Alle origini della chirurgia

Ultimo aggiornamento: 1 luglio 2026

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Molto prima che esistessero i più antichi testi medici, alcuni gruppi umani sapevano già operare: amputavano arti, trattavano denti, aprivano crani e curavano ferite con conoscenze pratiche tutt’altro che elementari.

Non è facile ricostruire l’evoluzione delle pratiche mediche nel periodo preistorico, quello che precede l’invenzione della scrittura. È necessario basarsi su quello che raccontano i resti dei nostri antenati e sulle tracce ritrovate da paleontologi e archeologi. Altri possibili indizi si possono trovare studiando le popolazioni di cacciatori-raccoglitori contemporanee o storicamente documentate: con qualche cautela, è possibile supporre che alcune loro pratiche abbiano qualcosa in comune con quelle delle comunità preistoriche, incluso il modo di curarsi.

Rimane un ampio margine di incertezza. I resti umani sono rari e spesso limitati allo scheletro, quindi difficilmente registrano la cura di una ferita o l’uso di una certa pianta medicinale. Quando ai resti umani sono associati fossili vegetali non sempre è facile interpretarli: il fatto che una pianta abbia proprietà curative e che risulti coeva al corpo non significa che sia stata usata a quello scopo. E poi non è scontato che quanto osservato oggi nei cacciatori-raccoglitori possa essere uguale o simile alle usanze di quelli del passato.

Fatti questi distinguo, esistono evidenze solide non solo di una “medicina” preistorica, ma persino di una “chirurgia” preistorica. Come suggerisce il nome (“cheir”, in greco antico, significa mano), la chirurgia può essere intesa, in senso ampio, come l’insieme degli interventi manuali o strumentali che prevedono l’incisione, la rimozione o la riparazione dei tessuti. Vediamo alcuni degli esempi più studiati.

Amputare e sopravvivere

Per molto tempo diversi studiosi hanno ritenuto che interventi complessi, come l’amputazione di un arto, fossero comparsi solo con le prime società stanziali, a partire cioè dal Neolitico. L’idea sembrava ragionevole: le comunità erano più numerose, il che poteva dare luogo sia a maggiore specializzazione, sia a nuove malattie date dalla convivenza stretta di molti individui. Forse in quelle condizioni era anche possibile una medicina un po’ più organizzata. Uno degli esempi più antichi viene da Buthiers-Boulancourt, in Francia, dove uno scheletro neolitico risalente a circa 7.000 anni fa mostra una probabile amputazione chirurgica dell’arto superiore sinistro.

Poi è arrivato il caso di Liang Tebo. Così si chiama una grotta del Borneo indonesiano, in cui alcuni archeologi hanno trovato lo scheletro sepolto di un giovane di circa 19 anni, vissuto almeno 31.000 anni fa. Il piede e parte della gamba mancavano, ma non sembrava il risultato di un incidente o dell’attacco di un animale: il taglio era netto, probabilmente il segno di un’amputazione chirurgica, la più antica mai trovata. D’altronde, le ossa mostravano segni di rimodellamento osseo. Per gli studiosi, il ragazzo era sopravvissuto diversi anni dopo l’intervento.

Chi lo aveva eseguito doveva conoscere almeno in parte l’anatomia dell’arto, saper evitare un’emorragia fatale e ridurre il rischio di infezione, elevato nella foresta pluviale. La ferita doveva essere stata pulita e medicata con regolarità. In seguito, probabilmente il giovane non era del tutto autonomo: forse gli avevano dato delle stampelle primordiali, sotto forma di bastoni. In ogni caso, non sarebbe potuto sopravvivere senza una comunità che se ne prendeva cura. Ciò significa che, nel tardo Pleistocene – molto prima dello sviluppo dell’agricoltura – un gruppo di persone è stato capace di gestire con successo un intervento delicato e di accompagnare l’antico paziente nella lunga fase di vita successiva.

Curare i denti prima dei dentisti

I denti si conservano bene nei resti fossili. A volte vi si possono trovare registrate tracce di usura, malattie e manipolazioni intenzionali, persino tracce di gesti tecnici di antichissimi dentisti. Per esempio, il dente di Villabruna, in Veneto, risalente a circa 14.000 anni fa, mostra tracce di manipolazione di una carie con strumenti di selce. E a Mehrgarh, nell’attuale Pakistan, sono stati trovati 11 molari forati in 9 adulti vissuti tra 9.000 e 7.500 anni fa, anche se non è detto che si fosse trattato di interventi curativi.

