Ultimo aggiornamento: 25 agosto 2026

Cosa emerge da un recente studio sull’impatto dei kit per l’autoprelievo nei programmi di screening per la diagnosi precoce del cancro cervicale.
Eseguire il test per l’HPV direttamente a casa potrebbe rendere i programmi di screening per la diagnosi del tumore della cervice uterina più accessibili a molte persone che oggi non vi partecipano. È quanto suggerisce un recente studio statunitense pubblicato sulla rivista NEJM Catalyst. I ricercatori, coordinati da Paula Lozano, del Kaiser Permanente Washington Health Research Institute di Seattle, nello Stato di Washington, negli Stati Uniti, hanno valutato l’introduzione dell’autoprelievo del campione vaginale nell’ambito di un servizio sanitario. Secondo i risultati, questa modalità potrebbe favorire la partecipazione ai programmi di screening per la diagnosi precoce, soprattutto tra chi ha difficoltà a recarsi dal ginecologo o prova disagio nell’effettuare la visita. Ci sono però anche alcune limitazioni da considerare e occorreranno ulteriori studi per validare l’approccio prima che possa essere commercializzato e utilizzato.
Il Papillomavirus umano (HPV) è il principale responsabile dei tumori della cervice, di cui causa la stragrande maggioranza dei casi. Inoltre, provoca anche molti casi di tumori del pene, dell’ano, della bocca, della gola e di altri organi. Ma abbiamo strumenti efficaci per contrastare il fenomeno. La vaccinazione contro questa famiglia di virus è estremamente efficace nel prevenire il cancro cervicale, ed è disponibile un programma di screening per rilevare il tumore della cervice uterina quando è ancora in fase precoce e quindi più facilmente curabile, o persino quando sono presenti soltanto lesioni pretumorali, o solo il DNA del virus, e il cancro non si è ancora sviluppato. L’esame consiste in un prelievo di tessuto della cervice uterina tramite una spatolina e in genere viene effettuato nello studio di un ginecologo o in un ambulatorio dedicato.
Per approfondire cos’è l’HPV test e come si svolge, leggi la nostra guida dedicata.
Alcuni ricercatori si sono chiesti se sarebbe efficace fornire alle persone un kit per l’autoprelievo, un po’ come avviene per i test delle urine e delle feci. Il principio è semplice: invece di sottoporsi al prelievo in studio o in ambulatorio, la persona raccoglie autonomamente il campione, seguendo le istruzioni fornite nel kit, e lo invia al laboratorio per l’analisi.
Ci sono due possibili vantaggi. Da un lato, l’autoprelievo potrebbe aumentare l’adesione allo screening tra le persone che, per motivi logistici, economici, culturali o personali, oggi rinunciano ai controlli periodici. Dall’altro lato, potrebbe alleggerire il carico di lavoro degli ambulatori ginecologici, consentendo agli specialisti di dedicare più tempo alle visite, agli approfondimenti diagnostici e alla presa in carico delle persone con un esito positivo.
Il gruppo di ricerca ha collaborato con alcuni clinici dello stato di Washington, negli Stati Uniti, per distribuire dei kit per l’autoprelievo, sia inviati a domicilio alle persone, sia distribuiti negli ambulatori. Il programma, rivolto alle donne tra i 30 e i 64 anni a rischio medio di tumore della cervice uterina e non in regola con le scadenze del programma di screening, ha coinvolto oltre 47.000 persone. Due gli obiettivi principali dello studio:
Se prima di questo programma tutti i campioni della zona erano stati prelevati dal personale sanitario, con lo studio oltre un terzo degli esami di screening (37,4%) è stato effettuato mediante autoprelievo.
I risultati hanno mostrato che l’introduzione dell’autoprelievo è stata associata a un aumento statisticamente significativo, seppur modesto, del completamento dello screening. Rispetto alla modalità senza il kit, l’aumento era pari al 2,2%.
Gli autori comunque invitano alla cautela. L’autoprelievo non sostituisce il percorso di screening, ma ne rappresenta soltanto una fase. Un eventuale risultato positivo richiede infatti ulteriori accertamenti, che devono essere eseguiti in ambulatorio secondo i protocolli previsti. Tali protocolli richiedono, infatti, inevitabilmente visite ginecologiche e ulteriori esami che possono creare i disagi per cui era stato pensato il kit.
Inoltre, è fondamentale che i campioni vengano raccolti correttamente e analizzati con test validati, per garantire risultati affidabili.
Un altro ostacolo riguarda l’organizzazione sanitaria. Perché questa modalità funzioni davvero non basta distribuire kit per l’autoprelievo: occorre predisporre sistemi efficienti per la consegna e la restituzione dei campioni, laboratori in grado di processarli rapidamente, modalità di comunicazione dei risultati e percorsi ben definiti per richiamare chi necessita di ulteriori controlli. In altre parole, il successo dipende tanto dall’organizzazione quanto dalla tecnologia.
Nonostante queste sfide, il programma ha continuato a espandersi. Alla fine del 2025 erano già stati inviati oltre 60.000 kit per l’autoprelievo, con 13.317 test domiciliari completati, ai quali si aggiungevano altri 12.014 autoprelievi effettuati direttamente negli ambulatori. L’esperienza suggerisce dunque che questa modalità aggiuntiva possa contribuire ad ampliare l’accesso allo screening, purché sia inserita in programmi ben organizzati.
Le evidenze raccolte negli ultimi anni indicano che l’autoprelievo può contribuire ad aumentare la partecipazione allo screening, soprattutto tra le persone che tendono ad aderire poco ai programmi tradizionali per la diagnosi precoce. Per questo motivo diverse organizzazioni scientifiche hanno iniziato a considerare tale opzione accettabile in specifici contesti, pur continuando a indicare il prelievo effettuato dal personale sanitario come la modalità preferibile quando è facilmente accessibile.
Anche in futuro, quindi, il test eseguito a casa difficilmente sostituirà del tutto quello effettuato in ambulatorio. Potrebbe però diventare uno strumento in più per raggiungere chi oggi resta esclusa dallo screening, contribuendo a individuare più precocemente le infezioni da HPV ad alto rischio e, di conseguenza, a prevenire un maggior numero di tumori della cervice uterina.
Il kit per l’HPV test fai da te è uno strumento, ancora in fase di studio, che permette a una persona di raccogliere autonomamente il campione vaginale per lo screening del tumore della cervice uterina, seguendo le istruzioni fornite. Invece di sottoporsi al prelievo in ambulatorio o nello studio del ginecologo, il campione viene inviato al laboratorio per l’analisi. È un principio simile a quello dei kit per l’analisi delle urine e delle feci già in uso.
Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista NEJM Catalyst, il test eseguito a casa difficilmente sostituirà del tutto quello effettuato in ambulatorio. Potrebbe invece rappresentare uno strumento in più per raggiungere chi oggi resta esclusa dallo screening.
Sembra di sì, ma in misura modesta. Secondo uno studio statunitense condotto su oltre 47.000 persone, l’introduzione dell’autoprelievo è stata associata a un aumento del completamento dello screening superiore del 2,2% rispetto alla modalità senza kit.
Per garantire risultati affidabili dell’autoprelievo è fondamentale che i campioni siano raccolti correttamente e occorre predisporre sistemi efficienti per la consegna e la restituzione dei campioni, laboratori in grado di processarli rapidamente, modalità di comunicazione dei risultati e percorsi ben definiti per richiamare chi necessita di ulteriori controlli.
Raffaella Gatta