Ultimo aggiornamento: 9 giugno 2026
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La vitamina D agisce come un ormone che influisce su molte funzioni dell’organismo, tra cui il processo intestinale di assorbimento di calcio e fosforo. Indirettamente contribuisce anche alla regolazione di processi fisiologici come la mineralizzazione delle ossa e alcune attività del sistema immunitario, come le infiammazioni. Ricaviamo la vitamina D solo in minima parte dal cibo e l’esposizione al sole è la fonte principale della sua trasformazione nella forma attiva.
Per quanto la vitamina D apporti numerosi benefici al nostro organismo, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) consiglia la sua integrazione soltanto in presenza di particolari carenze o condizioni. In uno stato normale di salute basta seguire una dieta varia ed equilibrata e passare del tempo all’aria aperta. L’’integrazione della vitamina D, alimentare o farmacologica, può essere di particolare importanza per chi esce poco di casa e in popolazioni che possono essere maggiormente a rischio di avere carenze, come i neonati e gli anziani sopra i 75 anni di età.
Il 10-20% circa del fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dall’alimentazione. Oltre ai cibi arricchiti a livello industriale, come molti cereali per la prima colazione o il latte negli Stati Uniti, si può trovare in alimenti come i pesci grassi, per esempio il salmone, lo sgombro e l’aringa, il tuorlo d’uovo e il fegato. Una piccola parte del fabbisogno di vitamina D può derivare anche dall’assunzione di ergocalciferolo o vitamina D2, che si ricava dalle piante, dai funghi e dal lievito.
Tutto il resto della vitamina D che si può trovare nel nostro organismo si forma nella pelle a partire da un grasso simile al colesterolo, il 7-deidrocolesterolo, che viene trasformato per effetto dell’esposizione al sole (raggi UVB). Una volta prodotta nella cute o assorbita a livello intestinale, la vitamina D passa nel sangue. Qui una proteina specifica la trasporta in principio fino al fegato e successivamente ai reni, dove viene convertita nella forma attiva.
Una volta attivata, la vitamina D3 (la forma di vitamina D più attiva e biodisponibile nel nostro organismo) va a legarsi ai recettori presenti sulle cellule di intestino, ossa e reni per regolare i livelli di calcio e di fosforo. Questi 2 minerali, a loro volta, possono influenzare altri processi come le funzioni metaboliche, la mineralizzazione delle ossa e la comunicazione e le funzioni fra nervi e muscoli.
Nel corso degli anni una carenza di vitamina D è stata associata a diversi tipi di malattie, dal diabete al cancro, dal morbo di Alzheimer alla sclerosi multipla e più di recente alle forme gravi di infezione da SARS-CoV-2. I nessi di causa ed effetto di queste associazioni sono in realtà ancora da dimostrare. Ciò nonostante, è nata l’ipotesi che bassi livelli di questa vitamina possano essere dannosi per la salute, mentre una sua integrazione avrebbe effetti protettivi e terapeutici contro diverse patologie.
Alla luce dei risultati di diversi studi epidemiologici, nella nota 96 del febbraio 2023 l’AIFA ha indicato che la somministrazione della vitamina D non è efficace per la cura e la prevenzione né dei tumori né di Covid-19.
La vitamina D deve essere dunque integrata farmacologicamente soltanto quando si manifestano particolari sintomi o forti carenze. Inoltre, l’acquisto di farmaci che la contengono richiede la prescrizione di un medico, perché gli eccessi possono essere tossici.
L’AIFA ha dichiarato che l’integrazione di vitamina D è consigliata con valori inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue (o 30 nmol/L). Al di sopra di questi livelli è raccomandata la sua somministrazione solo in caso di specifiche patologie, come l’osteoporosi. Per chi non soffre di particolari disturbi è sufficiente trascorrere più tempo all’aria aperta, senza dover monitorare i propri livelli di vitamina D con frequenti esami del sangue.
