Fare uso di talco aumenta il rischio di ammalarsi di cancro dell’ovaio?

Sulla base della riclassificazione da parte della IARC sul talco come probabile cancerogeno per gli esseri umani, è consigliabile seguire un principio di precauzione, evitando l’uso del talco nelle parti intime.

Ultimo aggiornamento: 29 settembre 2026

Tempo di lettura: 10 minuti

In sintesi

  • Il talco è un minerale utilizzato in diversi prodotti di consumo, tra cui polveri per il corpo, cosmetici e farmaci.
  • Sulla base di nuovi dati provenienti da studi condotti negli esseri umani, in animali di laboratorio e cellule in coltura, a luglio 2024 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha inserito il talco nel gruppo delle sostanze probabilmente cancerogene per gli esseri umani (gruppo 2A).
  • In particolare, i dati ottenuti da studi condotti con cellule in coltura e animali di laboratorio, anche sui meccanismi biologici di cancerogenesi, hanno permesso di indicare il talco in quanto tale quale probabile cancerogeno per la specie umana, con evidenze rispettivamente “forti” e “sufficienti” secondo le definizioni della IARC stessa. Gli studi epidemiologici di tipo caso-controllo e di coorte sull'associazione tra uso del talco e il rischio di tumore dell'ovaio hanno fornito invece evidenze definite dalla IARC come “limitate” a causa di possibili fattori confondenti, ovvero l'impossibilità di escludere con ragionevole certezza la presenza di amianto nel talco utilizzato.
  • Sulla base degli elementi disponibili, si suggerisce di seguire un principio di precauzione e di evitare l’uso del talco a livello inguinale o genitale.

Cos’è il talco e che relazione ha con l’amianto

Il talco è un minerale formato da magnesio, silicio e ossigeno estratto da giacimenti rocciosi e utilizzato in cosmetica, nei prodotti per l'igiene personale e in vari settori industriali, come la produzione di materie plastiche, ceramiche, vernici, carta, prodotti in gomma, mangimi per animali, alimenti, fertilizzanti e prodotti farmaceutici. Il talco viene inoltre utilizzato in ambito clinico per la pleurodesi, una procedura medica che sfrutta l’attività irritante e infiammatoria del talco sterile per far aderire i foglietti della pleura polmonare, la membrana che riveste i polmoni e la parete toracica, ed evitare l’accumulo di aria o liquido.

La popolazione generale può essere esposta al talco per ingestione, inalazione, contatto cutaneo e uso perineale, la zona tra l’ano e la vagina nelle donne e tra ano e scroto nell’uomo. Un’elevata esposizione professionale al talco si può invece verificare durante le attività di estrazione e lavorazione del minerale, principalmente attraverso l’inalazione. Nella specie umana il talco inalato o introdotto nella cavità pleurica durante la pleurodesi può rimanere trattenuto nei polmoni anche al termine della procedura. Nelle biopsie umane, il talco è stato identificato in diverse sedi pelviche distanti dal perineo, compreso l’ovaio.

A causa della comune formazione geologica, il talco in natura può essere spesso associato all’amianto, classificato nel gruppo 1 dalla IARC perché sicuramente cancerogeno per gli esseri umani.

I test per evidenziare l’eventuale presenza di amianto nel talco e cosa prevede l’attuale normativa europea

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, i prodotti a base di talco disponibili in commercio sono stati sottoposti a test di laboratorio, inizialmente su base volontaria sulla spinta delle indicazioni del Consiglio dei prodotti per la cura della persona (PCPC) statunitense, per verificare l’eventuale contaminazione da amianto. Nel corso degli anni i metodi e le tecniche utilizzati per la rilevazione delle fibre di amianto nel talco si sono evoluti diventando sempre più sensibili. I metodi usati inizialmente, come la diffrazione dei raggi X su polveri e la spettroscopia infrarossa, presentavano dei limiti di rilevamento dell’amianto solitamente compresi tra lo 0,5% e il 2%. Questo significa che tale strumento è generalmente in grado di rilevare l’amianto solo se, nel materiale analizzato, è presente in concentrazioni pari almeno allo 0,5-2%. Se il campione analizzato ne contiene una quantità inferiore, il test potrebbe quindi non rilevare la presenza di amianto. La microscopia ottica a luce polarizzata presenta limiti di rilevamento compresi tra lo 0,01% e l’1%. Tecniche di microscopia elettronica a trasmissione (TEM) e a scansione (SEM) consentono invece di raggiungere limiti di rilevamento molto più bassi, tra lo 0,01% e lo 0,000002%. Attualmente la Farmacopea europea, alla quale l’Italia è vincolata, prevede l’uso della sola microscopia ottica per la valutazione di una eventuale contaminazione di amianto in campioni di talco. Fino al 2008 in Italia vigeva una farmacopea italiana che imponeva l’uso del microscopio elettronico.

