Il fumo: le domande più frequenti

Le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato aiutano a smettere di fumare?

Questi prodotti non sono riconosciuti come strumenti efficaci per smettere di fumare né dall’OMS, né dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Dunque, non è consigliato utilizzarli per allontanarsi dalle sigarette tradizionali. Per chi desidera smettere di fumare, si consiglia di rivolgersi al medico curante o a un centro antitabacco che potrà suggerire le opzioni più consolidate, efficaci e scientificamente fondate.

Sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato sembrano infatti favorire sia il loro consumo, sia quello delle sigarette tradizionali, piuttosto che aiutare ad abbandonare del tutto l’abitudine del fumo. La dimostrazione viene anche dai risultati di alcuni studi condotti da Silvano Gallus e Alessandra Lugo, dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, e sostenuti da Fondazione AIRC. Seguendo nel tempo più di 3.000 persone in Italia tra i 18 e 74 anni, è emerso che le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato non solo non aiutano a smettere di fumare sigarette tradizionali, ma inducono a incominciare a farlo sia chi non fuma sia gli ex-fumatori.

Perché si insiste tanto sui rischi del fumo?

Il fumo di sigaretta è la più importante causa dimostrata di morte evitabile nella nostra società. In base ai dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ogni anno nel mondo perdono la vita a causa del tabacco più di 7 milioni di persone, di cui almeno 1,6 milioni non fumano e si ammalano a causa dell’esposizione al fumo passivo. Sono circa 1,3 miliardi i fumatori e le fumatrici nel mondo e la maggior parte di loro vive in Paesi a basso e medio reddito. Il fumo contribuisce così ad aggravare gli altri problemi di salute diffusi nei Paesi più poveri e nelle comunità meno abbienti dei Paesi più ricchi.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati raccolti dal Ministero della salute mostrano che circa una persona su 4 fuma e le vittime del tabagismo sono ogni anno circa 93.000. Seppure il numero di fumatori stia lentamente rallentando nel nostro Paese, stanno cambiando le abitudini di chi fuma. Sono sempre più diffuse le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato, in particolare neii ragazzi e nelle ragazze tra i 18 e i 34 anni. Si tratta di alternative non necessariamente meno dannose per la salute che, inoltre, possono favorire il passaggio alle sigarette tradizionali.

I rischi per la salute del fumo sono vari e numerosi, primo tra tutti quello di diversi tipi di cancro. Solo in Italia ogni anno si contano circa 43.000 morti per cancro attribuibili al fumo di tabacco, secondo i dati raccolti dal Ministero della Salute. Inoltre, chi fuma tabacco rischia più di chi non ha quest’abitudine di sviluppare almeno 27 famiglie di malattie, non solo tumorali, che diventano oltre 50 se si considerano tutte le loro ramificazioni. Tra queste, sono comprese patologie del cavo orale e respiratorie, come la bronchite cronica e l’enfisema polmonare, malattie cardiovascolari, come ictus e infarto, e metaboliche, tra cui il diabete. Nel complesso il fumo provoca più vittime di alcol, AIDS, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme.

Che cosa si inala con il fumo di sigaretta? In che modo le sostanze contenute nel fumo favoriscono lo sviluppo dei tumori?

Ogni volta che si accende una sigaretta vengono rilasciate oltre 4.000 sostanze chimiche, almeno un’ottantina delle quali, secondo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), sono anche cancerogene. Con ogni boccata si inalano:

  • monossido di carbonio, lo stesso gas responsabile degli avvelenamenti da gas di scarico delle auto e delle stufe, che impedisce all’ossigeno di legarsi all’emoglobina e provoca danni cardiovascolari;
  • nicotina, responsabile degli effetti sul cervello del fumo e quindi anche della dipendenza fisica;
  • catrame, che contiene molte sostanze cancerogene come benzopirene e altri idrocarburi aromatici;
  • altre sostanze come l’acetone, come quello usato per togliere lo smalto dalle unghie, ammoniaca, arsenico, formaldeide, acido cianidrico, nitrosamine e sostanze radioattive.

