IL NOTIZIARIO DELLA RICERCA

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Paola, ricercatrice

"Non avrei voluto fare nessun altro lavoro… la nostra è una grande responsabilità sia verso AIRC che verso il paziente, al quale dobbiamo prestare le nostre cure e se possibile il giusto conforto"


Paola

Dal reparto al laboratorio, la vita del medico ricercatore

Per studiare le malattie mieloproliferative, la giovane ricercatrice italiana si è formata a Firenze ma anche a Parigi e in Gran Bretagna. Ora, con un Investigator Grant triennale di AIRC, spera di cambiare il destino dei malati con mielofibrosi.

Si chiama calreticulina e, da un po' di tempo a questa parte, è in cima ai pensieri di Paola Guglielmelli. Per studiarla a fondo e comprendere come usarla al meglio nella diagnosi e nella terapia dei tumori del sangue, ha ottenuto un importante finanziamento da AIRC.

"Mi sveglio alla mattina e sono contenta di andare al lavoro" racconta sorridendo, seduta nell'ufficio prestatole per l'occasione dal suo mentore Alessandro Vannucchi, nei laboratori fiorentini a due passi dall'Ospedale Careggi, dove il loro gruppo di medici-ricercatori si divide tra assistenza ai malati e ricerca al bancone, con anche un'attenzione particolare al dialogo con i malati e le loro famiglie.

"Siamo entrambi di Pistoia" spiega con un accento lieve, ma inconfondibilmente toscano, "e a lui sono molto grata per avermi offerto il primo assegno di ricerca quando, da neolaureata in medicina, stavo per iniziare la scuola di specializzazione in ematologia e non avevo mai fatto esperienza in laboratorio. Non dimenticherò mai il primo giorno, quando mi mise davanti alla cappa aspirante, con in mano gli strumenti che impugnavo per la prima volta, e mi affidò una procedura tutt'altro che semplice".

L'importanza del mentore

Prima della laurea, aveva prudentemente preferito stare alla larga da quel professore conosciuto per essere estremamente esigente e la tesi di laurea sul trapianto di midollo - o meglio di cellule staminali emopoietiche, come si preferisce dire oggi - l'aveva fatta con un altro docente. "Ho scoperto che il professor Vannucchi pretende molto da chi lavora con lui, ma sa anche molto bene come incoraggiare chi sta imparando e come gratificare il lavoro di ciascuno, così da favorire il raggiungimento dell'autonomia e dell'indipendenza".

Come quella volta in cui le disse a bruciapelo, senza preavviso, che la presentazione scientifica dell'indomani davanti alla platea del congresso internazionale l'avrebbe tenuta lei, in inglese: "Ha saputo trasmettermi fiducia e sicurezza". La laurea e la specializzazione, ottenute entrambe all'Università di Firenze con il massimo dei voti ("alla maturità presi 50 sessantesimi, e in realtà non sono mai stata una secchiona" si schermisce), aiutano. L'attività di assistenza domiciliare di pazienti anche terminali, con l'Associazione italiana leucemie, arricchisce subito dopo la laurea il bagaglio di esperienze. "A domicilio del malato, da sola, con i pochi strumenti disponibili, occorre spesso ingegnarsi" ricorda sorridendo. Ma è il lavoro fianco a fianco con il suo mentore, anche nel progetto 5 per mille AIRC da lui coordinato, che fa la differenza.

Un traguardo personale

Il suggello è la recente assegnazione da parte di AIRC, a lei personalmente, di un importante Investigator Grant triennale per approfondire in autonomia le ricerche su una mutazione che caratterizza alcuni sottogruppi di malati colpiti da malattie mieloproliferative, in particolare la mielofibrosi: "Il progetto punta a identificare nuovi metodi per migliorare la diagnosi in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche che presentano mutazioni nel gene della calreticulina. Intendiamo svilupare anticorpi monoclonali capaci di individuare la proteina mutata e studiare i meccanismi attraverso i quali essa provoca la malattia, anche per identificare possibili bersagli per le nuove terapie" spiega.

Il progetto triennale avrebbe dovuto partire nel 2014, ma ha subito uno slittamento di un anno per i ritardi causati dall'entrata in vigore della nuova normativa sulla sperimentazione animale: "L'ultima parte del progetto prevede anche l'uso di un modello murino per verificare le osservazioni condotte in vitro. Le nuove regole sono ancor più rigorose, per garantire che gli animali siano usati solo se e quando possono fornire informazioni veramente utili, non ottenibili con altri mezzi, e con la massima attenzione per evitare che soffrano. Abbiamo dovuto quindi presentare un supplemento di documentazione e attendere le autorizzazioni, con tempi più lunghi del solito".