Le cause legali contro aziende che commercializzano prodotti per igiene personale a base di talco

Le cause legali avviate negli Stati Uniti negli ultimi anni e le relative decisioni dei tribunali hanno acceso l’attenzione nei confronti del talco come potenziale agente cancerogeno che aumenta il rischio di tumore dell’ovaio. Nel 2016 un tribunale statunitense ha condannato una delle più note aziende di prodotti per l’igiene personale a pagare un risarcimento di 72 milioni di dollari alla famiglia della signora Jackie Fox, deceduta per un tumore ovarico. La notizia ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo. Secondo la giuria, l’azienda sarebbe stata responsabile di non aver adeguatamente informato i consumatori sul rischio dell’uso prolungato di prodotti per l’igiene personale a base di talco, in particolare a livello inguinale o, come si faceva fino a qualche anno fa, per mantenere asciutti i diaframmi contraccettivi in lattice di gomma. Inoltre, l’azienda non avrebbe comunicato, in tali casi, un possibile aumento del rischio di tumore dell’ovaio.

Negli Stati Uniti, come anche in Italia, una sentenza può non essere necessariamente determinata dalle evidenze scientifiche disponibili, ma in base ad altri tipi di valutazione. In questo caso specifico, nello scontro tra le posizioni degli avvocati delle parti, la giuria popolare ha dato maggiore peso alla tesi dell’accusa, per cui sarebbe stato necessario quantomeno riportare un avvertimento cautelativo in etichetta, rispetto alla tesi della difesa, basata sull’assenza di solide dimostrazioni scientifiche sulla presunta cancerogenicità del talco. Va aggiunto che, nel caso di Jackie Fox, la sentenza è stata poi modificata in appello, nel 2017, non nel merito, ma per problemi di competenza giuridica territoriale.

Un caso analogo, che ha coinvolto la stessa azienda, ha avuto come protagonista la californiana Eva Echeverria, anch’essa deceduta per tumore ovarico, alla cui famiglia la giuria aveva accordato inizialmente un risarcimento di 417 milioni di dollari. Nell’ottobre 2017, in appello, un giudice ha ancora una volta rivisto le conclusioni della sentenza iniziale, anche se con una motivazione differente da quella usata per Jackie Fox. La ragione del nuovo verdetto era la mancanza di prove sufficienti a dimostrare un legame di causa ed effetto fra l’uso di talco e lo sviluppo del tumore.

Il dibattito legale sull’associazione tra talco e tumori non è ancora chiuso, dato che nei tribunali soprattutto statunitensi sono ancora oggi numerose le cause in corso sul tema. L’azienda in questione è, infatti, da quasi un decennio al centro di una battaglia legale che coinvolge decine di migliaia di persone negli Stati Uniti. Persone guarite e familiari di persone che hanno perso la vita a causa del tumore all’ovaio hanno deciso di intentare una “class action”, ossia una causa collettiva contro la multinazionale dei prodotti per la cura della persona. Nella primavera del 2023, e ancora nella primavera del 2024, ha fatto discutere la proposta della stessa multinazionale di offrire complessivamente agli oltre 70.000 partecipanti alla class action prima 8,9 miliardi e poi 6,5 miliardi di dollari di risarcimento, per patteggiare e chiudere le cause in corso. Dato che i lotti di talco contaminati da amianto erano stati ritirati dal commercio, molti hanno visto nell’offerta di patteggiamento un’assunzione di responsabilità da parte dell’azienda, che, secondo l’accusa, avrebbe minimizzato il rischio.

