Ultimo aggiornamento: 6 giugno 2026
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In questo articolo risponderemo alle domande:
Le ricerche sulla vitamina D e il suo ruolo nella salute umana sono iniziate oltre un secolo fa e nel corso del tempo hanno permesso di scoprire legami inaspettati tra carenze di questo composto nel nostro organismo e lo sviluppo di alcune patologie. L’interesse dei ricercatori e dei media si è ulteriormente concentrato su questo argomento durante la pandemia causata dal virus Sars-Cov-2.
Con il termine vitamina D si identifica in realtà un gruppo di molecole, appartenenti alla categoria dei pro-ormoni e presenti nell’organismo soprattutto sotto forma di ergocalciferolo o vitamina D2, principalmente di origine vegetale e assunta con la dieta, e di colecalciferolo, la forma inattiva della vitamina D3.
La principale fonte di vitamina D3 per gli esseri umani è la sintesi a partire dal colesterolo. Grazie ad alcune reazioni chimiche che avvengono nel fegato e nei reni dopo un’esposizione moderata al sole, il corpo umano produce la forma attiva della vitamina, il calcitriolo, che si lega a un recettore specifico presente sulla superficie di numerosi tipi di cellule presenti in tutto l’organismo. In questo modo può svolgere la propria funzione, essenziale per mantenere livelli adeguati di calcio e fosforo nel sangue e quindi, a loro volta, di sostenere le funzioni metaboliche, la mineralizzazione delle ossa e la comunicazione fra nervi e muscoli.
Il recettore non si trova solo a livello delle cellule dell’apparato scheletrico, ma anche in molti altri tipi cellulari, da quelli del sistema immunitario a quelli di stomaco, rene, prostata e cervello. Non c’è quindi da stupirsi se i potenziali effetti della vitamina D interessano così tanti aspetti della salute umana.
Le differenze con altri tipi di vitamine emergono però quando si pensa alla fonte primaria della molecola. La quantità di vitamina D contenuta negli alimenti è infatti scarsa, mentre secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità, il 90% circa del fabbisogno di questo composto si ottiene grazie all’esposizione al sole.
Su questo punto restano però ancora molti dubbi da chiarire. Innanzitutto, bisogna tener conto del fatto che l’effetto benefico dell’esposizione al sole, e di conseguenza la sintesi di vitamina D da parte dell’organismo, non è sempre uguale, ma dipende da numerose variabili, come l’ora in cui ci si espone, la latitudine, l’età, il colore della pelle, l’uso di creme solari – sempre fondamentale per evitare scottature ed aiutare a prevenire eventuali malattie della pelle – e molto altro ancora. Inoltre, lo stile di vita moderno, caratterizzato da sempre meno ore trascorse all’aperto fin da bambini, non stimolano la formazione della vitamina D e rendono la carenza piuttosto comune.
I risultati di una recente metanalisi sembrano confermare che livelli adeguati di vitamina D siano associati a una riduzione del rischio di diverse malattie croniche, inclusi tumori dell’endometrio, del colon-retto, del rene, del fegato e del seno nel periodo post-menopausa.
Tuttavia, il quadro è più complicato di così. Non tutte le società scientifiche concordano infatti sulle soglie di vitamina D da considerare come minimamente “ottimali”. Con un’analisi su un prelievo di sangue è possibile dedurre la concentrazione di vitamina D, misurando i livelli della molecola 25(OH)D o (calcidiolo). In Italia i valori comunemente valutati come ideali sono quelli compresi tra 20 e 40 ng/mL (o µg/L). La soglia minima che consente la rimborsabilità dei farmaci che compensano la carenza è stata tuttavia abbassata, da 20 a 12 ng/mL, dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) a febbraio 2023. Al di sotto di tale soglia, si pensa infatti sia opportuno correre ai ripari e, come ultima risorsa, fare ricorso a eventuali integratori che in tal caso possono essere rimborsati dal Servizio sanitario nazionale.
Dalla dieta invece possiamo ottenere solo un piccolo aiuto per aumentare i livelli di vitamina D: tra i cibi che ne sono più ricchi ci sono alcuni pesci con elevato contenuto di grassi (come il salmone), l’olio di pesce, il tuorlo d’uovo e alcuni alimenti addizionati, come latte e cereali. Di conseguenza, seguire una dieta varia ed equilibrata potrebbe non essere sufficiente ad aumentare significativamente i livelli di vitamina D.
Assumere una quantità maggiore di questi prodotti, all’interno sempre di un’alimentazione varia ed equilibrata, è in genere privo di rischi. Invece, prima di ricorrere all’uso di integratori è fondamentale parlare con il medico: non solo sono raramente necessari, ma possono anche interferire con l’effetto di alcuni farmaci piuttosto comuni (alcuni diuretici e farmaci per ridurre il colesterolo).
