Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2026
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Cefalea, emicrania, aura e non solo: come orientarsi tra le diverse forme di mal di testa, le terapie disponibili e le prospettive della ricerca.
Un cerchio alla testa, un dolore pulsante, una fitta insopportabile: le espressioni che utilizziamo per descrivere ciò che sentiamo quando abbiamo mal di testa sono molte e differenti. Non è un caso, perché si tratta di un disturbo estremamente comune ma anche molto eterogeneo, che può manifestarsi in una grande varietà di forme e derivare da condizioni diverse. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, oltre il 50% della popolazione adulta soffre almeno una volta all’anno di mal di testa. Nonostante sia una delle principali cause di disabilità a livello globale, resta però spesso sottovalutato e non trattato: una maggiore consapevolezza può aiutare a ricevere una diagnosi corretta e a gestire meglio il problema.
Con il termine cefalea ci si riferisce genericamente a un dolore localizzato all’altezza del capo e, talvolta, anche del collo, che può avere diverse cause. Le cefalee si distinguono in due grandi categorie: primarie e secondarie, per un totale di circa 150 tipi di disturbi secondo la classificazione dell’International Headache Society, pubblicata nel 2018 e tuttora il principale strumento condiviso per la diagnosi e la ricerca su questo problema di salute.
Le cefalee primarie sono quelle in cui il dolore è la malattia e si presenta in modo autonomo, senza essere conseguenza di altre condizioni cliniche. È il caso delle forme più diffuse della cefalea cosiddetta di tipo tensivo, della cefalea a grappolo e dell’emicrania. Quando invece il mal di testa compare come conseguenza di un altro disturbo, per esempio febbre, sinusite o ipertensione, si parla di cefalea secondaria, dato che è la manifestazione di una malattia sottostante.
Quando una cefalea è definita cronica? Quando è riferito al dolore, il termine cronico descrive un fenomeno di lunga durata, che persiste o si ripresenta per oltre 3 mesi. Le cefalee secondarie sono considerate croniche quando cronica è anche la condizione che le determina. Le cefalee primarie, invece, si definiscono croniche (salvo rare eccezioni) quando gli attacchi dolorosi si verificano per più della metà del tempo per un periodo superiore ai 3 mesi.
Nonostante l’elevata diffusione e il forte impatto sulla qualità della vita, le cefalee sono ancora spesso sottovalutate. L’emicrania in particolare è stata a lungo considerata un semplice mal di testa, contribuendo a pregiudizi e sottovalutazioni del problema che possono ritardare la diagnosi e l’accesso alle cure.
La cefalea di tipo tensivo, detta anche muscolo-tensiva o da contrazione muscolare, è la più comune forma di mal di testa tra gli adulti ed è in genere descritta come “un normale mal di testa”. Si manifesta come un dolore persistente e oppressivo, spesso descritto come una fascia che stringe il capo in modo costante, senza il carattere pulsante tipico invece di altre forme.
Le cause non sono ancora del tutto chiare, ma si ritiene che possano contribuire una postura scorretta, disturbi mandibolari (per esempio, anomalie nella masticazione), alti livelli di stress, la disidratazione e alterazioni del sonno. Per controllare la cefalea di tipo tensivo si ricorre di solito ad analgesici, come FANS e paracetamolo, oppure a farmaci miorilassanti.
La cefalea a grappolo è meno frequente rispetto alla cefalea tensiva, ma è considerata una delle forme di dolore più intense. Si manifesta con fitte molto forti, generalmente a un lato del capo o nella regione orbitale e temporale, ed è spesso descritta come insopportabile. Possono comparire sintomi associati come lacrimazione, arrossamento degli occhi, congestione nasale, rinorrea (cioè naso che gocciola) e irrequietezza. Gli attacchi durano da 15 minuti fino a circa 3 ore.