Dal paziente alla pipetta

Oggi la sua attività quotidiana è scandita dall'attività di medico-ricercatore: "Il contatto con il paziente si fonde perfettamente con il lavoro al bancone e l'analisi genomica condotta in laboratorio" racconta. "La mia giornata ha inizio verso le otto del mattino davanti a un caffè bevuto in compagnia dei colleghi. Poi ci sono le visite programmate dei pazienti che partecipano a uno dei numerosi studi clinici in corso: io ne seguo sei, su una ventina circa. La visita si accompagna spesso ai prelievi di sangue, all'esecuzione di una biopsia ossea o di un elettrocardiogramma, che effettuo di persona. La pausa per il pranzo, in orario variabile secondo gli impegni, cerco di condividerla con i colleghi".

Dopo il pranzo si toglie il camice da medico e attraversa la strada per indossare quello del ricercatore: "Fino a sera il tempo è impegnato in riunioni per la programmazione degli esperimenti, per la discussione o l'analisi dei risultati ottenuti e nel portare avanti il lavoro sperimentale, seduta al bancone del laboratorio, spesso ascoltando musica in cuffia. Mi piacciono un po' tutti i generi, dalla musica classica, al jazz e al pop, e ascolto molto volentieri Francesco Guccini, forse anche perché è di Pàvana, vicino a Pistoia".

L'attività in laboratorio dura di solito almeno fino alle 20, ma non di rado dopo cena la testa torna al lavoro: "Se necessario, riprendo a lavorare un poco, leggendo articoli, scrivendo progetti o preparando la lezione per la giornata successiva, quando l'attività didattica si aggiunge a quella clinica e alla ricerca. All'inizio quello della didattica era un compito come un altro, poi ho scoperto l'utilità e l'importanza di spiegare cose nuove a chi parte non sapendo nulla o quasi. Scoprire poi di essere riuscita ad appassionare gli studenti, o i colleghi biologi ed ematologi che partecipano ai corsi di aggiornamento che organizziamo sulle malattie mieloproliferative croniche, è davvero molto gratificante".

Formazione europea

A lei era successo fin dai tempi del liceo, un istituto tecnico sperimentale a indirizzo biologico, di appassionarsi per le discipline scientifiche e poi ancora ogni volta in occasione dei periodi trascorsi all'estero: "Nel 2007, durante l'ultimo anno della scuola di specialità, sono stata ospite all'Institut Gustave Roussy di Parigi, nel laboratorio diretto da William Vainchenker, lo stesso dove un paio d'anni prima era stata scoperta la mutazione del gene JAK2, tappa fondamentale per la comprensione di queste malattie. Era la prima esperienza lontana da casa, e non è stato semplice, ma è stato profondamente istruttivo perché ho acquisito dimistichezza con tecniche di laboratorio innovative". A Parigi era già stata in vacanza, ma l'aveva vista con occhi diversi: "Ho sempre amato molto viaggiare. In gruppo o in coppia, ho girato tutta l'Europa in treno, con il biglietto Interrail".

Le mancava solo la Gran Bretagna, troppo costosa, ma ci sarebbe approdata nel 2010, l'anno in cui ha conseguito il dottorato di ricerca in oncologia clinica e sperimentale studiando proprio le correlazioni tra le alterazioni del genoma e le manifestazioni cliniche in pazienti con neoplasie mieloproliferative croniche. "Ho trascorso un mese all'Istituto di genetica di Salisbury, la cittadina a sud di Londra nella cui Cattedrale è conservata una copia della Magna Carta, dove ho imparato le tecniche di sequenziamento e analisi molecolare fondamentali per analizzare e interpretare i dati genetici e le mutazioni di geni associate alla malattia".

Il tempo lasciato libero da attività clinica, ricerca e didattica lo passa con gli amici, con cui condivide la passione per il cinema d'autore e per la fotografia, o in serena solitudine: "Mi piace stare da sola, forse perché sono figlia unica". Nel fine settimana, spesso fa una puntata a Pistoia, a trovare i genitori o gli amici d'infanzia cui è rimasta legata: "Sarebbe facile dire che vorrei scoprire la cura delle malattie mieloproliferative, ma per ora mi sento fortunata perché riesco a fare tanto, in un laboratorio che, grazie ai fondi AIRC, è all'avanguardia e competitivo rispetto agli Stati Uniti e dove è possibile fare scoperte importanti arrivando già a modificare e migliorare l'approccio al paziente." Scoperte e conoscenze che sono puntualmente condivise con la comunità dei malati nell'annuale Giornata fiorentina dedicata ai pazienti con malattie mieloproliferative croniche, cui partecipano circa 400 persone tra pazienti e accompagnatori.

Tratto da Fondamentale, aprile 2016.


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