Inoltre, le linee guida cliniche internazionali più recenti (2024-2026) hanno introdotto un cambio di paradigma: la Endocrine Society suggerisce che sarebbe meglio evitare controlli di routine dei livelli di vitamina D negli adulti sani che non presentino indicazioni specifiche, come per esempio l'ipocalcemia. Questa raccomandazione si estende anche a persone obese o con carnagione scura, poiché non esistono prove solide che la correzione di un valore numerico della vitamina D, in assenza di sintomi, porti a benefici clinici preventivi in queste popolazioni. Inoltre, non viene più promosso un obiettivo universale di 30 ng/mL, preferendo un approccio basato sulle necessità specifiche delle diverse popolazioni e fasce d’età.
La vitamina D è essenziale per la salute dell’apparato scheletrico, poiché serve ad assorbire il calcio, elemento prezioso per avere ossa forti. Negli anni molti studi hanno dimostrato che la vitamina D di origine naturale e, in alcuni casi, la supplementazione, migliora la densità minerale delle ossa, aiuta a prevenire le fratture negli anziani e nelle donne dopo la menopausa ed è anche fondamentale per sostenere uno sviluppo armonico nei più piccoli. Tuttavia, evidenze più recenti hanno mostrato che la densità ossea ottimale si costruisce soprattutto durante l’arco dell’intera vita, anche attraverso l’esercizio fisico, per cui il ricorso a integratori in età matura, quando queste condizioni non si sono verificate nelle fasi precedenti di vita, resta un argomento controverso tra i medici e i ricercatori.
Inoltre, i risultati di studi recenti hanno contribuito a mettere in discussione l’idea che assumere supplementi di vitamina D aiuti a prevenire l’osteoporosi, una patologia legata alla riduzione della densità ossea, che avviene normalmente con l’avanzare dell’età e, in particolare, nelle donne dopo la menopausa. Tale conclusione era già stata recepita dall’AIFA a febbraio 2023, quando i risultati di 2 ampi studi erano arrivati alle stesse conclusioni. Di conseguenza, è cambiata anche la regola per la rimborsabilità a carico del Servizio sanitario nazionale, che però continua a rimborsare la supplementazione per le donne affette da osteoporosi post-menopausale.
In particolare, AIFA aveva fatto riferimento ai risultati dello studio americano VITAL, pubblicati sul New England Journal of Medicine, e dello studio europeo DO-HEALTH, pubblicati sulla rivista JAMA. Tali risultati avevano infatti dimostrato che i supplementi di vitamina D, anche quando protratti per molti anni (oltre 5 anni nel primo studio e oltre 3 anni nel secondo) non modificano il rischio di fratture negli anziani sani che non hanno altri fattori di rischio per osteoporosi. I risultati sono stati confermati anche per il gruppo con livelli molto bassi di vitamina D.
Negli anni, però, gli esperti hanno tenuto conto anche di altre funzioni di questa vitamina. “La carenza di vitamina D non ha solo un impatto negativo sulla salute dello scheletro, ma secondo alcuni potrebbe anche facilitare lo sviluppo e la progressione di molte cosiddette ‘malattie della civilizzazione’, come disturbi cardiovascolari, diabete, malattie autoimmuni e cancro” si legge in un articolo pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences.
I risultati di altri studi hanno suggerito invece un legame tra bassi livelli di vitamina D e sviluppo di problemi cardiovascolari o aumento del rischio di sclerosi multipla nelle donne. I ricercatori stanno valutando il potenziale ruolo della vitamina D anche nella prevenzione e cura dell’influenza stagionale, anche se i dati emersi da una metanalisi in merito, pubblicati sulla rivista Frontiers in Nutrition a gennaio 2022, non hanno permesso di concludere che ci siano prove conclusive di eventuali benefici. Per quanto riguarda invece lo sviluppo di alcune malattie autoimmuni (diabete di tipo 1, lupus eritematoso sistemico) e neurodegenerative (Parkinson, Alzheimer), gli studi sul possibile ruolo della vitamina D sono ancora in corso.
Dalle linee guida della Endocrine Society emerge però che l’integrazione di vitamina D potrebbe ridurre il rischio di progressione da prediabete a diabete di tipo 2 in soggetti ad alto rischio.
Infine, ma non certo meno importante, si sta studiando il legame tra vitamina D e microbiota intestinale, l’insieme dei microbi che popolano l’intestino.
In tutti questi casi, però, è bene sottolineare ancora che non vi sono prove scientifiche sufficienti per sostenere l’uso regolare di integratori.