Lo strano nome deriva dalla modalità con cui si presentano le crisi: gli episodi tendono infatti a concentrarsi in determinati periodi dell’anno (fasi attive), organizzandosi in veri e propri “grappoli” di attacchi seguiti da fasi di remissione che possono durare mesi o anche anni. Le cause non sono note, ma alcuni studi hanno suggerito il coinvolgimento dell’ipotalamo, il nostro “orologio biologico”, il cui malfunzionamento potrebbe predisporre agli attacchi.
Gli antidolorifici menzionati sopra, nel caso della cefalea a grappolo non sono sufficienti. Per il trattamento acuto possono essere efficaci alcuni farmaci della classe deitriptani, disponibili in diverse forme farmaceutiche; particolarmente efficace sembra essere il sumatriptan sottocutaneo. Anche l’inalazione di ossigeno puro può dare benefici durante l’attacco. Altre terapie puntano invece a prevenire nuove serie di attacchi.
Gli attacchi possono durare da 4 a 72 ore e compromettere fortemente la vita quotidiana. L’emicrania è considerata un disturbo molto debilitante, anche perché colpisce prevalentemente persone nel cuore dell’età fertile e lavorativa, dove può contribuire ad aumentare il rischio di problemi come ansia e depressione.
Le cause non sono ancora del tutto chiare. Si ipotizza una predisposizione ereditaria e un coinvolgimento di alterazioni dell’eccitabilità cerebrale e dei circuiti centrali del dolore, con l’ipotesi che possano essere interessati sia i vasi sanguigni che il nervo trigemino.
Tra le diverse forme di emicrania, una delle più note è quella con aura, che colpisce circa 1 persona su 4 tra quelle che soffrono di emicrania. L’aura consiste in un insieme di sintomi che precedono l’attacco, spesso di tipo visivo: lampi di luce, immagini deformate, alterazioni del campo visivo, ma anche formicolii, debolezza o difficoltà nel linguaggio.
Non esiste una terapia standard valida per tutti. In fase acuta si utilizzano antidolorifici, mentre sul lungo periodo l’obiettivo è ridurre frequenza e intensità degli attacchi attraverso trattamenti mirati e attenzione ai fattori scatenanti, anche chiamati “trigger” (letteralmente “grilletti” o “inneschi”).
Negli ultimi anni la ricerca sul mal di testa ha portato a una migliore comprensione dei meccanismi biologici che sono alla base del dolore e, di conseguenza, allo sviluppo di terapie sempre più precise e mirate. L’obiettivo non è più soltanto trattare l’attacco quando compare, ma intervenire precocemente per ridurre frequenza e intensità degli attacchi e l’impatto sulla qualità della vita.
I progressi più significativi riguardano l’emicrania. Tra le innovazioni più importanti ci sono alcuni anticorpi monoclonali diretti specificamente contro il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP), una molecola coinvolta nei meccanismi del dolore. I risultati di diversi studi e i dati raccolti nella pratica clinica su questi farmaci, sviluppati specificamente per la prevenzione dell’emicrania, ne sostengono l’efficacia e la sicurezza sia contro le forme episodiche sia contro le forme croniche. Accanto agli anticorpi monoclonali sono stati sviluppati anche nuovi medicinali, chiamati gepanti, che si possono assumere per via orale e che agiscono sugli stessi meccanismi biologici. Il loro impiego è indicato sia per trattare l’attacco acuto sia, in alcuni casi, a scopo preventivo.
Oltre allo sviluppo di farmaci, al centro delle ricerche sul mal di testa vi è lo studio sempre più approfondito dei meccanismi biologici, tra cui alcuni fattori genetici, i circuiti cerebrali coinvolti nella percezione del dolore e gli elementi che favoriscono l’evoluzione delle forme episodiche in forme croniche. Inoltre, sono allo studio tecniche di neuromodulazione non invasive, basate sulla stimolazione elettrica o magnetica del sistema nervoso, che potrebbero offrire nuove opportunità terapeutiche in alcune popolazioni di pazienti.
La direzione punta a una medicina più precisa e mirata, in grado di agire sui meccanismi biologici specifici delle diverse forme di cefalea e di migliorare la qualità della vita delle persone che ne soffrono.
Alice Pace