PSA: non è un prelievo che salva dal tumore della prostata

Introduzione

Il dosaggio del PSA, cioè del cosiddetto "antigene prostatico specifico", non è un test da prendere alla leggera: pur essendo un semplice esame del sangue, occorre che il paziente sia adeguatamente informato sui vantaggi e i rischi a cui va incontro. Mentre infatti tutti concordano sulla sua utilità per controllare nel tempo i casi già trattati (vuoi operati, radio trattati o in terapia ormonale) di tumore alla prostata, molto più controverso è il suo utilizzo per passare al setaccio tutti gli uomini sani di una certa età e individuare l'eventuale presenza di un cancro in fase precoce.

In questo caso il rapporto tra effetti indesiderati e benefici non è ancora del tutto chiaro nemmeno agli esperti, per cui non esiste un programma di screening raccomandato, come per esempio con il Pap test; anche le società scientifiche internazionali, così come quelle italiane, hanno posizioni contrastanti che talvolta rischiano di confondere l'opinione pubblica.

In adulti sani e senza disturbi attribuibili a un tumore della prostata, infatti, c'è un altissimo rischio di trovare valori alterati di PSA anche in assenza della malattia tumorale, quelli che gli esperti chiamano falsi positivi. D'altro canto è molto alta la probabilità di scovare casualmente con questo screening tumori che il paziente non avrebbe mai scoperto di avere, un fenomeno che gli esperti chiamano di sovradiagnosi. Questo accade perché, in un'alta percentuale dei casi, il tumore della prostata cresce così lentamente che ci sono molte probabilità che un uomo arrivi al termine della sua vita senza neppure sapere di averlo, oppure si sviluppa in età così avanzata che non ha il tempo di dare segno di sé.

La diagnosi precoce non incide sempre sulla sopravvivenza

Gli studi condotti finora dimostrano che dosare il PSA aumenta la possibilità di individuare una neoplasia della prostata in fase iniziale. Non tutti però concordano sul fatto che, anticipando la diagnosi, si possa ridurre il numero di persone che moriranno a causa della malattia. In questo caso la diagnosi precoce non sempre produce un vantaggio per i pazienti in termini di mortalità .

Negli ultimi vent'anni, probabilmente anche a causa della diffusione del dosaggio del PSA, è infatti cresciuto il numero di nuovi casi di tumore alla prostata scoperti ogni anno. Lo conferma il fatto che l'incremento è maggiore nel nord Italia, dove lo self-screening (cioè l'esecuzione del PSA su richiesta del paziente) è più diffuso. Se questa procedura servisse davvero a cogliere i tumori in fase più precoce, quando sono ancora curabili, la curva della mortalità sarebbe però in netta discesa. Il leggero calo registrato è invece spiegabile anche solo con il miglioramento delle terapie.

psa-mortalita tumore prostata

Alcune recenti ricerche sembrano in realtà confermare la possibilità di ridurre fino al 20% la mortalità per tumore della prostata introducendo lo screening in certe fasce di età, ma per ogni individuo salvato non è trascurabile il numero di persone che ricevono una diagnosi nefasta e una terapia ininfluente sulla durata della vita, ma che incide negativamente sulla qualità della vita stessa. Lo studio europeo European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer, in sigla ERSPC, ha per esempio stimato che, per ogni vita salvata grazie alla diagnosi precoce di tumore alla prostata tramite PSA, altri 48 uomini scoprono di avere un cancro, e vengono quindi curati, per una malattia che non avrebbe avuto modo o tempo di manifestarsi durante la loro vita, se non si fossero sottoposti all'esame.

Effetti collaterali di un semplice esame del sangue

Un PSA elevato spinge infatti ad accertamenti diagnostici invasivi e trattamenti che possono essere gravati, in una percentuale variabile di casi, da complicazioni rilevanti. La biopsia ecoguidata (trans rettale o trans perineale), è spesso seguita (specie la trans rettale) da complicanze quali emorragie e infezioni.

