Sangue occulto nelle feci e screening colon-retto: differenze tra test FIT e FOB

Ultimo aggiornamento: 14 marzo 2026

Sangue occulto nelle feci e screening colon-retto: differenze tra test FIT e FOB

Il test del sangue occulto nelle feci aiuta a individuare precocemente il tumore del colon-retto. Scopri come funziona il kit e perché partecipare agli screening. Ma come funziona il kit per questo esame? E quanto è affidabile il test FOB “fai-da-te”?

Il Marzo blu è il mese dedicato alla consapevolezza sul tumore del colon-retto, una delle neoplasie più frequenti nel nostro Paese. Secondo il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025”, a cura tra gli altri di AIOM e AIRTUM, colpisce oltre 48.500 persone all’anno. La ricorrenza è dunque un promemoria collettivo sull’importanza della prevenzione e, soprattutto, della diagnosi precoce. Perché se è vero che il tumore del colon può essere una malattia silenziosa, è altrettanto vero che oggi abbiamo strumenti più efficaci che in passato per intercettarlo quando è ancora in una fase iniziale o addirittura per prevenire la sua comparsa individuando e rimuovendo lesioni precancerose.

Negli ultimi mesi il tema è tornato al centro dell’attenzione anche per una novità organizzativa: dopo Veneto, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, la Lombardia si è unita alle Regioni che hanno ampliato la distribuzione dei kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci attraverso le farmacie. L’obiettivo è aumentare fino al 70% l’adesione allo screening per la diagnosi precoce di questo tipo di cancro nella popolazione tra i 50 e i 74 anni. Rendere il test più accessibile e più vicino ai cittadini potrebbe infatti abbattere barriere pratiche e psicologiche.

Che cos’è il kit per il test del tumore al colon e come funziona

Il kit distribuito nell’ambito dei programmi regionali contiene il necessario per preparare a domicilio il materiale per il test immunochimico fecale (FIT), un esame di primo livello con cui si ricercano tracce di sangue occulto nelle feci. Infatti, alcune lesioni della mucosa intestinale, tra le quali quelle tumorali, lasciano tracce ematiche. “Occulto” significa invisibile a occhio nudo: si tratta di quantità minime di sangue, rilevabili solo con specifiche analisi di laboratorio.

La procedura è semplice: la persona raccoglie un piccolo campione di feci con l’apposito bastoncino, lo inserisce nella provetta e lo riconsegna, secondo le modalità indicate, in farmacia o presso un centro prelievi. Il campione viene poi analizzato per individuare la presenza di emoglobina umana, la proteina contenuta nei globuli rossi che, se rilevata, indica la presenza di un sanguinamento. A differenza dei vecchi test chimici come il test al guaiaco (gFOBT), il FIT è più specifico e non richiede particolari restrizioni alimentari.

Il FIT è un test di screening per la diagnosi precoce che può dare alcune indicazioni, anche se per la diagnosi di un eventuale tumore del colon-retto occorrono ulteriori approfondimenti. È dunque un primo filtro, pensato per essere semplice, poco invasivo, economico e ripetibile nel tempo. Il suo scopo non è stabilire se c’è un tumore, ma individuare persone con una probabilità maggiore di avere una lesione che merita esami di approfondimento.

Test FIT positivo o negativo: come interpretare il risultato delle analisi

Uno degli equivoci più diffusi riguarda l’interpretazione del risultato. Un esito positivo del FIT non significa avere un tumore del colon: significa soltanto che nel campione è stata rilevata la presenza di sangue. Le cause possono essere diverse: polipi benigni, infiammazioni intestinali, emorroidi, piccole lesioni della mucosa. Solo in una quota di casi può trattarsi di un tumore o di una lesione precancerosa. Proprio per questo in caso di positività il passo successivo è la colonscopia, un esame che consente di visualizzare la mucosa intestinale, rimuovere eventuali polipi ed effettuare biopsie, da analizzare poi con un esame del tessuto.

Anche il risultato negativo del FIT va letto con consapevolezza. Non equivale a una “patente di salute”: non tutti i tumori sanguinano in modo continuo e il sanguinamento può essere intermittente. Per questo l’affidabilità di questo esame di screening per la diagnosi precoce sta anche nella sua ripetizione nel tempo e non necessariamente nel singolo esame: il test va ripetuto periodicamente secondo le indicazioni del programma di screening (di solito ogni 2 anni nella fascia d’età dai 50 ai 70 anni).

Scopri a quali fasce d’età è offerto lo screening per la diagnosi precoce dei tumori in ogni Regione in questa pagina.

Test FOB “fai da te” per il sangue occulto nelle feci: i limiti fuori dai programmi di screening

Negli ultimi anni si sono diffusi anche kit acquistabili privatamente e completamente fai-da-te, come i test rapidi immunocromatografici (FOB test) che danno risultati in 10-15 minuti. Altri, parzialmente fai da te, prevedono lo stesso procedimento del FIT ma con l’analisi finale da effettuarsi in un laboratorio privato. Si tratta di opportunità che possono però presentare dei rischi. Fare il test senza essere inseriti in un percorso strutturato, o in strutture con procedure non adeguate, può generare false rassicurazioni o, viceversa, allarmi non adeguatamente gestiti.