Tra gli altri costituenti del fumo di sigaretta con effetti cancerogeni vi sono l’1,3-butadiene, l’arsenico, il benzene e il cadmio. L’arsenico è particolarmente pericoloso anche perché tende ad accumularsi nell’organismo e interferisce con la capacità di riparare i danni al DNA. Il benzene è responsabile di una quota significativa delle leucemie provocate dal fumo. Per quanto riguarda invece il cadmio, quello introdotto fumando sigarette sarebbe in quantità tali da superare la capacità dell’organismo di neutralizzarne l’azione tossica.

Tra le sostanze radioattive, come è stato messo in luce dai risultati di uno studio indipendente del 2010, è di particolare rilievo il polonio 210 che, depositandosi nei polmoni, li espone ad altissime dosi di radiazioni ad alta energia, favorendo lo sviluppo di mutazioni nel DNA potenzialmente cancerogene.

Al pari delle radiazioni, anche molte sostanze chimiche contenute nel catrame di sigaretta danneggiano il DNA, provocando alterazioni genetiche che stimolano una crescita cellulare incontrollata. Il benzopirene, uno degli idrocarburi policiclici aromatici più studiati, tende per esempio a mettere fuori uso il gene che codifica per la proteina p53, una delle molecole più importanti per proteggere l’organismo dal cancro. I risultati sono emersi nel corso di uno studio indipendente di ricercatori dell’Università cinese di Zhengzhou.

Gli effetti dannosi di queste sostanze risultano potenziati quando esse vengono assunte insieme, come avviene quando si inala il fumo di sigaretta. Alcuni esempi sono l’arsenico e il nichel, che interferiscono con i meccanismi di riparazione del DNA, deputati a correggere gli errori a mano a mano che si verificano. Di conseguenza, le sinergie tra tali sostanze contenute nel fumo di sigaretta aumentano il rischio di danni al materiale genetico e lo sviluppo di eventuali tumori e altre malattie.

Le sostanze cancerogene contenute nel fumo possono infine favorire lo sviluppo dei tumori in maniera anche indiretta, ostacolando i meccanismi di rimozione di altre tossine. Per esempio, formaldeide e fenoli possono danneggiare le ciglia delle cellule che rivestono e proteggono le vie respiratorie. Il cadmio, invece, può bloccare l’attività degli enzimi che trasformano tali sostanze in altre meno pericolose.

Qual è il numero massimo di sigarette che si possono fumare senza rischi?

Non esiste una soglia di sicurezza sotto la quale il fumo non produce danni, anche perché le conseguenze tendono ad accumularsi nel tempo. Anche per questo, negli studi in cui si indaga il legame del fumo con varie malattie, si usa come unità di misura il “pacchetto-anno”, un criterio che tiene conto del numero di sigarette fumate in media ogni giorno ma anche della durata del periodo di esposizione. Da questo punto di vista, dunque, fumare mezzo pacchetto al giorno per 2 anni equivale a fumarne uno intero al giorno per un anno.

Le mutazioni prodotte dalle sostanze cancerogene, ciascuna delle quali avviene in maniera causale, si accumulano nel DNA. Ciò significa che il rischio, con le mutazioni accumulate, aumenta con il passare degli anni. Tuttavia, il tempo necessario a trasformare una cellula sana in una tumorale non è del tutto prevedibile. È stato calcolato che mediamente ogni 15 sigarette fumate si verifica almeno una mutazione e che consumando un pacchetto al giorno per un anno, possono verificarsi circa 150 mutazioni soltanto nei polmoni, un centinaio nella laringe e altre decine in bocca, fegato e reni. In pratica ogni volta che si apre un nuovo pacchetto è come se si giocasse alla roulette russa. E facendolo con costanza, i rischi diventano quasi certezze.

Ciò non significa che tutte le persone che fumano sviluppano sicuramente un tumore, né che la malattia non possa insorgere in persone che non hanno mai fumato sigarette. Molti altri elementi, ereditari e ambientali, possono contribuire a proteggere l’organismo o, viceversa, favorire lo sviluppo di un tumore. Tuttavia, non fumare (o smettere) è certamente uno dei passi più importanti che si possono fare per ridurre il rischio di ammalarsi.

