Alimentazione e attività fisica sono i caposaldi di un organismo sano. Oggi si sa che sono anche le premesse per evitare il rischio di ammalarsi di tumore.

La prevenzione del cancro comincia dall’infanzia. Di questo sono oggi
sicuri gli esperti che su questo tema hanno fatto ricerche. Perchè la chiave per
evitare di ammalarsi di tumore sta nelle abitudini di vita (l’unico aspetto, tra l’altro,
sul quale si può intervenire fattivamente, dal momento che la componente genetica
di predisposizione non può essere intaccata).
E gli stili di vita si acquisiscono
da piccoli. “È ormai ampiamente dimostrato che le modificazioni metaboliche e
ormonali indotte dai comportamenti durante l’infanzia sono capaci di trasformare le nostre
cellule e il loro modo di funzionare“ spiega Iolanda Minoli, pediatra e direttore del
Centro di prevenzione delle malattie dell’adulto presso l’ospedale ginecologicopediatrico Macedonio
Melloni di Milano.
Il centro diretto da Minoli ha condotto diversi studi di prevenzione delle malattie tipiche
dell’età adulta (i tumori, ma anche le malattie cardiovascolari e metaboliche, come il
diabete) dimostrando che con la giusta alimentazione e una quota sufficiente di attività
fisica si può ridurre l’incidenza delle malattie dell’adulto del 30 per cento circa.
“I genitori sono quindi i primi artefici della salute dei propri figli, e ciò fin
dal momento del concepimento” spiega ancora Minoli.
Nella pancia della mamma
In effetti il destino del nostro organismo si prepara già nella pancia
della mamma. Uno studio recente, presentato ufficialmente dalle autorità sanitarie del
Nuovo Galles del Sud (un’ampia regione dell’Australia) dimostra che i figli di madri che fumano
durante la gravidanza hanno un rischio relativo di ammalarsi di leucemia nell’età infantile
aumentato del 70 per cento, dell’80 per cento di incorrere in un tumore cerebrale e addirittura del
270 per cento di ammalarsi di cancro in generale.
Ciò significa, in sostanza, che se la popolazione generale infantile ha un rischio di ammalarsi
di tumore pari a 1, i figli di fumatrici hanno un rischio pari a 2,7.
I dati australiani non fanno altro che confermare studi precedenti, il più ampio dei quali è
uscito nel 2005 sulla rivista Jama. “Il fumo danneggia le cellule dell’individuo adulto, ma i suoi
metaboliti sono in grado di passare la barriera placentare ed evidentemente influenzano la stabilità
genetica delle cellule del nascituro così come fanno con quelle di un organismo già formato”
spiega John Bishop, coordinatore dell’indagine australiana.
Il segreto è il cibo
Una volta nato, invece, e per i primi anni di vita, è sull’alimentazione che bisogna
puntare per fare una vera prevenzione.
“Anche in questo ambito diverse ricerche hanno svelato la relazione tra ciò che si mangia da piccoli
e il rischio di ammalarsi da grandi, e questo indipendentemente dal peso, che è un fattore importante ma
non l’unico” spiega ancora Minoli.
Il legame tra il cancro e il cibo passa attraverso il metabolismo, cioè quel complesso sistema di reazioni
che coinvolgono enzimi ed ormoni e che permette al corpo di produrre l’energia necessaria alla propria vita e tutte
le sostanze di cui ha bisogno. “Alcuni geni che regolano il metabolismo sono influenzati, nella loro espressione,
dalla qualità del cibo introdotto fin da piccoli. Gli studi di epidemiologia molecolare hanno confermato che
spesso si tratta di geni che hanno anche un ruolo importante nella trasformazione maligna delle cellule” spiega
Paolo Vineis, docente di epidemiologia all’Imperial College di Londra e all’Università di Torino.
“Si tratta quindi di adottare un’alimentazione che li influenzi in modo positivo”.
Le regole sono poche ma chiare, come spiega Iolanda Minoli, che da anni fornisce consigli dietetici ai genitori e
che ha lavorato anche, per conto della Comunità europea, al miglioramento dell’alimentazione nelle scuole.
“Innanzitutto bisogna favorire l’allattamento al seno il più a lungo possibile, e almeno per un anno”
spiega. “Questo consente la migliore maturazione del sistema immunitario del bambino, fondamentale per combattere
le future infezioni ma anche, come si sa oggi, i tumori. Il beneficio, peraltro, è duplice, perchè interessa
anche la madre che, in tal modo, si protegge dal cancro del seno”.
Lo svezzamento, poi, va personalizzato: “I bambini non sono tutti uguali, perchè ognuno vive in un contesto
diverso e talvolta anche in ambienti culturalmente diversi. Esistono delle regole generali, ma bisogna avere un occhio di
riguardo per la quotidianità dei piccoli”.
Ecco quindi che se il controllo delle calorie deve essere piuttosto serrato nei bambini che vivono in città e fanno
una vita pressochè sedentaria, si può abbondare se si vive in montagna o in campagna, dove fa più
freddo e ci si muove di più.
