Linfoma di Hodgkin: sintomi, come riconoscerli, prevenzione e cura

È un tumore del sistema linfatico, relativamente raro, ma uno dei più frequenti nella fascia d’età tra i 15 e i 35 anni

Ultimo aggiornamento: 2 settembre 2026

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Cos'è il linfoma di Hodgkin

Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che ha origine dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico. Il linfoma di Hodgkin molto spesso si sviluppa all’interno dei linfonodi, piccoli organi che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria. In presenza di un’infiammazione o un’infezione, i linfonodi si ingrossano e inducono la proliferazione dei linfociti B e di altre cellule immunitarie che raggiungeranno il sito dove è in corso il problema. Il linfoma di Hodgkin può dunque insorgere in ogni parte del corpo dove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico, ma la sede più frequente sono i linfonodi del collo e del mediastino, la regione anatomica non lontana dal cuore che separa tra loro i polmoni.

Il linfoma di Hodgkin prende il nome dal medico inglese che per primo descrisse la patologia nel 1832, Thomas Hodgkin. Ciò che caratterizza il linfoma di Hodgkin rispetto agli altri linfomi, che rientrano sotto il nome collettivo di linfomi non-Hodgkin (LNH), è la presenza nei linfonodi di cellule giganti anomale chiamate cellule di Reed-Sternberg.

La parola all'esperto

L'ematologo Carmelo Carlo-Stella parla del linfoma di Hodgkin e degli ultimi progressi della ricerca su questa malattia.

Quanto è diffuso il linfoma di Hodgkin in Italia?

È un tumore relativamente raro: colpisce circa 3-4 persone ogni 100.000 abitanti. Tuttavia, è il tumore più diffuso nella fascia d’età che va dai 20 ai 30 anni. Sulla base delle ultime evidenze elaborate dall’Associazione italiana Registri Tumori (AIRTUM), nel 2025 in Italia sono state stimate 2.150 nuove diagnosi, di cui 1.150 tra gli uomini e 1.000 tra le donne. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, sempre nel 2025, risultava essere di circa l’85% negli uomini e dell’88% nelle donne. I casi di linfomi di Hodgkin rappresentano circa il 15% di tutte le diagnosi di linfoma.

Cause e fattori di rischio dei linfomi di Hodgkin

Alcune fasce della popolazione sono maggiormente a rischio di sviluppare questo tumore. Tra i fattori di rischio si possono ricordare:

  • l’età: il linfoma di Hodgkin è diffuso soprattutto tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60 anni;
  • il sesso: gli uomini presentano un rischio di ammalarsi leggermente maggiore rispetto alle donne;
  • la storia familiare: i parenti di primo grado di pazienti con linfoma di Hodgkin hanno un rischio di sviluppare la malattia circa tre volte superiore rispetto alla popolazione generale;
  • eventuali infezioni pregresse: si stima che un terzo dei casi sia legato all’infezione da virus di Epstein-Barr (EBV), responsabile della mononucleosi infettiva;
  • condizioni di immunodepressione, per esempio in seguito a un trapianto d’organo o in caso di infezione da HIV;
  • fattori geografici: il linfoma di Hodgkin è maggiormente diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada rispetto ai Paesi asiatici.

Tipi di linfomi di Hodgkin

Il linfoma di Hodgkin viene distinto in 2 sottotipi principali:

  • classico: riscontrato nel 95% circa dei casi, viene a sua volta classificato in 4 sottotipi (sclero-nodulare, a cellularità mista, ricco in linfociti, a deplezione linfocitaria);
  • a predominanza linfocitaria: una forma di linfoma rara e a crescita lenta.

Sintomi del linfoma di Hodgkin: come riconoscerli

Nella maggior parte dei casi il primo sintomo del linfoma di Hodgkin è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. È importante sottolineare che riscontrare un ingrossamento dei linfonodi non significa necessariamente che si ha un linfoma. Infatti, solo nel 15% circa dei casi questo segno sintomatico è causato da un tumore, mentre in più dell’80% dei casi è ricollegabile ad altre malattie benigne, tra cui infezioni e infiammazioni. Altri sintomi più generici del linfoma di Hodgkin comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne e perdita di peso involontaria in pochi mesi. Sintomi meno specifici, ma comunque da non trascurare, sono la stanchezza, il prurito e la mancanza di appetito. Se la malattia interessa i linfonodi presenti nel torace, si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie.

Prevenzione del linfoma di Hodgkin

Non si conoscono fattori di rischio specifici per il linfoma di Hodgkin e quindi non è possibile prevenirne l’insorgenza.

Come avviene la diagnosi e la stadiazione del linfoma di Hodgkin?

