che gli effetti degli alimenti ultraprocessati si manifestino solo in un periodo di vita più lungo.
Un altro dato rilevante è emerso da uno studio realizzato dall’Unità di epidemiologia e prevenzione dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (IS), con il sostegno della Fondazione AIRC. I dati, appena pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, hanno mostrato che il consumo elevato di cibi ultraprocessati favorisce l’aumento della mortalità, sia per tumore sia per altre cause, nelle persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore, rispetto a chi invece, pur nella stessa condizione di salute, segue un’alimentazione più salutare.
La dieta in Italia sta cambiando: si consumano meno cereali tradizionali e più snack, più dolci e più alimenti ultraprocessati. Uno studio pubblicato ad agosto 2025 sulla rivista Frontiers in Nutrition ha analizzato 15 anni di consumi alimentari in Italia, dal 2005-2006 al 2018-2020. I risultati hanno evidenziato aumenti a 2 cifre nel consumo di questi prodotti in soli vent’anni, con picchi elevati in particolare tra gli anziani maschi. È aumentato anche il consumo di bevande zuccherate e di alcolici diversi da vino e birra, mentre si è ridotta la popolarità di alimenti simbolo della tradizionale cucina italiana, tra cui pane, pasta e riso (-16%), patate, cereali integrali e, in parte, legumi. Sul fronte delle proteine animali, sono scesi carne rossa, uova e latticini, mentre è cresciuto il consumo di pollame e leggermente quello di pesce, con forti differenze per genere ed età.
In 15 anni, il contributo energetico degli alimenti ultraprocessati è quasi raddoppiato, pur a fronte di un aumento modesto delle quantità consumate. In particolare, nel periodo dal 2018 al 2020 questi hanno rappresentato solo il 6% del consumo totale in peso, ma hanno fornito il 23% dell’energia quotidiana. Un dato che racconta bene la natura di questi prodotti: apparentemente leggeri ma ipercalorici.
I ricercatori hanno utilizzato due indici complementari per valutare la qualità della dieta: l’AIDGI, con cui si misura l’aderenza alle Linee guida nutrizionali italiane, e il WISH 2.0 (World Index for Sustainability and Health), con cui si valuta sia la salubrità sia la sostenibilità ambientale. A questi hanno affiancato una stima del consumo di alimenti ultraprocessati, considerati un indicatore chiave di bassa qualità nutrizionale. Il risultato complessivo è tutt’altro che rassicurante: i punteggi medi di aderenza alle raccomandazioni si fermano attorno al 50% del massimo teorico, segnalando ampi margini di miglioramento. E, nel tempo, la situazione sembra migliorata solo per una parte della popolazione. Tra l’altro, come mostrano i dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto superiore di sanità, solo il 7% di chi risiede in Italia consuma le 5 porzioni di frutta e verdura consigliate giornalmente.
La risposta sta nei loro ingredienti e nella loro progettazione industriale. Si tratta infatti di alimenti che non sono semplici versioni “pronte” dei cibi fatti in casa. Rispetto ai prodotti freschi sono poveri di vitamine, di microbi utili per il microbiota e di altri elementi nutrizionali importanti. Per contro contengono numerosi conservanti e altri additivi, tra cui emulsificanti e aromi. Le loro consistenze sono studiate appositamente per renderli più appetibili, insieme a colori, profumi e sapori. Questi elementi fanno sì che ogni morso stimoli il rilascio di dopamina e quindi si attivi il sistema di ricompensa cerebrale, facendo provare un piacere intenso. Il ricordo di queste sensazioni spinge poi a ricercare di riprodurle, mangiandone nuovamente anche quando non abbiamo fame. In effetti, un piccolo studio condotto con giovani adulti, pubblicato nel 2025 sulla rivista Obesity, ha mostrato che, dopo una dieta ricca di questi cibi, si tende a consumare più snack e a mangiare di più ai buffet, un comportamento automatico e quasi inconscio.
Uno degli aspetti più critici chiariti dallo studio su Frontiers in Nutrition ha importanti implicazioni per gli aspetti regolatori e sulle linee guida. Nelle attuali raccomandazioni nutrizionali delle principali agenzie di salute pubblica non vi è una distinzione precisa e netta tra alimenti minimamente processati e ultraprocessati. Di conseguenza, una dieta può risultare “formalmente adeguata” pur includendo una quota crescente di prodotti industriali ad alta densità energetica. Secondo gli autori, questo limite rischia di mascherare il peggioramento reale della qualità della dieta, soprattutto in Paesi mediterranei come l’Italia, dove il consumo di cibi ultraprocessati è storicamente più basso ma in rapido aumento.
Per contrastare il consumo di questi alimenti, quindi, i governi e le agenzie internazionali di salute pubblica potrebbero definire meglio di che prodotti si tratta, per un migliore monitoraggio. Ciò potrebbe aiutare a promuovere comportamenti alimentari più virtuosi, per esempio acquistare più prodotti freschi, cucinare maggiormente in casa, assumere più vegetali, prediligere merende con frutta e frutta secca, evitare bevande zuccherate e leggere le etichette quando si fa la spesa per scegliere i cibi più salutari.
I cibi ultraprocessati sono prodotti industriali realizzati con ingredienti di basso valore nutrizionale, come grassi saturi e sciroppi di glucosio-fruttosio, e arricchiti con additivi come coloranti, edulcoranti ed emulsionanti. Sono spesso molto energetici e progettati per essere particolarmente appetibili.
Rientrano tra i cibi ultraprocessati molti snack confezionati, dolci industriali, bevande zuccherate e prodotti a elevata densità energetica, inclusi alcuni tipi di carni lavorate. Si tratta in genere di alimenti industriali “nuovi”, diversi dalle preparazioni domestiche tradizionali.
Diversi studi epidemiologici mostrano un’associazione tra consumo elevato di cibi ultraprocessati e aumento del rischio di tumore del colon-retto. In particolare, nelle donne sotto i 50 anni un alto consumo è stato associato a un maggior rischio di sviluppare polipi intestinali, che possono evolvere in cancro.
Uno studio sostenuto da Fondazione AIRC, i cui risultati andranno confermati da ulteriori ricerche, ha mostrato che un consumo elevato di alimenti ultraprocessati è associato a un aumento della mortalità, sia per tumore sia per altre cause, nelle persone che hanno già ricevuto una diagnosi oncologica.
La loro composizione e consistenza sono studiate per stimolare il sistema di ricompensa cerebrale. Colori, aromi, consistenze e sapori favoriscono il rilascio di dopamina, aumentando il piacere e spingendo a consumarli anche in assenza di fame.
I cibi processati subiscono trasformazioni industriali, ma possono mantenere una buona qualità nutrizionale. I cibi ultraprocessati, invece, sono ricchi di additivi e ingredienti di basso valore nutrizionale e ad alta densità energetica. Le attuali linee guida nutrizionali non sempre distinguono in modo netto tra queste due categorie.
Negli ultimi 15 anni il contributo energetico degli alimenti ultraprocessati nella dieta italiana è quasi raddoppiato.
Cristina Da Rold