Il rischio di complicanze gravi o di decessi durante un intervento per l'asportazione della prostata o nel decorso post operatorio è invece minimo. Ad esso però è possibile che seguano incontinenza urinaria e soprattutto impotenza, transitorie o permanenti, in percentuali variabili dipendenti dall'esperienza del chirurgo e sempre di più dalle modalità di esecuzione dell'intervento (chirurgia tradizionale, laparoscopica, robotica). Disturbi di questo tipo possono seguire, in percentuali diverse, anche alla radioterapia; inoltre quest'ultima modalità di cura provoca più spesso complicazioni rettali e anali, come dolore, urgenza alla defecazione e perdite. Anche la terapia ormonale, che consiste nella soppressione degli androgeni, utilizzata soprattutto nei pazienti più anziani o con malattia più avanzata, può avere effetti collaterali.

Purtroppo non c'è modo di prevedere l'insorgenza di tali conseguenze: la ricerca di marcatori di una malattia più aggressiva o un atteggiamento di attenta sorveglianza senza intervenire immediatamente potrebbero ridurre le conseguenze negative del fenomeno.

Istruzioni per chi decide di eseguire il test

Alla luce dei possibili effetti collaterali e dei possibili benefici che se ne possono trarre, ognuno deve quindi soppesare bene, con l'aiuto del proprio medico, se aggiungere o no la sigla PSA all'elenco degli esami di routine.

Nella valutazione occorre tener conto anche dell'età. L'esame infatti non è mai raccomandato in assenza di sintomi, ma può essere preso in considerazione da chi, debitamente informato, volesse comunque eseguirlo, solo tra i 50 e i 70 anni.

Anche secondo gli studi più favorevoli, infatti, lo screening offre qualche vantaggio in termini di sopravvivenza solo agli uomini in questa fascia di età: tra i più giovani, infatti, la malattia è troppo rara e oltre la soglia dei 70, ma forse anche prima, la scoperta di avere un tumore alla prostata non cambierebbe l'aspettativa di vita, a prezzo di un peggioramento della sua qualità dovuto alla consapevolezza di avere un cancro e agli effetti di eventuali interventi e terapie.

Anche l'indicazione di sottoporsi al test a partire dai 40 anni in caso si siano verificati altri tumori alla prostata in famiglia non è attualmente sostenuta da prove scientifiche convincenti.
Una volta ritirati i risultati degli esami fatti per check-up è importante poi non allarmarsi se si trova un asterisco che segnala un valore alterato di PSA. Il dosaggio del PSA infatti può risultare alterato per moltissime ragioni, per esempio patologie benigne della prostata, l'insufficienza renale, un'esplorazione rettale, una recente attività sessuale o l'uso di farmaci molto comuni; i suoi valori fluttuano inoltre in base al peso corporeo, all'etnia e perfino in relazione alle diverse stagioni dell'anno.

Un singolo riscontro di valori superiori alla media non deve quindi destare particolare preoccupazione, anche perché non esiste una soglia di sicura positività: normalmente si considera degna di attenzione una concentrazione di PSA superiore a 4 ng/mL, ma valori inferiori non permettono di escludere completamente la malattia. La biopsia conferma la presenza di un tumore solo in un uomo su quattro con valori di PSA compresi tra 4 e 10 ng/mL. Se i livelli sono molto elevati il sospetto di un tumore si fa invece più fondato. Più che il valore assoluto però, sembra che rivesta una rilevanza maggiore l'andamento nel tempo del PSA, mentre la percentuale di PSA libero, cui un tempo si dava particolare importanza, sembra attualmente aver perso di interesse.

Sarà il medico a stabilire, in relazione al risultato dell'esame, all'età e alle condizioni del paziente, se ripetere l'esame a distanza di tempo o eseguire subito una biopsia.

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Ultimo aggiornamento giovedì 13 novembre 2014.

Autore: Roberta Villa

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