La nuova classificazione IARC del talco

La IARC è l’agenzia dell’OMS che si occupa della classificazione della cancerogenicità delle sostanze in base a un’ampia revisione delle diverse tipologie di studi scientifici pubblicati. La valutazione della IARC procede in 2 fasi:

  • Nella prima fase, separatamente, si valuta la documentazione scientifica riguardante gli studi epidemiologici, quelli condotti negli animali di laboratorio e, infine, quelli meccanicistici. Per ciascuna delle 3 categorie si esprime un giudizio di evidenza “sufficiente” (oppure “forte per gli studi meccanicistici), “limitata” o “inadeguata”. Il giudizio di “limitata evidenza epidemiologica” è solo un elemento della valutazione finale di “probabile cancerogeno” per gli esseri umani;
  • Nella seconda fase si combinano le 3 valutazioni preliminari per arrivare a un giudizio complessivo sulla cancerogenicità – “sicura”, “probabile”, “possibile”, “non classificabile” – corrispondente rispettivamente alle categorie 1, 2A, 2B e 3 in cui vengono classificate le sostanze o gli agenti in esame.

A luglio 2024, alla luce dei nuovi dati derivanti soprattutto dall’uso del talco per l’igiene intima e dei nuovi dati provenienti da studi condotti con cellule in coltura e in animali di laboratorio, un gruppo di lavoro della IARC, costituito da 29 esperti internazionali, ha deciso di rivedere la classificazione del talco riguardo al rischio oncologico. A oggi il talco compare in due gruppi della classificazione IARC:

  • Il talco contaminato da amianto rimane classificato nel gruppo 1 come cancerogeno certo per gli esseri umani e da tempo non è più disponibile in commercio. La monografia IARC di riferimento per questa classificazione è la numero 100C del 2012 che riguarda l’amianto.
  • Il talco in quanto tale è invece stato inserito nel gruppo 2A, ovvero quello delle sostanze probabilmente cancerogene per gli esseri umani, aggiornando la precedente valutazione del 2006, che inseriva l’uso perineale del talco nel gruppo 2B, ovvero tra i possibili cancerogeni per gli esseri umani. La monografia IARC di riferimento per questa riclassificazione del talco in quanto tale è la numero 136 del 2025.

Va però specificato che Il talco è stato riclassificato dalla IARC come probabilmente cancerogeno per gli esseri umani (gruppo 2A) sulla base di evidenze limitate di cancerogenicità nella specie umana, evidenze sufficienti di cancerogenicità negli animali da esperimento e forti evidenze di natura meccanicistica ottenute da colture di cellule umane primarie e sistemi sperimentali.

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Il tumore ovarico è una patologia poco frequente: occupa il decimo posto tra tutti i tumori femminili, rappresentando circa il 3% di tutte le diagnosi di cancro nelle donne. Il tumore all’ovaio è ancora oggi caratterizzato da un’elevata mortalità, con una sopravvivenza netta a 5 anni dalla diagnosi del 42,5% circa. Secondo i risultati di uno studio dell’Associazione italiana registri tumori (AIRTUM), nel 2025 sono state stimate circa 5.330 nuove diagnosi di tumore ovarico. L’elevata mortalità associata a questo tumore è attribuibile a diversi fattori, tra cui sintomi aspecifici e diagnosi spesso tardive. I tumori ovarici possono essere di diversi tipi e i fattori di rischio sono molteplici, tra cui l’età, l’obesità, una storia familiare di carcinoma ovarico o pregresso tumore al seno o all’endometrio. Vi sono inoltre rischi genetici se si è portatrici di mutazioni ereditarie, come quelle a carico dei geni BRCA 1 e BRCA 2 e altri geni, e ormonali, legati alla stimolazione ovarica, come nulliparità, infertilità, prima gravidanza a un’età superiore ai 35 anni, menarca precoce, menopausa tardiva.

Quello che emerge dagli studi valutati dalla IARC

Gli studi condotti negli esseri umani e valutati dalla IARC per la riclassificazione del talco hanno per la maggior parte esaminato l’uso a livello perineale di polveri per il corpo a base di talco e sono stati essenzialmente di 2 tipi: studi caso-controllo e studi di coorte.