Il valore aggiunto del programma di screening organizzato non sta solo nel test in sé, ma anche nel sistema pubblico e gratuito da cui è attuato ed erogato. Il percorso inizia con l’invito attivo alla popolazione a maggior rischio per età, prosegue con il monitoraggio delle adesioni, la comunicazione dei risultati, la presa in carico rapida in caso di positività e la gratuità degli approfondimenti. Insomma, un percorso pensato per accompagnare il cittadino e non lasciarlo solo davanti a un referto. In questo senso, l’ampliamento della distribuzione dei kit in farmacia rappresenta un’opportunità importante se inserito nel quadro del programma regionale, perché facilita l’accesso mantenendo il collegamento con il sistema sanitario.

Novità sui programmi di screening regionali per la diagnosi precoce del tumore del colon-retto

Non tutte le Regioni hanno gli stessi livelli di adesione e di copertura dello screening, e alcune realtà stanno lavorando per ampliare ulteriormente l’offerta in base ai dati epidemiologici regionali. L’Emilia-Romagna, per esempio, dal 2025 si è aggiunta alle Regioni (Veneto e Lombardia) che hanno già esteso lo screening in modo strutturato fino ai 74 anni. La Regione Marche, invece, è la prima in Italia che dal 2026 estenderà il programma di screening a una fascia di popolazione più giovane, a partire dai 45 anni di età. Ciò è in linea con le raccomandazioni statunitensi e ha lo scopo di avvicinare anche persone di età inferiori al concetto di prevenzione e rafforzare l’adesione anche negli anni successivi.

Perché partecipare ai programmi di screening per la diagnosi precoce è importante

Accettare l’invito allo screening per la diagnosi precoce significa compiere un gesto semplice che può avere un impatto enorme sulla propria salute. Infatti, si tratta di una strategia di sanità pubblica basata su solide evidenze scientifiche, che negli anni ha dimostrato di ridurre la mortalità per tumore del colon-retto.

Domande frequenti sul test del sangue occulto nelle feci per la diagnosi precoce del tumore al colon-retto

Che cos’è il test del sangue occulto nelle feci?

Il test del sangue occulto nelle feci è un esame che permette di individuare tracce microscopiche di sangue non visibili a occhio nudo. Viene utilizzato nei programmi di screening del tumore del colon-retto per identificare persone che potrebbero avere anomalie a livello dell’intestino e che necessitano di ulteriori accertamenti.

Come funziona il test FIT per lo screening del colon-retto?

Il test FIT (test immunochimico fecale) consiste nel raccogliere a casa un piccolo campione di feci utilizzando un apposito kit, da riconsegnare in farmacia o in un centro prelievi. Il campione viene poi analizzato in laboratorio per rilevare la presenza di emoglobina umana, una proteina contenuta nei globuli rossi. Se rilevata, indica un sanguinamento a livello dell’intestino.

Un risultato positivo al test del sangue occulto significa avere un tumore?

No. Un risultato positivo indica solo la presenza di sangue nelle feci, che può dipendere da diverse cause, come polipi benigni, infiammazioni intestinali o emorroidi. Per capire l’origine del sanguinamento è necessario eseguire ulteriori esami, in genere una colonscopia.

Ogni quanto tempo va ripetuto lo screening con il test FIT?

Nei programmi di screening organizzati il test del sangue occulto nelle feci viene generalmente ripetuto ogni 2 anni nelle persone tra i 50 e i 70 anni. La ripetizione periodica è importante perché il sanguinamento delle lesioni intestinali può essere intermittente.

Che differenza c’è tra test FIT e FOB?

Sia il FIT sia il test FOB servono a rilevare la presenza di sangue occulto nelle feci. Il FIT è il test utilizzato nei programmi di screening del colon-retto, mentre il FOB test indica i test rapidi fai-da-te acquistabili privatamente, che forniscono un risultato in pochi minuti ma non fanno parte del percorso di screening organizzato.

I test “fai da te” per il sangue occulto nelle feci sono affidabili?

Alcuni test acquistabili privatamente possono rilevare la presenza di sangue nelle feci, ma se eseguiti fuori da un programma di screening strutturato possono creare false rassicurazioni o falsi allarmi. Nei programmi pubblici di screening, invece, il test è inserito in un percorso organizzato che consente di interpretare al meglio i risultati ed effettuare ulteriori accertamenti se necessario.

Perché è meglio partecipare ai programmi di screening organizzati?

I programmi di screening organizzati offrono un percorso strutturato che comprende l’invito alla popolazione, l’analisi del test in laboratori certificati e l’accesso rapido agli esami di approfondimento in caso di positività. Questo sistema riduce il rischio di interpretazioni errate dei risultati e garantisce un monitoraggio sanitario adeguato.

  • Fabio Di Todaro

    Laureato in scienze biologiche (indirizzo biologia della nutrizione), è giornalista professionista dal 2010. Dopo aver lavorato nella redazione di Altroconsumo e in seguito a una lunga esperienza in Fondazione Umberto Veronesi, ha vinto il concorso nazionale bandito dalla Rai e lavorato per un anno nella redazione della Tgr Basilicata. La passione per il giornalismo medico-scientifico lo ha riportato però alle origini: attualmente è giornalista medico-scientifico della rivista specializzata AboutPharma e collaboratore di Fondazione AIRC. Per oltre dieci anni ha collaborato con i quotidiani La Gazzetta del Mezzogiorno, La Stampa e La Repubblica. È membro dell'Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) e dell’associazione Science Writers in Italy (Swim).