Ultimo aggiornamento: 12 febbraio 2026
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Nonostante i miglioramenti nelle statistiche oncologiche nel nostro Paese, persistono differenze tra Nord e Sud. I motivi sono diversi e complessi.
Negli ultimi decenni l’Italia ha compiuto significativi passi avanti contro i tumori. Il numero delle nuove diagnosi si è stabilizzato, la mortalità complessiva continua a diminuire e la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi si è progressivamente allineata alla media europea per i tumori più frequenti. Dietro questa cornice positiva, però, persistono nel nostro Paese alcune importanti disuguaglianze territoriali. Come evidenziato nel rapporto “I numeri del cancro 2025”, a cura tra gli altri di AIOM e AIRTUM, in alcune Regioni del Sud Italia (in particolare Campania, Sardegna, Sicilia, Puglia e Calabria) la mortalità per tumore non cala con la stessa intensità delle regioni del Nord. Ciò ha un impatto anche sull’aspettativa di vita, che è in media di 84 anni al Nord e di 82,4 anni al Sud. Spiegare il fenomeno non è semplice, perché concorrono diversi fattori sanitari, socioeconomici e comportamentali.
Il cuore del problema sembra risiedere nella cosiddetta prevenzione secondaria, ovvero l’insieme di interventi per individuare precocemente i tumori, dove possibile. Ciò permette di intervenire in maniera più efficace e meno invasivo, e ridurre così la mortalità per cancro. I programmi di screening organizzati per la diagnosi precoce per i tumori di mammella, colon-retto e cervice uterina sono inseriti nei cosiddetti Livelli essenziali di assistenza (LEA), le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale (SSN) deve offrire a tutti i cittadini in modo gratuito o tramite ticket. Tuttavia, la loro applicazione è tutt’altro che uniforme tra le Regioni.
Per il tumore della mammella, nel 2024 la copertura dello screening ha raggiunto il 62% della popolazione interessata al Nord, mentre al Sud e nelle Isole non si è andati oltre il 34%. Ancora più preoccupante è il dato sullo screening per la diagnosi precoce del tumore del colon-retto: se al Nord si è sfiorato l’obiettivo del 50% di copertura, raggiungendo il 46% della popolazione a cui l’esame è offerto, al Sud ci si è fermati a un esiguo 18%. Anche per la cervice uterina la differenza è netta: la copertura è al 62% al Nord contro il 37% delle regioni meridionali. La ridotta partecipazione si traduce in un aumento della mortalità per questi tipi di cancro. Nelle Regioni dove gli screening sono meno consolidati si riscontrano maggiori criticità nella diagnosi precoce, portando all’individuazione di neoplasie in stadi avanzati, quando le probabilità di guarigione si riducono e i trattamenti diventano più invasivi e complessi.
I fattori di rischio noti per molte forme di cancro, tra cui una dieta poco varia e non equilibrata, il sovrappeso e l’obesità, la sedentarietà e il consumo di bevande alcoliche, sono distribuiti in modo non omogeneo sul territorio. Al Nord si bevono più bevande alcoliche, mentre la prevalenza della sedentarietà al Sud è addirittura il 50% maggiore rispetto al Nord, come anche quella del sovrappeso. Inoltre, il consumo di alimenti ricchi di fibre, ideale per un’alimentazione più salutare, è inferiore al Sud rispetto al Nord. L’abitudine al fumo è invece simile in termini di percentuali tra Nord e Sud.
Gli stili di vita dannosi per la salute influenzano non soltanto l’incidenza dei tumori, ma anche il loro decorso. Se un cancro si sviluppa in un individuo con altre malattie metaboliche o con abitudini poco salutari, la prognosi può essere più sfavorevole, ancor più se la diagnosi viene ritardata a causa di un mancato accesso ai programmi di screening offerti dalla Regione.
Dietro alle differenze di mortalità tra Nord e Sud ci sono anche fattori sociali. Redditi medi più bassi, livelli di educazione inferiori e maggiori difficoltà di accesso ai servizi sanitari sono spesso associati a esiti di salute peggiori. Anche l’organizzazione della sanità, per esempio la raggiungibilità degli ospedali o la loro gestione interna, può influire. Altri elementi da considerare sono la struttura del territorio e la sua demografia, che possono influire su una minore disponibilità di percorsi semplificati per i pazienti, con riflessi sulla diagnosi precoce e la sopravvivenza dopo la diagnosi. Non a caso, come illustra il già citato rapporto “I numeri del cancro 2025”, il fenomeno della migrazione sanitaria, per cui le persone si spostano dalla propria Regione verso centri clinici distanti per curarsi, è più intenso al Sud che nel resto della penisola.
Il quadro che emerge è che le differenze territoriali osservate sono dovute a un intreccio di elementi da affrontare in modo sistemico. Gli interventi più efficaci, oltre ovviamente alla ricerca sui tumori stessi per migliorare le opzioni disponibili, sono quelli in grado di ridurre le disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione secondaria e alle cure. Si tratta di obiettivi che il Programma nazionale equità nella salute (PNES), promosso dal Ministero della salute, si propone di raggiungere entro il 2027.
Sofia Corradin