Ultimo aggiornamento: 29 aprile 2026
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I dati finora mostrano che la genetica può influenzare le abitudini del fumo e dell’alcol. Rimane comunque difficile valutarne il peso, senza considerare i fattori ambientali.
La quantità di bevande alcoliche consumate in una settimana, il numero di sigarette fumate in un giorno, l’età del primo (o dell’ultimo) tiro di sigaretta: su questi aspetti riteniamo di esercitare controllo. In realtà non è proprio così, perché i nostri comportamenti sul consumo di tabacco e alcol dipendono da fattori indipendenti dalla volontà. In parte sono legati all’ambiente in cui viviamo e alle persone che ci circondano: per esempio, chi cresce tra parenti, amici o vicini che fumano e bevono alcolici corre maggiori rischi di acquisire le stesse abitudini da adulto. Ma la genetica può avere un ruolo?
Tra la fine degli anni Novanta e gli anni Duemila, diversi studi su coppie di gemelli hanno cercato di rispondere a questa domanda, valutando come diversi fattori possono influenzare due persone con un patrimonio genetico molto simile. Come emerge da una revisione di questi studi, pubblicata nel 2002 sulla rivista Addiction a cura di ricercatori della University of Texas Health Science Center a San Antonio, le abitudini al fumo e all’alcol sarebbero attribuibili a componenti genetiche in circa il 50% dei casi. Si tratta di una percentuale molto alta, che non è stata confermata in seguito. Ricerche successive, come quella pubblicata da Treur e colleghi sulla rivista Nicotine & Tobacco Research nel 2017, hanno infatti mostrato che tali valori erano influenzati da fattori esterni, tra cui le abitudini familiari o leggi e restrizioni sul fumo, che avevano confuso l’impatto della componente genetica rispetto alle altre. Negli ultimi anni, grazie all’introduzione di nuove tecniche di analisi, è stato possibile esplorare la questione sui dati di milioni di persone e con maggiore profondità, persino considerando i contributi di singoli geni. Alcuni gruppi di ricerca sono riusciti a esaminare i dati di gruppi molto ampi di persone e di Paesi differenti: due elementi cruciali per aumentare la solidità e affidabilità statistica dei risultati di questo tipo di analisi. Le percentuali della componente genetica si sono così notevolmente ridotte.
Un gruppo di ricercatori statunitensi ha valutato i dati di circa 3,4 milioni di individui, per la maggior parte di origine europea, ma anche africana, americana e dell’Asia orientale. I risultati dello studio, pubblicato nel 2022 sulla rivista Nature, hanno mostrato che il contributo della componente genetica su queste abitudini varia molto a seconda della regione di origine dei soggetti studiati e del tipo di comportamento analizzato. In particolare, la genetica spiegherebbe circa il 10% dei casi di persone di origine europea che iniziano a fumare, ma il numero si abbassa al 2,5% per le popolazioni di origine africana. Il contributo dei geni si riduce ulteriormente se si parla del numero di sigarette consumate, della possibilità di smettere di fumare e dell’abitudine a bere alcolici. In particolare su quest’ultimo comportamento, la componente genetica non arrivava al 2% in nessuna delle popolazioni studiate. Questi dati mostrano che il contributo della componente ereditaria è minimo rispetto ai fattori ambientali e culturali in cui cresciamo e viviamo.
Invece, un aspetto che sembra essere più dipendente dai geni è la dipendenza dalla nicotina, con un contributo variabile tra il 50 e il 75% e che sembra intervenire quando una persona ha già iniziato a fumare. In particolare, la presenza di mutazioni nei geni CHRNA5, CHRNA3 e CHRNAB4 sembra predisporre ad assumere maggiori quantità di nicotina e quindi a fumare di più. Altri geni sono invece coinvolti nella risposta alle terapie per smettere. Per esempio, l’efficacia della vareniclina, un farmaco sostitutivo della nicotina, è in parte associata alle varianti dei geni CHRNB2, CHRNA5 e CHRNA4.
Studi futuri, più interdisciplinari e con campioni ancora più ampi di individui, potranno aiutare a definire meglio quanto i fattori genetici contribuiscono alle abitudini voluttuarie. Tuttavia, interpretare le correlazioni tra geni e comportamenti rimane una questione molto complessa, in cui è facile incorrere in distorsioni ed errori. Non solo: le conseguenze di tali interpretazioni possono essere problematiche, poiché si prestano a un uso discriminatorio delle informazioni.
Al netto dei limiti, questo tipo di indagini può fornire elementi utili per la prevenzione e la gestione delle dipendenze. Alcol e fumo continuano a essere tra i principali responsabili di malattie cardiovascolari, respiratorie, oncologiche, neurologiche e psichiatriche, oltre che di immensi costi sociali e di salute pubblica. Il fumo uccide la metà circa di coloro che consumano prodotti del tabacco, mentre l’alcol è responsabile del 7% circa delle morti maschili e del 2% di quelle femminili nel mondo. Oltre a compromettere la salute, si tratta di prodotti con una forte impronta ambientale. In particolare, quelli del tabacco sono molto rilevanti per le emissioni di CO2, lo sfruttamento delle risorse naturali, la deforestazione e la violazione dei diritti civili. Identificare e aiutare preventivamente le persone predisposte al consumo eccessivo di alcol e tabacco potrebbe portare, quindi, a risparmiare vite, a migliorare la qualità della vita di milioni di persone, a ridurre la spesa sanitaria e ad alleggerire l’impatto sull’ambiente.
Camilla Fiz