“In ogni caso, sono da privilegiare gli alimenti di origine vegetale, possibilmente di stagione. Le verdure
vanno ben lavate per ridurre al minimo l’introduzione di sostanze chimiche. Per la stessa ragione, nei primi anni di
vita bisognerebbe evitare di dare ai bambini la frutta con la buccia (per esempio le mele). Da bandire assolutamente,
fino ai tre anni, l’aggiunta di sale: i reni dei più piccoli non sono adatti a filtrare grandi quantità
di sali minerali, e quindi ne vengono danneggiati” spiega Minoli. “Molti casi di ipertensione nell’età
adulta sono dovuti a questo tipo di effetto, perchè il rene è un organo fondamentale anche per il
mantenimento della corretta pressione sanguigna”.
Da evitare, per quanto possibile, tutto ciò che è pronto e confezionato. Infine, da limitare i dolci
(specie queli che contengono zuccheri raffinati) e la carne (non più di tre volte la settimana) da integrare
con pesce, legumi e, dopo l’anno, con un uovo.
Il pediatra di fiducia
Una delle grandi conquiste della prevenzione infantile è la diffusione delle vaccinazioni,
come spiega Michele Gangemi, pediatra di famiglia di Verona e presidente dell’Associzione culturale pediatri,
una delle società scientifiche più attive in materia di prevenzione infantile con un approccio
globale (sociale, psicologico, culturale e scientifico).
“Grazie alle vaccinazioni, la mortalità infantile nell’ultimo secolo è crollata, salvo
purtroppo nei paesi in via di sviluppo.
In Italia, però, molto si deve anche a una figura che gli altri Paesi ci invidiano, ovvero il pediatra di
libera scelta, in pratica il medico di famiglia del bambino”. In effetti solo da noi i bambini hanno diritto,
fino ai 14 anni, all’assistenza di un pediatra che non è uno specialista dei ‘casi gravi’ e che non sta solo
in ospedale, ma sul territorio e nelle case.
“Il pediatra di famiglia è la persona giusta per consigliare le misure preventive adatte al singolo
bambino, perchè conosce anche la famiglia e la sua storia medica. Inoltre da anni sono stati istituiti i
cosiddetti bilanci di salute, visite programmate a scadenze precise nel corso della crescita del piccolo che hanno
lo scopo di valutare lo sviluppo e la salute dei bambini sani, offrendo consigli che vanno oltre la prescrizione
di farmaci ed esami”.
Un altro aspetto da non trascurare è che il pediatra di fiducia è anche più attento ai segnali
di allarme. Aggiunge Michele Gangemi: “Per fortuna i tumori infantili sono rari, ma spesso non danno segno di
sè, se non in fase avanzata.
Un medico che conosce bene il piccolo è più attento ai cambiamenti e può avviare, in caso di dubbio, la corretta
procedura diagnostica. E oggi, molte forme oncologiche infantili sono curabili con successo”.
L’attività fisica
Un altro fattore fondamentale per la prevenzione in età infantile è l’attività fisica. Ed è bene ricordare che mentre il bambino piccolo si muove continuamente, il giovane invece, tra scuola e compiti, finisce col rimanere
seduto per troppe ore al giorno. A queste vanno aggiunte le ore passate davanti alla televisione (4,5 in media, dicono le
statistiche) o al computer (2,5 ore al giorno).
L’impegno in un’attività sportiva regolare diversi giorni la settimana dovrebbe essere iniziata proprio nell’infanzia e
mantenuta nell’adolescenza (età nella quale, di solito, i ragazzi perdono le buone abitudini).
Meglio naturale che integrato
I ragazzi mangiano pochi cibi sani, ma ben un terzo della popolazione sotto i 18 anni consuma regolarmente integratori dietetici, anche attraverso i vari cibi ‘rafforzati’, come i cereali.
La cattiva abitudine di sopperire a eventuali carenze nutrizionali (peraltro difficile da accertare) si sta diffondendo tra gli adulti,
ma non risparmia i più piccoli. Il fenomeno, dice l’Associazione italiana di pediatria, è in aumento anche in Italia.
Gli integratori più usati sono i preparati multivitaminici e multiminerali, seguiti a distanza da singole vitamine (vitamina C, retinolo, vitamina D), singoli sali minerali (calcio e ferro), supplementi di origine vegetale quali bioflavonoidi di agrumi, ginseng, echinacea.
Paradossalmente ne fanno più uso i bambini di famiglie ad alto reddito, che sono ovviamente a minor rischio di carenze nutrizionali. “Sgombriamo il campo dagli equivoci” dice Minoli. “I bambini, salvo casi rari, non hanno
bisogno di integratori alimentari. Quello di cui hanno bisogno si trova già nel cibo, se questo è sano ed equilibrato.
Se non lo è, non è l’integratore che li proteggerà dalle malattie, perchè è dimostrato che l’effetto delle sostanze benefiche non è uguale nel cibo e nelle pastiglie”.