Le linee guida internazionali della Endocrine Society, pubblicate nel 2024, hanno introdotto una nuova distinzione dei soggetti che potrebbero necessitare di un’integrazione di vitamina D. In particolare, l'integrazione senza necessità di test preventivi è ora suggerita specificamente per bambini e adolescenti tra 1 e 18 anni, persone in gravidanza, soggetti con prediabete ad alto rischio e anziani oltre i 75 anni. Per gli adulti sani tra i 19 e i 74 anni, invece, le evidenze attuali sconsigliano l'integrazione sistematica oltre le dosi giornaliere raccomandate, poiché non sono stati ancora dimostrati benefici chiari nella prevenzione delle malattie.
L’AIFA ha inoltre specificato le situazioni in cui il medico può consigliare di assumere la vitamina D e i casi in cui mancano le evidenze scientifiche.
Chi sente un persistente senso di debolezza, dolori diffusi, localizzati o muscolari e cade di frequente senza motivo, potrebbe soffrire di ipovitaminosi, e in particolare di una carenza di vitamina D. In presenza di questi segnali è consigliato consultare il proprio medico e valutare di effettuare un esame del sangue per rilevare il dosaggio di vitamina D. In caso di livelli sotto i 12 nanogrammi per millilitro si parla di carenza grave e il medico può indicare una sua supplementazione, che è, sotto questa soglia limite, rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Tra i 12 e i 20 nanogrammi per millilitro il medico può indicare o meno la sua assunzione, ma, in questo caso, non vi è copertura da parte del SSN.
Le linee guida della Endocrine Society suggeriscono inoltre che è sconsigliato il monitoraggio di routine della vitamina D negli adulti sani, inclusi quelli con obesità o carnagione scura. In queste persone, infatti, non è stato dimostrato che correggere un valore numerico basso porti a benefici clinici superiori rispetto al mantenimento di uno stile di vita sano.
Se si è in terapia con antiepilettici, glucocorticoidi e altri farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D o un adulto o un’adulta con malattie che causano malassorbimento, come il morbo di Crohn o la fibrosi cistica, il medico potrebbe prescrivere la vitamina D in caso i suoi valori siano risultati inferiori a 20 nanogrammi per millilitro di sangue (o 50 nmol/L).
Invece per chi soffre di osteoporosi o iperparatiroidismo, lo specialista potrebbe suggerire di integrare la vitamina D quando i livelli misurati sono al di sotto di 30 ng/mL (o 75 nmol/L).
I soggetti che potrebbero beneficiare di un’integrazione di vitamina D sono gli adulti con prediabete ad alto rischio. A questa categoria di persone, oltre a una modificazione dello stile di vita, il medico potrebbe suggerire l’integrazione di vitamina D per ridurre il rischio di progressione al diabete.
La somministrazione di vitamina D richiede sempre la prescrizione medica, indipendentemente dal dosaggio che andrà valutato in base allo specifico caso, per chi è istituzionalizzato, soffre di gravi deficit motori o è costretto a letto, per le donne in gravidanza o in allattamento e per chi ha l’osteoporosi e non può essere sottoposto a terapia mineralizzante.
Nonostante i risultati di alcuni studi epidemiologici avessero suggerito un ruolo protettivo della vitamina D contro i tumori, indagini più recenti non hanno confermato questo possibile effetto.
I dati emersi dallo studio europeo EPIC sono stati tra i primi a mostrare che le persone con livelli più alti di questa vitamina nel sangue corrono un rischio di cancro al colon inferiore di circa il 40% rispetto a chi ne è carente. Tali risultati, ottenuti in osservazioni di popolazione, non hanno però trovato una piena conferma in studi clinici con i pazienti.
Secondo quanto emerso da diverse ricerche, come la Women’s Health Initiative statunitense che ha seguito circa 36.000 donne per una media di 7 anni, l’assunzione di supplementi a base di vitamina D non sembra conferire alcun effetto protettivo. Si può quindi ipotizzare che alti livelli di questa vitamina nel sangue non siano direttamente responsabili del minor rischio, ma semplicemente rispecchino abitudini più sane a cui va attribuito il merito di proteggere gli individui dal cancro. Tra le critiche a questo studio ci sarebbe però la scelta della popolazione: negli Stati Uniti alcuni alimenti, tra cui il latte, sono integrati con la vitamina D, perciò è possibile che i livelli di base dell’ormone siano in realtà già sufficientemente alti. Analisi simili andrebbero perciò ripetute in popolazioni che non hanno le stesse caratteristiche alimentari.