Non bisogna credere che condurre una vita per altri versi sana, come mangiare molta frutta e verdura o svolgere una regolare attività fisica, possa bastare a compensare i danni provocati dal fumo. Nessuno di questi fattori, per quanto utili al benessere dell’organismo e alla prevenzione delle malattie, può essere un contrappeso sufficiente contro i danni del fumo di sigaretta.

Cominciare a ridurre il numero di sigarette quotidiane può essere un modo per abituarsi all’idea di smettere, ma deve essere la prima fase di un percorso che porta a zero il numero di sigarette quotidiane. Chi si limita solo a fumare meno, in genere, torna al punto di partenza non appena si trova in una situazione di stress o difficoltà.

È meglio scegliere sigarette leggere? Pipa e sigaro fanno meno male?

Il termine leggere (light, mild o low tar) in genere si riferisce alla quantità di catrame presente nella sigaretta. Tuttavia, si tratta di una definizione fuorviante e ingannevole, che è stata inventata dall’industria del tabacco per indurre a credere che questi prodotti fossero meno dannosi. Le differenze tra sigarette light e non sono in realtà minime e irrilevanti sia per la composizione sia per gli effetti sulla salute.

Tuttavia, l’idea illusoria che facciano meno male può spingere a fumarne di più e soprattutto a ridurre le probabilità che i fumatori decidano di smettere. I risultati di diversi studi scientifici hanno dimostrato che chi utilizza le cosiddette sigarette leggere fa boccate più lunghe e profonde. Di conseguenza il dosaggio delle sostanze tossiche nel sangue di queste persone non è inferiore a quello che si ritrova nei fumatori di sigarette apparentemente più forti, né il loro rischio di ammalarsi nel tempo appare ridotto.

L’Unione europea nel 2003, e la Food and Drug Administration (FDA) americana nel 2010, hanno imposto di eliminare dalle confezioni le diciture e definizioni di leggere (compresi anche i termini mild, light o low tar) che erano ingannevoli per i consumatori. Studi condotti dopo l’introduzione di questi provvedimenti hanno tuttavia mostrato che, nonostante queste espressioni non fossero riportate esplicitamente sui pacchetti, i consumatori tendevano a pensare che altre diciture come gold o silver, o le confezioni con colori più chiari corrispondessero a formulazioni meno dannose. Ecco perché in molti Paesi, come l’Italia, tutte le sigarette sono vendute in confezioni uniformi che le rendono meno appetibili e attraenti. Inoltre, dal 2016, in Italia, i pacchetti di sigarette riportano le avvertenze combinate di testo e immagini degli effetti del fumo sulla salute.

Se le sigarette leggere non sono più salutari, neppure il sigaro e la pipa sono alternative più sicure, anche se portano a inalare il fumo meno profondamente. Ciò riduce leggermente il rischio di tumore al polmone rispetto a quello di chi fuma sigarette, ma le probabilità di sviluppare la malattia sono comunque molto più alte che tra i non fumatori. Inoltre, fumare sigaro e pipa favorisce lo sviluppo di tumori della bocca, della gola, dell’esofago e di altri organi come il pancreas.

Cosa si inala con la cosiddetta sigaretta elettronica?

A differenza delle sigarette tradizionali, le sigarette elettroniche (o e-cig) sono dispositivi che non prevedono la combustione del tabacco come nelle sigarette tradizionali, ma permettono di inalarne il vapore. L’estrema varietà di liquidi che possono essere inseriti nelle sigarette elettroniche e la loro continua evoluzione hanno reso difficile finora indicarne in modo esaustivo la composizione. Alcune componenti sono però ricorrenti. In linea generale, la miscela contenuta in questi prodotti è formata da acqua e varie sostanze, come il glicole propilenico, il glicerolo, alcuni aromatizzanti e una quantità variabile di nicotina, in genere compresa tra i 6 e i 20 mg.