Secondo i risultati di alcuni studi, la vitamina D potrebbe essere coinvolta in processi importanti anche per lo sviluppo e la progressione di tumori, come l’infiammazione, la crescita cellulare, il metabolismo del glucosio e il funzionamento del sistema immunitario. Inoltre, molti geni che regolano la proliferazione, la differenziazione e la morte programmata (detta apoptosi) delle cellule sono regolati almeno in parte dalla vitamina D.
“La luce del sole e la vitamina D riducono la probabilità di ammalarsi di tumore del colon?” Sono passati circa 40 anni da quando questa domanda è stata posta sulle pagine dell’International Journal of Epidemiology. Da allora le ricerche sul legame tra vitamina D e cancro non si sono fermate, ma, nonostante il grande lavoro svolto dai ricercatori, in quasi tutti i casi non è ancora possibile giungere a conclusioni affidabili.
Se in laboratorio e negli animali di laboratorio il ruolo positivo di questo composto nella prevenzione e nel controllo dei tumori è sembrato piuttosto evidente, negli esseri umani gli studi intrapresi hanno prodotto finora risultati contrastanti.
In un articolo pubblicato sulla rivista Seminars in Cancer Biology, gli autori hanno ricordato che in generale bassi livelli di vitamina D sono legati a una maggiore incidenza di cancro e i dati più convincenti sono quelli che riguardano il tumore del colon-retto. A novembre 2020 sono stati pubblicati sulla rivista JAMA Network Open i risultati della prima fase dello studio VITAL, dai quali emerge che assumere supplementi a base di vitamina D riduce l’incidenza di tumori in stadio avanzato e che questo effetto è più forte in chi non è obeso. Secondo dati più recenti, sembra che questo effetto sia dovuto al fatto che la vitamina D tende ad accumularsi nel tessuto adiposo in eccesso , riducendone la disponibilità nel sangue e limitandone gli effetti protettivi. Per i pazienti oncologici obesi, di solito si suggeriscono dosi calibrate sul peso, fino a 2-3 volte superiori rispetto a quelle suggerite per il resto della popolazione. Inoltre, viene in genere prescritta una perdita di peso significativa per ottimizzare l'efficacia dell’assunzione di vitamina D.
Tuttavia, l’uso di integratori in persone già malate, e con malattia in stadi avanzati, non deve essere confuso sui possibili effetti dell’integrazione in persone sane. Come si legge in un articolo pubblicato sulla rivista Epidemiologic Reviews, per la maggior parte dei tumori restano ancora molti punti da chiarire prima di poter arrivare a prescrivere la vitamina D come strategia di prevenzione o per migliorare la sopravvivenza.
La pandemia di Covid-19 ha ulteriormente rafforzato l’interesse dei medici e dei ricercatori nei confronti della vitamina D. In un commento pubblicato ad agosto 2020 sulla rivista Lancet Diabetes and Endocrinology si sottolineava che le categorie di persone maggiormente a rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19 (per esempio quelle obese o in età avanzata) fossero in molti casi le stesse in cui di solito si registra una carenza di vitamina D. Tale studio era di associazione, ossia emergeva che spesso le persone a rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19 manifestavano anche una carenza di vitamina D. Il fatto, tuttavia, di avere osservato un’associazione non dimostra un nesso di causa ed effetto tra bassi livelli di vitamina D e forme gravi di Covid-19.
Le conoscenze attuali sui meccanismi d’azione della vitamina D potrebbero sostenere l’ipotesi che la molecola sia coinvolta nelle reazioni immunitarie contro i virus e che potrebbe regolare le risposte antinfiammatorie in caso di malattie respiratorie. “È possibile che aumentare i livelli di vitamina D possa ridurre l’impatto del Covid-19, soprattutto nelle popolazioni dove i livelli sono in genere scarsi”, hanno concluso gli autori dell’articolo di Lancet Diabetes and Endocrinology, sottolineando che la raccomandazione varrebbe per chi ha un livello di vitamina D particolarmente basso.
Dall’inizio della pandemia sono stati condotti numerosi studi, molti dei quali (come i risultati di uno pubblicato sulla rivista Nature a novembre 2022) hanno confermato una relazione tra uso di vitamina D, riduzione del rischio di infezione e minore gravità della malattia. Sebbene la vitamina D rimanga un alleato fondamentale per il sistema immunitario e bassi livelli siano stati osservati nell'80% circa dei pazienti più gravi, i dati clinici del 2025 continuano a suggerire cautela: l'uso di integratori non è raccomandato come trattamento standard o preventivo contro il Covid-19, a meno che non sia presente una grave carenza documentata.
Autore originale: Agenzia Zoe
Revisione di Benedetta Pagni in data 9/06/2026
Agenzia Zoe