Nella letteratura scientifica emerge il possibile ruolo della vitamina D come alleata contro alcune conseguenze dannose dell’obesità, tra cui il rischio di sviluppare il cancro. Risultati di diversi studi hanno mostrato che la vitamina D è in grado di ridurre l’infiammazione, regolare i recettori degli ormoni sessuali, influenzare il metabolismo energetico e il microbiota, esercitando un’azione anche sull’insulino-resistenza e lo stress ossidativo generato dalle cellule tumorali. Nei pazienti obesi, tuttavia, la vitamina D viene sottratta dal tessuto adiposo in eccesso, che ne riduce di conseguenza la disponibilità nel sangue e ne limita gli effetti protettivi contro la progressione tumorale. Per ottimizzare l’efficacia della vitamina D nei pazienti oncologici, i dati emersi da diverse ricerche suggeriscono oggi di abbinare l’integrazione a una perdita di peso significativa, consentendo così di evitare che la vitamina D resti sequestrata nell’eccesso di grasso.
In altri studi più recenti, i risultati non hanno permesso di osservare un evidente effetto antitumorale dell’integrazione con vitamina D. Non si è infatti osservata una riduzione della mortalità o una ridotta probabilità di sviluppare un tumore tra chi ha seguito una cura con supplementi di vitamina D e chi non l’ha invece assunta.
Lo stesso è avvenuto per Covid-19. I dati raccolti finora non sono abbastanza solidi da affermare che la vitamina D possa proteggere dalle forme più gravi di infezione da SARS-CoV-2 o da altre infezioni respiratorie.
Per trovare una risposta alle domande più frequenti sulla vitamina D: AIFA – Domande e risposte sui farmaci a base di vitamina D.
Autore originale: Redazione AIRC
Revisione di Benedetta Pagni in data 9/06/2026
La vitamina D agisce come un ormone e contribuisce all’assorbimento intestinale di calcio e fosforo. Indirettamente partecipa alla regolazione di processi come la mineralizzazione delle ossa e ad alcune attività del sistema immunitario, comprese le infiammazioni.
Circa il 10-20% del fabbisogno proviene dall’alimentazione, in particolare con il consumo di pesci grassi come salmone, sgombro e aringa, tuorlo d’uovo e fegato, oltre che da alcuni cibi arricchiti con la vitamina D. La maggior parte, però, si forma grazie all’esposizione al sole (raggi UVB).
Tra i possibili segnali di una carenza (ipovitaminosi) ci sono un persistente senso di debolezza, dolori diffusi, localizzati o muscolari e cadute frequenti senza un motivo apparente. In presenza di questi sintomi è consigliato consultare il medico e valutare un esame del sangue per misurare i livelli di vitamina D.
Secondo l’AIFA l’integrazione è indicata in caso di carenza grave, con valori inferiori a 12 nanogrammi per millilitro di sangue, oppure in presenza di condizioni specifiche come osteoporosi, prediabete ad alto rischio, gravidanza e in alcune popolazioni a rischio come anziani over 75 e bambini. La somministrazione farmacologica richiede sempre la prescrizione medica.
No, nonostante alcuni studi epidemiologici avessero ipotizzato un ruolo protettivo, le ricerche più recenti non lo hanno confermato. Nella nota 96 del 2023 l’AIFA ha indicato che la somministrazione di vitamina D non è efficace per la cura e la prevenzione dei tumori.
L’esposizione al sole è la fonte principale di vitamina D: si forma nella pelle a partire dal 7-deidrocolesterolo, un grasso simile al colesterolo, che viene trasformato dopo l'esposizione al sole. Per chi è in buono stato di salute è in genere sufficiente trascorrere del tempo all’aria aperta seguendo una dieta varia ed equilibrata.
Redazione