Anche se possono sembrare meno pericolose delle sigarette tradizionali, questi prodotti sono dannosi per la salute. La nicotina predispone a sviluppare dipendenza, favorita anche dal fatto che gli aromatizzanti, di diversi gusti, ne mascherano il gusto acre e ne velocizzano l’assimilazione da parte dell’organismo.

Un composto come il glicole propilenico, invece, serve a produrre il vapore e aumentare l’intensità degli aromatizzanti. Viene usato comunemente nei fumogeni impiegati dall’industria del cinema e nei concerti pop, ed è considerato generalmente innocuo. L’inalazione prolungata e ravvicinata può però dare origine a irritazione delle vie aeree, tosse e in casi molto rari asma e riniti.

Altre componenti dannose contenute nelle sigarette elettroniche e inalate con il vapore possono essere il cromo, il nichel e il cadmio, che sono classificate dalla IARC nel gruppo 1 dei cancerogeni certi. L’inalazione di tali sostanze può avvenire in particolare se la sigaretta elettronica viene attivata quando il liquido è finito, perché si promuove la degradazione della bobina contenuta all’interno di questi dispositivi e il conseguente rilascio di metalli pesanti.

La sigaretta elettronica è un'alternativa meno dannosa e più sicura al fumo di tabacco?

Anche se viene spesso percepita come più innocua, oggi la sigaretta elettronica non si può considerare un’alternativa meno dannosa e più sicura rispetto al fumo tradizionale di tabacco. E questo vale per tutti, ma soprattutto per chi non ha mai fumato. A tale percezione hanno contribuito numerose pubblicità aggressive e ingannevoli, insieme alla recente immissione nel mercato (in Italia a partire dal 2015) e la difficoltà per gli esperti di studiare gli effetti di migliaia di aromatizzanti e prodotti molto diversi tra loro, i cui effetti possono richiedere anni se non decenni per accumularsi e manifestarsi.

Nonostante i limiti e le difficoltà degli studi tossicologici ed epidemiologici, di recente i risultati di diversi studi hanno mostrato che la sigaretta elettronica può essere particolarmente dannosa per la salute. Al punto che nel 2019 i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta, in Georgia, hanno classificato una nuova patologia polmonare legata al consumo della sigaretta elettronica, provocata dal rilascio di sostante tossiche nei polmoni. La patologia, che si manifesta con fiato corto, dolore al petto e tosse, è stata chiamata EVALI, dall’inglese Electronic-cigarette or Vaping product use-Associated Lung Injury.

Inoltre, in un’ampia indagine a cura di ricercatori dell’Università della California a San Francisco, in cui sono stati presi in considerazione i risultati di diversi studi condotti negli ultimi 20 anni, gli autori hanno dimostrato che il consumo di sigarette elettroniche aumenta la probabilità di sviluppare malattie del cavo orale, cardiovascolari e respiratorie, come asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva, oltre a ictus e altre condizioni pericolose. Sul lungo termine le sigarette elettroniche sembrano anche favorire lo sviluppo di tumori al polmone, soprattutto se consumate in contemporanea a quelle a combustione, un’abitudine frequente in Italia, secondo una revisione sistematica internazionale. Ulteriori studi potranno stabilire con maggiore precisione gli effetti di questi prodotti sulla salute e sul cancro.

Che cosa sono i prodotti a tabacco riscaldato (HTP)?

I prodotti a tabacco riscaldato, o sigarette che non bruciano, sono dispositivi elettronici che, diversamente dalle sigarette elettroniche, sono composti da foglie di tabacco lavorate. La sigaretta, inserita in un apposito bruciatore elettrico, viene scaldata ad alta temperatura (circa 350 °C rispetto ai 900 °C della sigaretta classica), senza che venga bruciata in modo diretto. Funzionano quindi in modo diverso rispetto alle sigarette elettroniche che riscaldano un liquido contenente nicotina e altre sostanze.

Il vapore generato dal riscaldamento della sigaretta contiene gli stessi componenti chimici della sigaretta tradizionale, come la nicotina, il benzene e diversi tipi di particolato che, nonostante siano presenti in concentrazioni inferiori, possono risultare ugualmente rischiosi. Contengono inoltre altre sostanze tossiche, non presenti nelle sigarette tradizionali, i cui possibili danni per la salute non sono ancora stati del tutto chiariti.

