Ultimo aggiornamento: 13 luglio 2026

Allo studio l’antipertensivo telmisartan, che secondo risultati preliminari potrebbe migliorare l’efficacia di un farmaco antitumorale.
Può un farmaco usato ogni giorno da milioni di persone per tenere sotto controllo la pressione arteriosa diventare un alleato per trattare il cancro? È ancora presto per dirlo, ma uno studio condotto da Tyler Curiel alla University of Texas Health a San Antonio (USA) e sostenuto anche dal National Cancer Institute statunitense, suggerisce che il telmisartan, un antipertensivo ampiamente utilizzato, potrebbe aumentare l’efficacia dell’olaparib, un farmaco già impiegato nel trattamento di alcuni tumori. I risultati sono stati pubblicati a marzo 2026 sulla rivista Journal for ImmunoTherapy of Cancer. Tuttavia, arrivano solo da esperimenti condotti in cellule e animali di laboratorio: serviranno studi clinici per capire se questa strategia potrà tradursi in un beneficio concreto anche per i pazienti.
Olaparib appartiene alla classe degli inibitori di PARP, farmaci che impediscono alle cellule tumorali di riparare i danni al DNA. È utilizzato nel trattamento di alcuni tipi di tumori, tra cui quelli dell’ovaio, della mammella, della prostata e del pancreas, soprattutto quando presentano alterazioni nei geni BRCA1 o BRCA2, coinvolti proprio nei meccanismi di riparazione del DNA. Non tutti i tumori, però, rispondono a questa terapia mirata. Inoltre, anche quando è efficace, in alcuni casi può comparire una resistenza. Per questo motivo gli scienziati sono alla ricerca di strategie per ampliare il numero di pazienti che possono beneficiare degli inibitori di PARP.
I risultati di questa ricerca hanno mostrato che il telmisartan renderebbe le cellule tumorali più vulnerabili all’azione di olaparib. Infatti, in alcuni sistemi sperimentali la combinazione sembra favorire i danni al DNA e l’attivazione di una risposta immunitaria contro il tumore. Questi effetti positivi sono stati osservati in diversi tipi di cellule tumorali in coltura, tra cui della mammella, dell’ovaio, della vescica e del colon, suggerendo che il fenomeno potrebbe non essere limitato a un solo tipo di cancro.
L’effetto non è stato riscontrato con tutti i farmaci della stessa classe utilizzati contro l’ipertensione, i sartani. I ricercatori ne hanno confrontati diversi, e solo il telmisartan ha mostrato la capacità di potenziare l’azione di olaparib. Si tratta quindi di una caratteristica che, almeno per quanto ne sappiamo, sembra essere specifica di questo farmaco.
L’aspetto forse più interessante della ricerca riguarda il cosiddetto riposizionamento dei farmaci (in inglese “drug repurposing”), cioè il riutilizzo di farmaci già approvati per nuove indicazioni terapeutiche. Non è raro, infatti, che una molecola sviluppata per trattare una malattia si riveli utile anche in contesti completamente diversi, perché agisce su processi biologici coinvolti in più patologie.
La strategia offre diversi vantaggi: i farmaci hanno già superato gran parte delle verifiche sulla sicurezza, sono ben conosciuti dai medici e possono così arrivare più rapidamente alla sperimentazione clinica rispetto a una molecola completamente nuova. Naturalmente, questo non significa che possano essere utilizzati per una nuova malattia senza studi specifici e autorizzazioni a precise indicazioni. Anche se il loro profilo di sicurezza è già noto, è infatti necessario dimostrarne l’efficacia nel caso specifico, attraverso studi clinici rigorosi.
Nel caso del telmisartan questo percorso è già iniziato: è in corso una sperimentazione clinica in cui si valuterà nei pazienti se l’associazione con olaparib e altri farmaci che danneggiano il DNA possa offrire un beneficio anche a persone con tumore della prostata metastatico resistente alla castrazione. I risultati, però, non sono ancora disponibili.
La notizia offre anche l’occasione per ricordare quanto la salute cardiovascolare e quella oncologica siano strettamente collegate. Abbassare la pressione arteriosa non riduce direttamente il rischio di tumore, ma i problemi cardiovascolari e quelli oncologici condividono molti fattori di rischio, tra cui il fumo, il sovrappeso, la sedentarietà, un’alimentazione poco varia ed equilibrata e il consumo eccessivo di alcol.
Inoltre, grazie ai progressi delle cure, un numero crescente di persone vive a lungo dopo una diagnosi di tumore. Proteggere il cuore durante e dopo le terapie è quindi diventato un aspetto fondamentale dell’assistenza oncologica, tanto da aver dato origine a una disciplina dedicata: la cardioncologia.
Per il momento, quindi, questa ricerca non cambia le cure né per chi assume farmaci contro l'ipertensione né per chi è in trattamento per un tumore. Rappresenta però un esempio di come la ricerca può trovare nuove opportunità terapeutiche partendo da farmaci già disponibili e di quanto il dialogo tra discipline diverse può contribuire a rendere le terapie oncologiche sempre più efficaci e personalizzate.
Raffaella Gatta