In presenza di sintomi che possono far sospettare la presenza di un linfoma di Hodgkin, è fondamentale rivolgersi al medico che valuterà la necessità di ricorre a esami di approfondimento. La biopsia dei linfonodi, cioè il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio, è l'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi certa.

Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre stabilire la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Sono a questo punto indispensabili esami di diagnostica per immagini, principalmente la tomografia computerizzata (TC) con mezzo di contrasto e la tomografia a emissione di positroni con il radio-ligando 18F-fluorodesossiglucosio (18F-FDG PET). Quest’ultima indagine ha un ruolo importante non solo per la stadiazione, ma anche per valutare la risposta del linfoma alle terapie. La stadiazione del linfoma di Hodgkin si distingue in 4 stadi, indicati con i numeri romani da I a IV, in base alle sedi linfonodali coinvolte dalla malattia e al coinvolgimento o meno di organi non linfoidi. Allo stadio viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza dei seguenti sintomi: febbre, calo del peso corporeo e sudorazioni notturne.

Come si cura il linfoma di Hodgkin

L’obiettivo primario delle attuali strategie terapeutiche del linfoma di Hodgkin è il miglioramento dei tassi di sopravvivenza, riducendo al minimo l’insorgenza di secondi tumori (leucemia mieloide acuta, cancro al seno e cancro al polmone), complicanze cardiovascolari e infertilità.

Il trattamento del linfoma di Hodgkin si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Lo schema di polichemioterapia maggiormente utilizzato è stato messo a punto da Gianni Bonadonna, un medico ricercatore italiano e un pioniere degli studi sulla chemioterapia. Questa terapia è abbreviata con la sigla ABVD (dalle iniziali dei farmaci che lo compongono: adriamicina, chiamata anche doxorubicina, bleomicina, vinblastina, dacarbazina). In alternativa può essere utilizzato lo schema ibrido BrECADD, che è costituito da un anticorpo molecolare in grado di riconoscere le cellule tumorali e di veicolarvi tossine e farmaci chemioterapici. L’anticorpo molecolare è chiamato brentuximab-vedotin e riconosce in particolare l’antigene CD30, una molecola presente sulle cellule del linfoma. Tale anticorpo veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva, in aggiunta a farmaci chemioterapici (etoposide, ciclofosfamide, adriamicina, dacarbazina) e al desametasone, un cortisonico antinfiammatorio.

La radioterapia è utilizzata come cura di consolidamento allo scopo di sterilizzare le sedi di malattia di grandi dimensioni (in inglese “bulky disease”).

Oggi sappiamo che la PET, eseguita dopo i primi 2 cicli di chemioterapia, ha un importantissimo valore prognostico: se risulta negativa e si continuano le terapie, le possibilità di guarigione sono molto alte. L’introduzione della PET per la valutazione della risposta precoce al trattamento ha consentito di ridurre l’intensità di chemioterapia e radioterapia nei pazienti la cui prognosi risulta favorevole.

In alcuni pazienti la chemioterapia di prima linea non è sufficiente, mentre in altri il linfoma si ripresenta dopo una iniziale scomparsa e diventa, a quel punto, refrattario a questi trattamenti. In questi casi è possibile ricorrere a cure più intensive e al trapianto di cellule staminali ematopoietiche. Quest’ultimo può essere di tipo autologo, se le cellule vengono prelevate dallo stesso paziente, o molto più raramente di tipo allogenico, con cellule provenienti da un donatore.

Più recentemente, sono stati sviluppati nuovi farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin. Tra questi, per esempio, gli inibitori dei checkpoint immunitari, ovvero anticorpi monoclonali come nivolumab e pembrolizumab che tolgono i freni alle risposte antitumorali mediate dai linfociti T.

Nel caso del linfoma di Hodgkin a predominanza linfocitaria, che esprime alti livelli della proteina CD20, il trattamento prevede l’utilizzo degli stessi farmaci chemioterapici impiegati nel linfoma di Hodgkin classico, ma con l’aggiunta del rituximab. Quest’ultimo è un anticorpo monoclonale che riconosce in modo selettivo la proteina CD20 presente sulla superficie delle cellule e ne induce la distruzione. Tale trattamento può anche essere effettuato in associazione alla radioterapia.

La chemioterapia e la radioterapia possono provocare sterilità e pertanto è estremamente importante proporre ai pazienti giovani, prima di iniziare le cure, il congelamento del liquido seminale nei maschi e degli ovociti o del tessuto ovarico nelle femmine.

Le informazioni di questa pagina non sostituiscono il parere del medico.

Autore originale: Agenzia Zoe

Revisione di Amalia Forte in data 2/09/26

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