Che impatto hanno i prodotti a tabacco riscaldato (HTP) sulla salute?

Gli HTP (acronimo dall’inglese Heated Tobacco Products, prodotti a tabacco riscaldato) contengono nicotina e possono dare dipendenza proprio come le sigarette convenzionali. Inoltre, sebbene le temperature raggiunte dagli HTP siano più basse rispetto a quelle delle sigarette comuni, questi prodotti possono generare sostanze tossiche di cui alcune non sono prodotte dalle sigarette tradizionali o sono presenti in concentrazioni maggiori. Alcuni di questi composti sono cancerogeni.

Per ora i dati raccolti non sono ancora sufficientemente numerosi e a lungo termine per permettere studi sufficientemente ampi e prolungati, necessari a comprendere le conseguenze più rilevanti per la salute degli HTP. Le sostanze da valutare sono infatti moltissime e inoltre gli effetti si possono manifestare anche dopo anni di esposizione.

Al momento, però, sappiamo che il fumo passivo sprigionato dagli HTP favorisce lo sviluppo di problemi respiratori e asma. Inoltre, i risultati di alcuni studi di laboratorio hanno mostrato che l’esposizione agli HTP sembra portare a un rischio inferiore di sviluppare un tumore rispetto al consumo di sigarette tradizionali. Le probabilità tuttavia aumentano al crescere dell’esposizione, secondo un rapporto dell’Organizzazione della sanità.

Le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato aiutano a smettere di fumare?

Sulla base delle evidenze scientifiche raccolte finora non è consigliato ricorrere all’utilizzo di sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato per smettere di fumare. Secondo le linee guida dell’Istituto superiore di sanità (ISS) questi prodotti “non possono essere in alcun modo considerati uno strumento adatto a iniziare una terapia per la cessazione all’abitudine al fumo”. Lo ha dimostrato di recente anche uno studio prospettico guidato da Silvano Gallus, epidemiologo dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano sostenuto da Fondazione AIRC. Seguendo nel tempo più di 3.000 persone in Italia tra i 18 e 74 anni, è emerso che le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato non solo non aiutano a smettere di fumare sigarette tradizionali, ma inducono a cominciare a farlo sia chi non fuma sia gli ex-fumatori. I risultati di questo studio confermano dati meno recenti, come la revisione sistematica della letteratura scientifica sul tema, pubblicata nel 2016 sulla rivista Lancet Respiratory Medicine, che ha rilevato come i fumatori che consumano la sigaretta elettronica abbiano minori probabilità di superare la dipendenza da nicotina.

Anche la nicotina che si assume per bocca è rischiosa per la salute?

Da qualche tempo è possibile assumere la nicotina anche per via orale, sotto forma di sacchetti di nicotina. Questi prodotti hanno le sembianze di caramelle o gomme da masticare e sono formati principalmente da nicotina in polvere con additivi, come gli aromatizzanti che attribuiscono loro particolari gusti. Una volta a contatto con la bocca, le varie componenti vengono assorbite direttamente nella circolazione sanguigna.

Anche se sembrano diversi dalle altre sigarette e non contengono tabacco, i sacchetti di nicotina sono rischiosi per la salute di chi le consuma. La presenza di nicotina promuove infatti lo sviluppo di dipendenza e può inoltre compromettere lo sviluppo e la crescita dei consumatori più giovani. Un adolescente che consuma questi prodotti corre infatti maggiori rischi di consumare sigarette da adulto.

Dato che questi prodotti sono stati introdotti di recente sul mercato, i loro rischi per la salute a lungo termine sono ancora da chiarire con precisione. Tuttavia, così come per le sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato, il loro consumo non è consigliato per smettere di fumare.

Quali sono gli effetti del fumo passivo?