Il caso forse più sorprendente riguarda però un molare neandertaliano ritrovato nella grotta di Čagyrskaja, in Siberia, e risalente a circa 59.000 anni fa. Il dente presenta una concavità prodotta durante la vita dell’individuo. Secondo gli autori di uno studio, tali tracce sono compatibili con un intervento intenzionale su una carie, eseguito con un perforatore litico attraverso un movimento di rotazione. Questo “trapano” rudimentale non era altro che una scheggia di pietra con un’estremità appuntita, che poteva essere impugnata con le dita. Gli studiosi hanno raggiunto questa conclusione, cercando di replicare la stessa cavità su un dente umano, usando solo gli strumenti che i Neanderthal che allora abitavano la regione potevano avere a disposizione.

Un intervento come questo presuppone una serie di capacità, dall’identificazione della fonte del dolore alla pianificazione dell’intervento. Se si tratta di un’interpretazione corretta, allora Homo sapiens non è stata l’unica specie umana che ha imparato precocemente a manipolare il corpo con strumenti con l’obiettivo di curare.

Aprire il cranio: una pratica antica

Tra le pratiche chirurgiche preistoriche più note c’è la trapanazione cranica, cioè l’apertura di un foro o una fessura nella scatola cranica. Una delle testimonianze più antiche viene da Ensisheim, in Alsazia, dove è stato trovato lo scheletro di un uomo vissuto circa 7.000 anni fa sul cui teschio erano visibili i segni di due trapanazioni. Una era completamente guarita, l’altra solo in parte, e l’individuo era certamente sopravvissuto almeno per qualche tempo.

Operazioni simili sono documentate in molte aree del mondo e in epoche diverse, con numerose testimonianze già dal Neolitico. Secondo gli studiosi, l’apertura poteva essere ottenuta in modi diversi. In alcuni casi l’osso veniva raschiato a lungo con uno strumento di pietra, fino a consumarlo e aprire la scatola cranica. In altri casi si praticavano tagli ripetuti, oppure piccoli fori ravvicinati con una punta litica fatta ruotare; i fori venivano poi uniti fino a rimuovere una porzione d’osso.

A cosa potevano servire questi interventi? Non è facile rispondere. In alcuni casi la posizione dell’apertura, associata a fratture o altri traumi del cranio, suggerisce un possibile intento medico: rimuovere frammenti d’osso, alleviare la pressione o trattare le conseguenze di una ferita alla testa. Sappiamo anche che in tempi storici la trapanazione è stata usata anche per disturbi attribuiti alla testa, come convulsioni, dolore persistente o alterazioni del comportamento, che non lasciano tracce riconoscibili sullo scheletro. In ogni caso sarebbe riduttivo pensare che tutte le trapanazioni preistoriche avessero un chiaro intento terapeutico: il loro significato poteva avere fini che a noi oggi sfuggono, per esempio di tipo religioso o simbolico.

Cucire le ferite

Le suture sono probabilmente tra le pratiche più intuitive della chirurgia: avvicinare i margini di una ferita, chiuderla, proteggerla. Ma una ferita suturata riguarda soprattutto i tessuti molli, che di solito non si conservano. Per questo difficilmente troveremo una “prima sutura preistorica” paragonabile all’amputazione di Liang Tebo.

L’ipotesi che questa tecnica sia stata sperimentata molto prima della scrittura, però, non è infondata. Nel Paleolitico erano già disponibili aghi con cruna e materiali da cucitura usati per lavorare pelli e indumenti. Non possiamo sapere quando qualcuno pensò di applicare gesti e pratiche simili a una ferita aperta, ma il passaggio è plausibile. Inoltre, nello studio sull’amputazione di Liang Tebo, gli autori hanno ricordato che nelle società di cacciatori-raccoglitori note, le procedure chirurgiche includevano, tra le altre cose, la sutura di lacerazioni. I resoconti storici ed etnografici mostrano quanto potessero essere ingegnose le soluzioni impiegate: in Centro e Sud America, per esempio, formiche tagliafoglie sono state usate per secoli per chiudere le ferite. L’insetto veniva avvicinato ai margini della lacerazione e lasciato mordere; poi si rimuovevano torace e addome della formica, lasciando testa e mandibole a tenere insieme i tessuti.

