Dall'Adriatico alle Dolomiti passando dal fiume Delaware

Dall'Adriatico alle Dolomiti passando dal fiume Delaware

La marchigiana Barbara Belletti lavora su modelli animali all'avanguardia per mettere a punto cure più efficaci per le donne colpite dal tumore del seno in giovane età.

I l 4 luglio, mentre tutti gli americani celebrano il giorno dell'Indipendenza, la famiglia di Barbara Belletti festeggia il compleanno della secondogenita Bianca, nata anche lei - come gli Stati Uniti d'America - a Filadelfia: nel 2001 infatti, Barbara lavorava come ricercatrice al Kimmel Cancer Center, nell'Università intitolata proprio a Thomas Jefferson, "padre fondatore" e, tra le altre cose, scienziato.

Maria Giulia, la primogenita che oggi frequenta la Facoltà di medicina a Siena, era nata qualche anno prima a Napoli, dove era stata di nuovo la carriera scientifica a portare Barbara. Dalla natìa Civitanova Marche, cittadina affacciata sull'Adriatico, era partita dopo la maturità scientifica al Liceo Leonardo Da Vinci ed era arrivata nel capoluogo campano al compimento degli studi di biologia, coronati da un dottorato in biologia cellulare, all'Università di Bologna.

Alla scoperta dell'uomo

"Dopo il liceo scientifico era chiaro che sarei andata a Bologna, città universitaria in gran fermento, ma ero stata a lungo indecisa sulla facoltà, tanto che feci anche un mese di precorsi di ingegneria, poi optai per biologia" racconta. "Io volevo studiare la biologia umana, ma all'epoca il corso di laurea aveva anche esami di botanica e zoologia."

A Bologna vive l'esperienza dell'appartamento in condivisione: "Sono stati sette anni molto ricchi, in cui ho fatto amicizia con studenti di tutte le facoltà, provenienti da ogni parte d'Italia. Con molti di loro conservo ancora oggi dei legami".

La passione per la ricerca scoppia quando decide di preparare una tesi sperimentale: è allora che rimane "affascinata dal laboratorio", un innamoramento che deve essere stato reciproco, al punto che dopo la laurea (con lode) supera il concorso per essere ammessa a un dottorato di ricerca, sempre nell'ateneo felsineo: "Non avevo padrini di nessun tipo, e solo a cose fatte mi resi conto di quanto fosse significativa la difficoltà superata" ricorda con un pizzico di orgoglio.

Per approfondire la conoscenza del funzionamento dell'organismo umano, sano e malato, dopo il dottorato decide di dedicarsi alla patologia clinica. Così si ritrova a preparare un master all'Istituto di genetica e biofisica di Napoli, nel laboratorio diretto da Maria Graziella Persico, dove le premesse sono chiare da subito per tutti: "Nel suo laboratorio o volevi fare ricerca o te ne andavi. Per me è stata una guida molto severa e motivante".

La prima borsa AIRC-FIRC

Il trasferimento a Napoli coincide con una borsa di studio ottenuta dalla FIRC: "Ricordo l'enorme soddisfazione quando superai l'esame con cui all'epoca gli aspiranti borsisti venivano interrogati dai big dell'oncologia italiana, tra cui Ada Sacchi, Pier Paolo Di Fiore, Pier Giuseppe Pelicci: superare il colloquio all'Istituto superiore di sanità e vedersi assegnare la borsa era davvero la prova che stavi facendo il ricercatore nel modo migliore" ricorda. "Venivo da un periodo di profonda crisi, in una nuova città, in un nuovo istituto e con una bambina appena nata, e mi chiedevo se valesse la pena continuare. Dopo la nascita di mia figlia non vedevo l'ora di tornare in laboratorio, ma senza nido per la bambina e con spostamenti lunghissimi è stata una gran fatica, anche se i genitori di mio marito ci aiutavano ogni giorno, aspettando che tornassi dal lavoro."

A Napoli Barbara aveva infatti conosciuto Gustavo Baldassarre, un ricercatore oncologo - "molto stakanovista" - di un paio d'anni più grande di lei, con cui l'intesa era stata subito totale, portando ben presto al matrimonio e alla nascita della prima figlia, e dando l'avvio a un sodalizio che ancora oggi li vede dividere lo stesso laboratorio di ricerca nella divisione di oncologia molecolare del Dipartimento di ricerca traslazionale del Centro di riferimento oncologico di Aviano.

Prima dell'approdo ai piedi delle Dolomiti friulane, però, la passione comune per la ricerca li aveva portati a trasferirsi a Filadelfia, dove la piccola Maria Giulia aveva imparato subito a esprimersi senza difficoltà anche in inglese, seppure con una cadenza a dir poco peculiare: "Alla scuola di Filadelfia ha imparato dalle sue deliziose insegnanti un sacco di espressioni tipiche della comunità afroamericana, e anche la caratteristica cadenza" ricorda Barbara ridacchiando. "Negli Stati Uniti l'organizzazione dei centri di ricerca è pensata per facilitare il compito a chi lavora in laboratorio, ma quello del ricercatore rimane comunque un lavoro in cui gli insuccessi sono molto più numerosi dei successi, che ti obbliga a fare spesso un'autocritica profonda."

