IL NOTIZIARIO DELLA RICERCA

I traguardi dei nostri ricercatori

I traguardi dei nostri ricercatori – parte quarta

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Ogni anno sono migliaia le pubblicazioni scientifiche date alle stampe dai ricercatori finanziati da AIRC. In occasione dei Giorni della Ricerca vi presentiamo alcuni dei risultati più importanti pubblicati nell'anno appena trascorso.


Una palestra molecolare

I tumori, anche quando colpiscono lo stesso organo, possono contenere diverse mutazioni del DNA. Ed è questa la ragione per cui un farmaco efficace in un paziente può essere inefficace in un altro. Un gruppo di ricercatori dell'Università di Torino, coordinato da Alberto Bardelli, Federica Di Nicolantonio ed Enzo Medico, ha condotto una ricerca, pubblicata sulla rivistaNature Communications, coltivando in vitro cellule di tumori del colon prelevate da oltre 150 pazienti e caratterizzandone i difetti genetici. In questa raccolta di campioni è riassunta la varietà molecolare osservata nei tumori intestinali: si tratta quindi di un'efficace palestra sperimentale per testare nuovi approcci di terapia personalizzata. A riprova di ciò, i ricercatori hanno scoperto un caso in cui le cellule tumorali presentavano concentrazioni elevate di una proteina, chiamata ALK, contro la quale è già disponibile un farmaco efficace nei tumori polmonari. Con lo stesso approccio hanno poi identificato altre sei proteine-bersaglio, presenti a concentrazioni anomale in una piccola parte dei casi e contro le quali è possibile mettere a punto dei farmaci specifici o utilizzare quelli già esistenti.

Fonte:  Nature Communications, aprile 2015

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Un MITO per il cancro all'ovaio

Il gruppo MITO, coordinato da Sando Pignata e Francesco Perrone all'Istituto tumori Fondazione Pascale di Napoli, include oltre 60 centri italiani dedicati allo studio dei tumori dell'apparato ginecologico. Sono loro a condurre lo studio MITO11 che ha coinvolto 70 donne con tumori dell'ovaio che non rispondevano alla chemioterapia standard o che sviluppavano resistenza ai farmaci. I risultati sono stati pubblicati suLancet Oncologye dimostrano che l'aggiunta di un farmaco chiamato pazopanib al trattamento standard con paclitaxel aumenta in maniera statisticamente significativa il tempo che intercorre prima che la malattia ricominci a progredire. Come ci si poteva aspettare, la combinazione dei due farmaci è risultata più tossica, ma nel complesso gli effetti collaterali osservati sono gestibili. Questo primo risultato non basta ancora per autorizzare l'uso del pazopanib nella pratica clinica, ma rappresenta una solida base per programmare ulteriori studi in un maggior numero di donne.

Fonte:  The Lancet Oncology, maggio 2015

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La biopsia liquida scopre quando il cancro "si rilassa"

Se si interrompe la terapia mirata, il tumore del colon metastatico abbassa le difese che aveva alzato contro i farmaci. Le mutazioni del suo DNA, che gli avevano permesso di aggirare l'effetto dei trattamenti a bersaglio molecolare, cominciano a calare. La scoperta, è stata ottenuta grazie alla "biopsia liquida" messa a punto all'IRCCS di Candiolo (Torino), in collaborazione con il Niguarda Cancer Center di Milano in uno studio coordinato da Alberto Bardelli e Andrea Sartore-Bianchi. Il test infatti permette, con un semplice prelievo di sangue, di esaminare il DNA rilasciato nella circolazione sanguigna dalle cellule tumorali, evitando così la necessità di fare una biopsia, ossia una piccola operazione per rimuovere un pezzo di tessuto. L'esame, che è stato ribattezzato "biopsia liquida", è il frutto della perseveranza di una giovane dottoranda, Giulia Siravegna, che ha lavorato a questo progetto per quattro anni. Con la biopsia liquida è possibile monitorare l'andamento della malattia durante il trattamento, individuando precocemente il momento in cui il tumore impara a neutralizzarne l'effetto. Riuscire ad individuare con tempismo la "finestra" in cui le cellule sono più suscettibili, permetterà di capire qual è il momento migliore per riprendere le terapie.

Fonte:  Nature Medicine, giugno 2015

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Una nuova mutazione ereditaria nel cancro del seno

Purtroppo le mutazioni nei geni BRCA non sono le uniche mutazioni associate ai tumori ereditari della mammella: i ricercatori stimano che altre anomalie genetiche ereditarie possano spiegare circa un terzo dei casi familiari. Un gruppo di ricercatori italiani e stranieri guidati da Paolo Peterlongo, dell'Istituto FIRC di Oncologia Molecolare di Milano (IFOM) e da Paolo Radice dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ha in particolare studiato una variante del gene FANCM, chiamata p.Arg1931*. La proteina che si ottiene trascrivendo tale gene è importante per la riparazione dei danni al DNA, ma quando la proteina è alterata in seguito alla mutazione, i danni non corretti nel DNA possono favorire lo sviluppo e l'evoluzione del cancro. I ricercatori hanno per la prima volta ottenuto una prova del legame tra la mutazione e il maggior rischio di sviluppare la malattia, offrendo così una conoscenza di base per studi più approfonditi sul gene FANCM. Se i risultati si confermeranno, i risultati potranno anche essere utilizzati per ilcounsellinggenetico delle famiglie in cui si trova tale mutazione, per la diagnosi precoce della malattia, e inoltre per individuare nuovi bersagli di cura per le pazienti portatrici di questa mutazione.

Fonte:  Human Molecular Genetics, luglio 2015

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