Anche in assenza di una dimostrazione diretta, quindi, l’idea che i nostri antenati preistorici abbiano sperimentato forme di sutura è plausibile. Chiudere una ferita non richiede necessariamente metallo, aghi chirurgici o sale operatorie: può nascere da materiali semplici, osservazione e abilità manuali.

La circoncisione, tra chirurgia e rito

La circoncisione è la rimozione parziale o totale del prepuzio, la piega cutanea ed elastica che riveste e protegge il glande nella parte terminale del pene. Nella documentazione preistorica non abbiamo prove dirette di questa pratica, ma gli indizi non mancano. Alcune rappresentazioni paleolitiche di genitali maschili sono state interpretate come possibili raffigurazioni di peni circoncisi o comunque con il glande scoperto. Inoltre, la circoncisione è stata tradizionalmente praticata in molte aree del mondo: gran parte dell’Africa, molte zone dell’Asia, Australia, Oceania e alcune regioni delle Americhe. L’ampia distribuzione è di per sé un indizio di antichità: infatti, una pratica che si trova in popolazioni molto lontane tra loro può essersi diffusa in tempi remoti, prima che quelle popolazioni si separassero e seguissero strade e storie differenti. Alcuni autori hanno paragonato la distribuzione globale della circoncisione a quella di pratiche antichissime, come l’uso del fuoco e la fabbricazione di strumenti in pietra.

Dal punto di vista tecnico, poi, non servono necessariamente strumenti sofisticati. Una delle procedure più semplici consiste nel tirare in avanti il prepuzio e tagliarlo davanti al glande; in altri casi la pelle può essere stretta prima del taglio, per proteggere il glande e limitare il sanguinamento. Nel tempo sono stati usati strumenti molto diversi: lame di pietra o metallo, protezioni in legno, avorio o metallo, persino semplici legature. Questo non significa che l’intervento fosse, allora come ora, privo di rischi. Ciò aiuta soltanto a capire che avrebbe potuto essere effettuato anche molti millenni fa.

Se la circoncisione era effettivamente diffusa nella preistoria, il suo significato può essere solo dedotto. Oggi sappiamo che tale pratica può avere alcuni benefici medici, per esempio nella prevenzione di alcune infezioni sessualmente trasmissibili, e può essere indicata in alcuni casi di infezioni ricorrenti legate al prepuzio. Tali conoscenze, però, sembrano essere decisamente troppo moderne per spiegare l’origine della pratica.

D’altra parte, nelle società tradizionali in cui è documentata, la circoncisione è una pratica cerimoniale, non medica: può segnare l’ingresso dei ragazzi nel mondo adulto, autorizzare simbolicamente la vita sessuale, distinguere un gruppo dagli altri o indicare l’appartenenza a una comunità. Vista così, si avvicina ad altre modificazioni corporee, come l’avulsione rituale dei denti, la scarificazione, i tatuaggi o altre incisioni genitali. Per questo, se aveva davvero radici preistoriche, è più probabile che appartenesse a questo stesso ambito: un taglio intenzionale sul corpo, eseguito con strumenti semplici, ma caricato di un significato sociale e rituale.

In conclusione

Amputare arti, curare denti, aprire crani. Questi esempi sono probabilmente solo una parte minima di ciò che accadeva davvero nelle pratiche proto-chirurgiche dei nostri antenati. Un osso tagliato, un cranio aperto, un dente lavorato, ma anche una ferita chiusa o un corpo modificato nel corso di un rito: dietro questi atti si intravede un sapere pratico più ampio, costruito con cumuli di osservazioni, esperienze e cooperazioni umane che hanno portato, nel tempo, ai cerusici di ieri e ai chirurghi di oggi.

  • Stefano Dalla Casa

    Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive o ha scritto per le seguenti testate o siti: Il Tascabile, Wonder Why, Aula di Scienze Zanichelli, Chiara.eco, Wired.it, OggiScienza, Le Scienze, Focus, SapereAmbiente, Rivista Micron, Treccani Scuola. Cura la collana di divulgazione scientifica Zanichelli Chiavi di Lettura. Collabora dalla fondazione con Pikaia, il portale dell’evoluzione diretto da Telmo Pievani, dal 2021 ne è il caporedattore.