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Autocritica e perseveranza

L'occasione per chiedersi se, e dove, abbia sbagliato qualcosa gliela dà proprio AIRC: "Alla fine del periodo negli Stati Uniti presentai la domanda per un My First AIRC Grant: respinta. Poi l'anno seguente per un Investigator Grant, con lo stesso esito negativo" racconta. Per un paio d'anni sospese i tentativi, per capire come aggiustare il tiro prima di riprovarci, consapevole del fatto che anche scrivere una domanda di finanziamento richiede una competenza notevole, perché occorre dimostrare a un finanziatore esigente e scrupoloso come AIRC non solo di avere una buona idea, ma anche di padroneggiare i metodi e le tecniche per mettere alla prova quell'idea in modo da ottenere risultati affidabili e significativi.

Quando nel 2010 è pronta per l'ennesimo tentativo tutte le tessere del puzzle vanno a posto e il finanziamento AIRC arriva, seguito poi da altri negli anni seguenti.

L'ultimo in ordine di tempo le ha permesso di avviare, all'inizio del 2018, un ambizioso progetto con cui spera di contribuire a spiegare perché nelle donne colpite in giovane età dal cancro del seno le terapie tendono a essere meno efficaci, con un maggior rischio di ricadute e con una sopravvivenza complessivamente inferiore, a parità di tipologia di tumore, rispetto a quella delle donne colpite in età più avanzata (vedi box).

Nel segno dell'indipendenza

Oggi le giornate di Barbara sono di nuovo scandite dai ritmi della ricerca: "Le figlie sono cresciute molto indipendenti: Maria Giulia, che adesso ha 22 anni, vive a Siena dove ha deciso di frequentare medicina, forse anche per tutte le ore che ha trascorso in laboratorio fin da piccola, mentre Bianca frequenta il terzo anno di liceo scientifico, e quest'anno parteciperà al periodo di tirocinio che l'istituto in cui lavoro organizza per gli studenti. Accanto alla ricerca mi piace dedicare un po' di tempo alla divulgazione: oltre agli eventi di AIRC, da anni partecipo ai momenti di incontro organizzati nelle sale d'attesa del mio ospedale in cui medici e ricercatori raccontano ai pazienti cosa significa fare ricerca" spiega. E, quasi ad assicurare che si tratta di amore ricambiato per la ricerca e non di schiavitù, conclude con una sorta di personale "dichiarazione di indipendenza": "Mi piace anche cucinare, e invitare gli amici nella nostra casa con giardino in centro a Pordenone. Ultimamente ho anche preso l'abitudine, una sera a settimana, di uscire prima dal laboratorio per andare a yoga".

I medici si interrogano da tempo sulle ragioni per cui le pazienti colpite in giovane età dal tumore della mammella presentano spesso una prognosi peggiore, anche a parità di stadio della malattia, grado e sottotipo, ma finora non sono state indagate le eventuali differenze a livello molecolare. È questo l'obiettivo del progetto quinquennale diretto da Barbara Belletti al Centro di riferimento oncologico di Aviano, nel laboratorio che da moltissimo tempo condivide con il marito Gustavo: "Lui si occupa più di tumori dell'ovaio e di testa e collo, ma ci confrontiamo continuamente, e spesso parliamo di lavoro anche a casa" racconta.

Il centro di Aviano, che dispone di tutto il necessario per la ricerca su modelli animali, offre un'opportunità unica: "Grazie al coordinamento con il chirurgo della mammella riusciamo a pianificare in anticipo la raccolta dei campioni di tessuto tumorale donati dalle pazienti quando vengono operate, e a trapiantarli in animali di laboratorio che ci permettono di studiare approfonditamente ciascun tumore, in modo da ottenerne 'l'impronta digitale' e da seguirne l'evoluzione nel tempo". Tra gli obiettivi futuri c'è quello di creare per ciascuna paziente una sorta di sperimentazione clinica virtuale, basata su modelli animali personalizzati, con cui verificare l'efficacia delle diverse terapie possibili senza esporre la donna al rischio di insuccessi o di effetti collaterali inutili: "Con la caratterizzazione molecolare e la produzione di modelli animali e preclinici appropriati su cui testare e, possibilmente, validare le nostre ipotesi, l'obiettivo è trovare cure più personalizzate, efficaci e meno invasive per le donne più giovani che si ammalano di cancro al seno" conclude Belletti.

  • Autori:

    Fabio Turone

  • Data di pubblicazione:

    13 settembre 2018