  • Negli studi caso-controllo condotti per verificare l’associazione tra uso di talco e rischio di tumore dell’ovaio, le partecipanti sono state invitate a ricordare se e come avessero usato o non usato il talco nel passato, anche a distanza di molti anni, riportando tali informazioni in un questionario o un’intervista. Lo scopo era cercare di capire quali eventi, comportamenti o esposizioni del passato fossero comuni tra le persone che si sono ammalate di tumore dell’ovaio (i “casi”), ma non tra quelle che non si sono ammalate (i “controlli”). Il limite principale dell’attendibilità delle ricerche epidemiologiche basate su questionari è il cosiddetto bias di memoria, definibile come una sorta di memoria selettiva per cui le donne a cui viene diagnosticato un tumore potrebbero tendere a ricordare o riportare l'uso passato di un prodotto in modo differente rispetto alle donne sane, andando a sovrastimare il rischio reale.
  • Negli studi di coorte condotti per verificare l’associazione tra uso di talco e rischio di tumore dell’ovaio, sono stati reclutati e seguiti nel tempo ampi gruppi di donne sane allo scopo di raccogliere dati di diverso tipo, relativi per esempio al consumo di prodotti per l’igiene intima contenenti talco, per cercare di capire che cosa differenzi le donne che a un certo punto vengono colpite dal tumore. Anche se considerati più solidi rispetto agli studi caso-controllo, dato che si evitano i problemi legati alla memoria dei soggetti reclutati, la IARC ha sottolineato che anche gli studi di coorte possono presentare diversi limiti, legati soprattutto alla mancanza di misurazioni continuative dell’esposizione al talco, che può portare a una stima erronea dell’esposizione cumulativa a questo minerale.

Tra tutti gli studi disponibili sulla possibile cancerogenicità del talco se usato nella zona perineale almeno una volta nella vita, valutati dal gruppo di lavoro della IARC nella nuova monografia n. 136 del 2025, hanno evidenziato in modo coerente un aumento del rischio di tumore ovarico. In alcuni studi è stata inoltre osservato un ulteriore aumento del rischio legato all’incremento della frequenza e del tempo di utilizzo del talco. Questi studi sono stati considerati informativi ai fini della valutazione del talco. Tuttavia, non è stato possibile escludere con ragionevole certezza un effetto confondente dovuto alla potenziale contaminazione con amianto del talco. Il motivo sta nel fatto che l'esposizione, negli studi epidemiologici, viene riconosciuta soltanto attraverso la memoria delle donne, le quali ovviamente non sapevano nulla sull’origine dei talchi utilizzati in passato, e tanto meno se fossero contaminati da amianto. Non è quindi possibile escludere che tali risultati siano distorti. Ciò ha portato a classificare come limitate le evidenze sull’associazione tra uso perineale del talco e aumento del rischio di tumore dell’ovaio.

Evidenze giudicate sufficienti dalla IARC sulla cancerogenicità del talco negli animali di laboratorio derivano da osservazioni a lungo termine degli animali sottoposti a inalazione, in cui si è osservato un aumento significativo di tumori del midollo surrenale e di tumori del polmone.

Uno degli elementi chiave che ha portato alla riclassificazione del talco dal gruppo 2B a quello 2A come probabile agente cancerogeno negli esseri umani è stata la disponibilità di prove forti e coerenti sul modo in cui il talco interagisce con i tessuti viventi, sovrapponibile a quelli di altri agenti cancerogeni noti, evidenziando che questo minerale induce infiammazione cronica nei tessuti e altera i normali processi di proliferazione e morte cellulare. In particolare, nei test di laboratorio il talco (certificato come privo di amianto) ha promosso una crescita cellulare anomala nelle cellule epiteliali ovariche umane e ha indotto la secrezione di sostanze che stimolano la proliferazione dei fibroblasti, cellule fondamentali del tessuto connettivo. Nei roditori esposti in modo prolungato per inalazione si è invece osservata una crescita cellulare eccessiva, definita iperplasia, nell'apparato respiratorio. Questi dati sperimentali sono anche coerenti con l’uso del talco nella pratica clinica per la pleurodesi descritta in precedenza, proprio in virtù della sua capacità di stimolare una forte risposta infiammatoria.

In conclusione

Sulla base delle evidenze attualmente disponibili e della nuova classificazione della IARC, è consigliabile applicare il principio di precauzione ed evitare l’uso di prodotti a base di talco nelle parti intime, attorno al perineo e all’interno della vagina. Le evidenze epidemiologiche disponibili sul rischio di tumore ovarico riguardano prevalentemente l’uso perineale; ciò non implica tuttavia l’assenza di altri possibili effetti avversi associati ad altre modalità o vie di esposizione, in particolare l’inalazione.

Autore originale: Agenzia Zoe

Revisione di Amalia Forte in data 29/09/2026

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