Una strada per affinare la terapia del tumore dell’ovaio

Una strada per affinare la terapia del tumore dell’ovaio

Esperimenti all'Istituto Mario Negri di Milano hanno dimostrato in animali di laboratorio l'equivalenza tra regimi terapeutici con soli chemioterapici a diversi dosaggi o con in più un farmaco biologico.

Titolo originale dell'articolo: Tumor progression and metastatic dissemination in ovarian cancer after dose-dense or conventional paclitaxel and cisplatin plus bevacizumab

Titolo della rivista: International Journal of Cancer

Data di pubblicazione originale: 11 maggio 2018

Di fronte a un tumore, medici e ricercatori si chiedono di continuo quali siano i protocolli terapeutici migliori, in grado di massimizzare gli effetti antitumorali dei farmaci limitando i possibili effetti collaterali e il rischio che il tumore sviluppi resistenze. Nel caso del tumore dell'ovaio, i risultati di uno studio coordinato da Raffaella Giavazzi, dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, offrono un passo in avanti in questo senso. I dati sono pubblicati sull'International Journal of Cancer.

"La terapia standard per il tumore ovarico è la chemioterapia con platino e taxani, in particolare paclitaxel, somministrata ogni tre settimane, oppure una volta alla settimana, con un dosaggio complessivamente più elevato" spiega Giavazzi. "Più di recente alla chemioterapia è stato aggiunto il bevacizumab, un farmaco biologico che blocca la crescita di nuovi vasi sanguigni. Noi ci siamo chiesti se e come gli effetti dell'aggiunta di bevacizumab siano influenzati dallo schema e dalla dose di chemioterapia utilizzati".

I ricercatori, sostenuti da AIRC, hanno trattato con varie combinazioni di terapia topolini ai quali erano stati impiantati tumori ovarici di origine umana. Le combinazioni corrispondevano a diversi protocolli di chemioterapia e simulavano la somministrazione ogni settimana oppure ogni tre, con o senza bevacizumab. I dati ottenuti hanno mostrato che la chemioterapia con bevacizumab effettuata ogni tre settimane e quella settimanale a dosaggio più elevato, senza bevacizumab, sono equivalenti per efficacia. Un'informazione importante che, se confernata in uno studio clinico con i pazienti, potrebbe permette di modulare meglio la terapia, puntando dove possibile alla più tollerabile combinazione con bevacizumab.

Non è tutto. Grazie a un modello matematico di crescita tumorale già sviluppato, sempre con il contributo di AIRC, Giavazzi e colleghi sono riusciti a descrivere come cambiano nel tempo le caratteristiche dei tumori nei topolini trattati. Hanno osservato a un certo punto del trattamento un'inibizione della crescita, che però non si associa in modo automatico a un aumento della sopravvivenza. Non è ancora chiaro perché questo accada: l'unico modo per scoprirlo è continuare la ricerca.

  • Autori:

    Valentina Murelli

  • Data di pubblicazione:

    11 maggio 2018