Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2026

Titolo originale dell'articolo: Vaccine-expanded plasmablast-like B cells are associated with response to dendritic cell therapy in metastatic melanoma
Titolo della rivista: Journal of Experimental & Clinical Cancer Research
Data di pubblicazione originale: 23 maggio 2026
I risultati di un gruppo di ricerca sostenuto da AIRC potrebbero aiutare a migliorare il funzionamento di un vaccino terapeutico a cellule dendritiche già utilizzato in clinica contro il melanoma metastatico e a estenderne le possibilità di utilizzo.
Per il vaccino terapeutico a cellule dendritiche contro il melanoma metastatico si aprono nuove prospettive, grazie ai risultati del gruppo di ricerca di Marcella Tazzari dell’Istituto romagnolo per lo studio dei tumori (IRST) “Dino Amadori”, a Meldola (Emilia-Romagna). Valutare nei pazienti la presenza di un certo tipo di cellule del sistema immunitario, i linfociti B, potrebbe infatti aiutare a identificare coloro che possono beneficiare di più della terapia e a usarne al meglio le potenzialità. I risultati dello studio, sostenuto anche da Fondazione AIRC, sono stati pubblicati a maggio 2026 sul Journal of Experimental & Clinical Cancer Research.
Di vaccini ne esistono di molti tipi. Alcuni, come quelli contro il coronavirus o l’epatite B, servono per prevenire del tutto la possibilità di infezione e quindi lo sviluppo delle malattie. Altri sono invece utilizzati a fini terapeutici, per esempio contro i tumori. A oggi ne esistono di diversi tipi, distinti in base alle tecnologie utilizzate, ai meccanismi d’azione e al contenuto, anche se l’obiettivo è lo stesso: stimolare la reazione del sistema immunitario contro la malattia. Di recente, la comunità scientifica ha fatto e sta facendo grandi passi avanti nello sviluppo dei vaccini a mRNA, ma in passato sono stati realizzati altri vaccini con obiettivi simili, seppure con tecnologie diverse. Un esempio sono i vaccini a cellule dendritiche. Questi sono realizzati a partire da cellule del sangue dei pazienti che in laboratorio sono sottoposte a una stimolazione che permette di ottenere le cellule dendritiche, che vengono quindi messe a contatto con il materiale tumorale e poi somministrate nuovamente ai pazienti. Lo scopo ultimo è aiutare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere il tumore. Nel caso di questo studio, guidato da Marcella Tazzari, i vaccini sono stati prodotti presso l’Immuno-Gene Therapy Factory (IGTF) dell’IRST, un’officina farmaceutica autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA).
Nel 2013, il primo vaccino a cellule dendritiche è stato approvato dall’Agenzia europea delle medicine (EMA), l’ente europeo per la regolazione dei farmaci, contro il tumore alla prostata metastatico. Tuttavia, negli ultimi anni l’uso di questo tipo di vaccino si è ridotto, anche per la variabilità della risposta tra i pazienti e la difficoltà di identificare in anticipo chi possa rispondere al vaccino e beneficiarne. In Italia, questo tipo di terapia è impiegato principalmente in studi clinici sperimentali o per uso compassionevole, un tipo di utilizzo normato dall’AIFA, quando per esempio mancano alternative terapeutiche. Il gruppo di Tazzari è partito dai dati di tali studi sperimentali e usi compassionevoli per capire meglio come funzionano questi vaccini.
Ricercatrici e ricercatori hanno raccolto i campioni e i dati clinici di un gruppo di 21 pazienti con melanoma in stadio avanzato che erano stati trattati in precedenza con il vaccino a cellule dendritiche. Ricostruendo il loro percorso clinico, hanno confrontato i dati dei casi che avevano risposto al vaccino con quelli di coloro che non avevano risposto. Dall’analisi è emerso che i tumori dei pazienti che avevano beneficiato maggiormente del vaccino presentavano più di frequente delle strutture immunitarie dette linfoidi terziarie mature. Queste consistono in aggregati organizzati di cellule immunitarie che si possono formare nel tessuto tumorale e nei quali i linfociti B rappresentano una componente chiave. Inoltre, il gruppo ha osservato che i pazienti che rispondevano maggiormente presentavano una maggiore quantità di linfociti B.
Questi dati fanno pensare che oggi non si stiano sfruttando tutte le potenzialità di questo tipo di vaccini, in particolare in due direzioni diverse. Da un lato, rilevare precocemente la presenza delle cellule B nei pazienti potrebbe aiutare a indentificare coloro in cui il vaccino potrebbe avere maggiori possibilità di funzionare. Dall’altro, comprendere che cosa accade alle cellule B durante la stimolazione per la produzione del vaccino, e come queste interagiscano con le cellule dendritiche, potrebbe suggerire nuove modalità per ottimizzare il vaccino.
Non è ancora noto quale meccanismo biologico sia alla base dell’associazione tra le cellule B e la risposta alla vaccinazione. I prossimi studi del gruppo di ricerca sono proprio rivolti a comprendere questo aspetto cruciale: le informazioni raccolte saranno fondamentali per capire se è possibile migliorare la terapia con il vaccino a cellule dendritiche. Dato che il farmaco è già approvato dagli enti regolatori ci sarebbe anche il notevole vantaggio di poter accorciare i tempi di un possibile utilizzo in clinica, rispetto al lungo percorso di sviluppo di un vaccino ex novo.
Camilla Fiz