È ormai noto che i danni del fumo si estendono anche a chi, per il fatto di vivere o lavorare insieme a uno o più fumatori, è costretto a respirare per anni sia il fumo emesso dai fumatori dopo che è stato inalato (mainstream smoke), sia quello liberato direttamente dalla combustione della sigaretta (sidestream smoke). Il fumo passivo può aumentare il rischio di sviluppare un tumore al polmone e al seno nei non fumatori, oltre a predisporre a malattie cardiache, asma e altri disturbi. Il fumo passivo uccide ogni anno circa 1,6 milioni di persone, tra cui molti bambini e ragazzi, secondo i dati dell’OMS.

I danni sono particolarmente gravi nei più piccoli, fin dalla vita fetale in gravidanza fino a tutta la fase di crescita, quando l’organismo si sta sviluppando. I neonati esposti al fumo sono più soggetti alla morte in culla nel primo anno di vita e, anche quando questo pericolo è superato, i bambini che vivono con fumatori restano più vulnerabili alle infezioni polmonari e corrono maggiori rischi di sviluppare l’asma.

I rischi del fumo passivo si corrono con le sigarette tradizionali, elettroniche e a combustione soprattutto in luoghi chiusi come case, uffici, bar e macchine. L’esposizione al chiuso è più pericolosa di quella all’aperto perché avviene in spazi dove si trascorre la maggior parte del tempo e i livelli di inquinanti, gas e polveri si accumulano e si sommano agli inquinanti domestici.

Esiste inoltre il cosiddetto fumo di terza mano che deriva dall’effetto tossico delle sostanze liberate dalla combustione del tabacco e che possono impregnare gli ambienti, in particolare i tessuti dei capi di abbigliamento o di arredamento, come tende, tappeti, copriletti, poltrone e divani. Gli studi sull’effetto cancerogeno di queste tossine sono meno numerosi rispetto a quelli sul fumo passivo. Tuttavia, alcune evidenze disponibili hanno mostrato che il fumo di terza mano può portare allo sviluppo di patologie e problemi cardiovascolari in chiunque ne sia esposto con regolarità. Tra questi, i più esposti sono i bambini e gli , soprattutto quando si sommano all’esposizione al fumo diretto e passivo.

 

 

Esiste una predisposizione ereditaria alla dipendenza dal fumo?

Da molti anni il mondo della ricerca si interroga su una possibile predisposizione ereditaria alla dipendenza dal fumo. Diversi studi sembrano confermarlo. Tuttavia, è complesso stimare quanto tale aspetto incida rispetto a fattori comportamentali e ambientali, come il luogo in cui si vive e gli stimoli che si ricevono in famiglia.

Secondo il , il rischio di diventare dipendenti dalla nicotina deriverebbe, in una percentuale compresa tra il 50 e il 75%, dalle caratteristiche dei propri geni. Alcuni geni sono direttamente associati alla dipendenza dalla nicotina, come le varianti del gene CHRNA5, mentre altri sono coinvolti nel suo metabolismo e quindi possono influire sul numero di sigarette consumate, sulle probabilità di smettere e sull’efficacia dei trattamenti. Per esempio, la risposta alla vareniclina, un farmaco sostitutivo della nicotina, è associata alle varianti dei geni CHRNB2, CHRNA5 e CHRNA4. La componente genetica sembra invece avere un peso minore per quanto riguarda iniziare a fumare.

Quali sono le conseguenze del fumo in gravidanza?

Molte donne smettono di fumare in secondo le evidenze riportate sulla rivista Lancet, perché il fumo è nocivo sia per la loro salute sia per quella del bambino. Il fumo riduce infatti l’apporto di ossigeno al feto e dopo il terzo mese, aumenta le probabilità di un aborto spontaneo, che il bambino sia poco vitale, sia sottopeso alla nascita e sviluppi altri problemi di salute. Le conseguenze delle sigarette in gravidanza si prolungano nel tempo: per tutto il primo anno di vita il bambino ha infatti un maggior rischio di morte in culla e negli anni successivi potrà essere più esposto a malattie respiratorie come l’asma, strabismo e retinopatie.

È importante che non solo la madre, ma entrambi i genitori non fumino nel periodo della gravidanza e della crescita del bambino, perché il fumo passivo può predisporre ad asma e problemi cardiaci e respiratori. Inoltre, per i figli di fumatori e fumatrici aumentano le probabilità che inizino a fumare crescendo. Anche il consumo di sigarette elettroniche durante la gravidanza può favorire parti prematuri e la nascita di bambini e bambine sottopeso.

