Ultimo aggiornamento: 12 marzo 2026

I trattamenti contro il cancro sono sempre più efficaci, ma possono mettere sotto pressione organi vitali. Riconoscere i soggetti fragili e integrare competenze specialistiche aiuta a prevenire danni ed evitare interruzioni delle cure.
Quando si affronta un tumore, l’attenzione è spesso concentrata sulla diagnosi e sulle terapie necessarie a contrastare la malattia. D’altra parte, come confermato per esempio da alcuni dati statunitensi sulla sopravvivenza a 5 anni raggiunta tra il 2015 e il 2021, l’oncologia oggi dispone di trattamenti sempre più precisi e mirati. Si tratta di soluzioni che, in molteplici casi, hanno permesso di cronicizzare diverse forme di cancro. Ma perché queste cure possano esprimere appieno il loro potenziale, è fondamentale che l’organismo sia in grado di tollerarle nel tempo. Anche se può apparire un bisogno di secondaria importanza rispetto alla cura della malattia stessa, preservare la funzionalità degli organi vitali è un aspetto cruciale. E per mantenere tale equilibrio, la salute dei reni è di primaria importanza. Ne parliamo oggi, 12 marzo, in occasione della Giornata mondiale del rene, che cade ogni anno il secondo giovedì di marzo.
I reni sono organi essenziali e dalle molteplici funzioni. Filtrano il sangue eliminando le scorie, regolano l’equilibrio dei liquidi e contribuiscono al metabolismo di molti farmaci e sostanze. I pazienti (non soltanto oncologici), che spesso assumono terapie complesse e di lunga durata, mettono a dura prova i propri reni. E per segnalare precocemente alterazioni della funzionalità di questi organi purtroppo mancano biomarcatori adatti: la creatinina sierica risulta alterata soltanto dopo che il danno renale è già presente. Inoltre, mancano farmaci specifici per proteggere i reni durante le terapie.
Nei pazienti oncologici i problemi renali sono più frequenti rispetto alla popolazione generale. In una quota significativa di casi, una compromissione della funzione dell’organo è già presente al momento della diagnosi: alcuni pazienti sono senza un rene, con insufficienza renale o trapiantati. In altri casi il problema può svilupparsi nel corso dei trattamenti. A ciò contribuisce anche l’allungamento della prospettiva di vita della popolazione. Anche per questo si parla sempre più spesso della valutazione e della mitigazione del rischio della nefrotossicità indotta da farmaci. “Il rene può essere coinvolto sia come bersaglio degli effetti collaterali delle terapie oncologiche, sia come fattore che condiziona le scelte terapeutiche e la prognosi del paziente” spiega Laura Cosmai, responsabile della struttura di emodialisi e dell’ambulatorio di onconefrologia dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano. “Anche alterazioni inizialmente lievi possono diventare clinicamente rilevanti se non riconosciute e monitorate nel tempo. In questi casi il rischio è duplice: da un lato quello di rendere le complicanze renali più frequenti, dall’altro quello legato alla possibile sospensione delle terapie oncologiche per evitare contraccolpi alla salute dei reni.”
La probabilità che insorga un danno nefrologico durante le terapie oncologiche non è uguale per tutti: dipende dall’intreccio tra il tipo di farmaco utilizzato, la specifica patologia oncologica e le condizioni di salute generali della persona. Alcuni trattamenti chemioterapici, ancora fondamentali per la cura di molti tipi di tumore, possono mettere sotto stress i reni. I pazienti più a rischio sono i più anziani o quelli già affetti da altre malattie croniche. In questi casi, anche un’alterazione nella funzione renale lieve e priva di sintomi può complicare la gestione delle cure. Le terapie a bersaglio molecolare e gli anticorpi monoclonali, impiegati spesso per trattare tumori come quelli del rene e della mammella, possono interferire con i meccanismi di filtrazione renale o influenzare la regolazione della pressione arteriosa. Questo rende particolarmente vulnerabili i pazienti con ipertensione, diabete o malattie cardiovascolari: condizioni molto diffuse in generale e anche tra chi affronta un cancro. Le immunoterapie, oggi utilizzate in numerose neoplasie, in alcuni casi possono provocare reazioni infiammatorie che coinvolgono anche i reni. Il rischio è maggiore nei pazienti con una storia di malattie autoimmuni, in chi deve affrontare trattamenti prolungati o in chi presenta già una fragilità renale di base. Infine, anche l’assunzione contemporanea di più farmaci può contribuire ad aumentare il carico su questi organi.
In tutte queste situazioni, il monitoraggio della funzione nefrologica e una valutazione specialistica precoce sono strumenti essenziali per prevenire danni più gravi e consentire la prosecuzione delle terapie oncologiche in sicurezza. Un suggerimento generale per preservare la funzione dei reni, in generale e in particolare mentre si assumono terapie, è di bere molta acqua.
L’onconefrologia è la disciplina che si occupa delle interazioni tra malattia oncologica, terapie antitumorali e salute dei reni. Nel 2011, questa sinergia ha portato alla creazione del primo ambulatorio italiano di onconefrologia all’ospedale Maggiore di Cremona. Da allora ne sono stati inaugurati di analoghi in varie strutture ospedaliere italiane. Come racconta Camillo Porta, direttore della divisione di oncologia medica e professore ordinario dell’azienda ospedaliero-universitaria di Bari, “Integrare la valutazione nefrologica nel percorso oncologico permette di scegliere i trattamenti più adatti e di ridurre il rischio di doverli sospendere o modificare a causa della tossicità. La collaborazione tra oncologi e nefrologi è fondamentale per individuare i segnali di sofferenza e intervenire prima che il danno diventi irreversibile”. In Italia, il monitoraggio della funzionalità renale fa parte della pratica clinica nella gestione dei pazienti oncologici. Gli esami di laboratorio sono eseguiti regolarmente e in genere la consulenza nefrologica è disponibile quando emergono problemi. Tuttavia, l’accesso a un percorso strutturato non è uniforme su tutto il territorio nazionale, a partire dagli IRCCS oncologici. “Ancora oggi la valutazione del nefrologo viene richiesta quasi sempre quando il danno renale è già evidente” precisa Cosmai, promotrice dell’apertura del primo ambulatorio di onconefrologia a Cremona. “Negli ultimi anni, però, la consapevolezza dell’importanza di un approccio diverso è cresciuta. Sempre più strutture stanno sviluppando collaborazioni stabili tra oncologi e nefrologi, per offrire percorsi di cura integrati.”
Fabio Di Todaro