Il cancro in carcere. Un sistema senza dati

Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2025

Il cancro in carcere. Un sistema senza dati

Qual è la condizione dei pazienti oncologici nelle carceri? Ne parliamo in occasione della Giornata mondiale dei diritti umani, che si tiene il 10 dicembre di ogni anno.

La legge è chiara: chi è detenuto ha diritto alle stesse cure sanitarie di chi è libero. Lo stabilisce il principio di equivalenza delle cure, cardine della legislazione sulla sanità penitenziaria italiana.

Ma tra la norma e la realtà il divario è profondo. A oggi non esiste un database nazionale sui tumori di detenuti e sulle cure oncologiche effettuate da chi è in carcere. Non sappiamo, insomma, quante diagnosi di tumore vengono registrate ogni anno, non conosciamo la prevalenza delle diverse patologie oncologiche, né l’esito delle cure di questa popolazione. Per i carcerati, inoltre, non esiste un’offerta coordinata di screening per la diagnosi precoce o di vaccinazione contro patogeni oncogeni a cui la popolazione carceraria può essere particolarmente esposta, come i virus dell’epatite B e del Papillomavirus.

“Non basta che l’equivalenza esista sulla carta: serve un’equivalenza effettiva di accesso ai servizi, e oggi non c’è” spiega Nicola Cocco, medico infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM), che da anni segue la salute nelle carceri. “Non abbiamo un solo studio ufficiale sulla prevalenza dei tumori in carcere. L’ultimo dato disponibile riguarda un’altra malattia, l’AIDS – causata dall’HIV –, e risale al 2009” spiega Cocco. L’unico sistema europeo a fornire dati raccolti in maniera organizzata e nel tempo è quello del Regno Unito, attraverso il Servizio sanitario nazionale (NHS). In Italia, come in Francia e Germania, la raccolta è limitata a singoli istituti e studi locali.

Le politiche di prevenzione in Italia sono affidate alle regioni, che approvano piani anche molto diversi per la salute penitenziaria. Ne risulta un Paese “a macchia di leopardo”: “In Campania si stanno attivando ora i programmi di screening, a Milano invece ci sono carceri in cui mammografie e Pap test si fanno già da tempo”. Molti controlli di prevenzione non sono forniti dal Servizio sanitario nazionale, ma da associazioni di volontariato che organizzano giornate dedicate. “Sono iniziative preziose, ma non strutturali” commenta Cocco.

Le difficoltà, ormai evidenti, nel garantire ai detenuti un’adeguata tutela della salute, derivano da molteplici fattori: il sovraffollamento, le condizioni strutturali spesso fatiscenti, il malcontento crescente della popolazione carceraria e la carenza di personale penitenziario rendono l’ambiente del carcere poco invitante per i professionisti sanitari.

Cosa accade dopo una diagnosi di tumore in carcere

Quando poi la diagnosi in alcuni casi arriva, la gestione sanitaria diventa una corsa a ostacoli. “Il carcere non è un luogo dove è possibile curare una persona con un cancro” afferma Cocco. Lo stesso legislatore, consapevole del limite, ha previsto nel Codice penale (articoli 146 e 147) il differimento della pena per motivi di salute, ossia la possibilità di sospendere o rinviare la detenzione per chi è gravemente malato.

 

Il problema è che la misura viene applicata di rado. “In teoria il giudice deve disporre la scarcerazione nei casi di malattia terminale, ma nella pratica si arriva spesso tardi, solo quando il paziente è ormai in fase finale” spiega. Anche le richieste di trasferimento in centri specializzati vengono spesso respinte: “Lo decide la direzione del carcere in cui il detenuto è curato” spiega Cocco.

In Italia non esistono di fatto strutture sanitarie pensate per gestire in modo appropriato i detenuti in terapia oncologica. Solitamente i pazienti vengono portati in ospedale solo per esami o cicli di terapia e devono essere sempre accompagnati da personale carcerario di sicurezza. In alcuni istituti di reclusione le chemioterapie sono somministrate all’interno dei reparti sanitari, ma “manca tutto ciò che accompagna davvero una cura oncologica: psicologi, nutrizionisti, assistenti sociali, qualcuno che ti aiuti nel periodo dei trattamenti” continua Cocco.

 

Le conseguenze sono pesanti. Il cancro è tra le principali cause di morte in carcere, e molte persone arrivano alla fase terminale senza essere mai uscite dalle celle. “Recentemente ho seguito una donna straniera con tumore al fegato, giunta all’attenzione dei sanitari quando ormai era troppo tardi. Non era nemmeno davvero consapevole della gravità della sua condizione. Solo ora che sta ricevendo le cure palliative ha ottenuto la domiciliazione in ospedale, e può ricevere visite dai figli.”

 

Per quanto riguarda le donne incinte o con figli piccoli, un tempo escluse dal carcere, oggi non esistono più tutele automatiche: il decreto sicurezza ha infatti tolto l’obbligo di misure alternative, lasciando la decisione al magistrato di turno.

Medici tra vincoli e conflitti

All’interno degli istituti operano medici del Servizio sanitario nazionale, che agiscono come medici di base. Gli specialisti entrano su richiesta. Dal 2018, l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario consente ai detenuti di farsi seguire, a proprie spese, anche dal proprio medico di fiducia. Ma si tratta di casi rari. “In teoria è un diritto, nella pratica è complicato: il carcere può anche rigettare le decisioni del medico esterno” spiega Cocco.

I dimenticati dei CPR

Esiste infine un’altra zona d’ombra: i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), strutture di detenzione amministrativa per persone straniere senza permesso di soggiorno. “Lì la situazione è ancora più grave. Non esiste alcuna forma di screening né di presa in carico sanitaria. Ho incontrato persone con malattie croniche o tumori senza alcun accesso a strumenti diagnostici” racconta Cocco.

 

Dietro le mura delle carceri italiane il diritto alla salute resta, nei fatti, un privilegio. Più del 40% della popolazione detenuta nel 2024 aveva più di 50 anni. “Oggi il principio di equivalenza delle cure è disatteso” conclude Cocco. “Serve una regia nazionale, un sistema di raccolta dati, e soprattutto la consapevolezza concreta che la salute non dovrebbe essere subordinata alla pena.”

Referenza

  • Cristina Da Rold

    Cristina Da Rold (Belluno, 1988) è data-journalist dal 2012. Si occupa di sanità con approccio data-driven, principalmente su Infodata – Il Sole 24 Ore Le Scienze. Scrive prevalentemente di disuguaglianze sociali, epidemiologia e nuove tecnologie in medicina. Consulente e formatrice nell’ambito della comunicazione sanitaria digitale, dal 2015 è consulente per la comunicazione/social media presso l’Ufficio italiano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dal 2021 anche presso la Fondazione Pezcoller per la ricerca sul cancro di Trento. Nel 2015 ha pubblicato il libro “Sotto controllo. La salute ai tempi dell’e-health”(Il Pensiero Scientifico Editore). È docente presso il Master in comunicazione della scienza e della salute dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e presso il Master in comunicazione della scienza dell’Università di Parma.