Come si fa a smettere di fumare?

Non esiste un sistema per smettere che vada bene per tutti. Questo perché sono diverse le motivazioni che spingono i fumatori, così come le caratteristiche psicologiche e fisiche, gli stili di vita e i tipi di attività professionale. L’importante è non lasciarsi scoraggiare e ricordarsi che a ogni ricaduta aumentano le probabilità di riuscita.

In questo percorso ci sono diversi strumenti per aiutare le persone che desiderano smettere:

  • Rivolgersi a un centro antifumo in Italia o chiamare il numero verde contro il fumo 800-554088;
  • Chiedere consiglio al proprio medico per la prescrizione di farmaci, come la citisina e il bupropione, volti a ridurre la dipendenza da fumo o per l’utilizzo di trattamenti sostitutivi, come cerotti e gomme da masticare;
  • Evitare le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. Recenti studi hanno infatti dimostrato che sono una potenziale fonte di problemi per la salute e inoltre non aiutano i fumatori a smettere, ma anzi predispongono chi non consuma le sigarette tradizionali a farne uso.

Puoi trovare ulteriori informazioni nell’articolo Smettere di fumare si può.

Se ho già sviluppato un tumore, che senso ha smettere?

Anche per chi ha già un tumore vale la pena smettere di fumare. I risultati di diversi studi, condotti su pazienti con tumore al polmone e alla testa e collo, hanno dimostrato che smettere subito dopo la diagnosi aumenta le probabilità di sopravvivere alla malattia.

Continuare a fumare, invece, può aumentare gli effetti collaterali di chemio- e radioterapia, ridurne l’efficacia, ostacolare la guarigione  e aumentare il rischio di infezioni, come quelle broncopolmonari, che possono essere molto pericolose in un organismo già debilitato dalla malattia o in cui le difese immunitarie sono indebolite dalle cure.

Infine, fumare dopo aver superato la malattia aumenta il rischio che questa si ripresenti, oppure che si sviluppi un secondo tumore.

In che modo la ricerca scientifica contribuisce alla lotta contro il fumo?

Se oggi conosciamo i rischi legati all’abitudine al fumo è anche grazie alla ricerca scientifica, i cui risultati hanno contribuito a dimostrare in modo incontrovertibile l’entità e le modalità dei danni a tutto l’organismo, principalmente in relazione allo sviluppo del cancro. Ciò ha spinto il pubblico ad acquisire maggiore consapevolezza al riguardo e i governi a prendere atto del grande impatto sociale del problema e ad assumere le necessarie misure legislative. Negli anni sono infatti seguiti provvedimenti restrittivi di vario tipo, dall’aumento delle tasse sulle sigarette alla proibizione del fumo nei locali pubblici e nei posti di lavoro.

Nel tempo i risultati di numerose ricerche hanno anche permesso di identificare sistemi sia per aiutare a smettere di fumare, per esempio sviluppando prodotti a rilascio graduale di nicotina e definendo programmi di intervento psicologico, sia per la cura dei danni legati al fumo. Oggi i dati emersi da diversi studi stanno iniziando a segnalare i rischi per la salute dei nuovi prodotti per fumare, come sigarette elettroniche e a tabacco riscaldato.

I vantaggi della ricerca sulla prevenzione e la cura del fumo coinvolgono tutta la comunità. Ottimizzando la cura delle malattie legate al fumo e migliorandone la prevenzione, si contribuisce anche a ridurre le spese per il Servizio sanitario nazionale e l’enorme impatto ambientale della filiera del tabacco.

Le informazioni presenti in questa pagina non sostituiscono il parere del medico.

Autore originale: Redazione AIRC

Revisione di Camilla Fiz in data 22/05/2026

  • Redazione

    La redazione di AIRC è composta da esperti in comunicazione che si dedicano ogni giorno a informare la collettività sui temi di missione in modo chiaro e rigoroso.
  • Articolo pubblicato il:

    22 maggio 2026