Emboli radioattivi contro il tumore del fegato

Una ricerca condotta all'Istituto dei tumori di Milano conferma sicurezza ed efficacia di una innovativa forma di radioterapia

Così come i farmaci sono sempre più specifici, anche la radioterapia funziona in modo sempre più preciso e mirato. Ma lo può diventare ancora di più se le radiazioni, invece che dall'esterno, raggiungono il tumore dall'interno dell'organismo. Nel caso dell'epatocarcinoma del fegato si possono usare microsfere contenenti una sostanza radioattiva, l'ittrio 90, iniettate nell'arteria che irrora il tumore.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Hepatology  dal gruppo coordinato da Vincenzo Mazzaferro, direttore della Chirurgia epato-gastro-pancreatica all'Istituto nazionale tumori di Milano, conferma la sicurezza e l'efficacia di questo trattamento nei confronti delle forme intermedie o avanzate della malattia. Il trattamento permette di concentrare le radiazioni solo nella zona del tumore, risparmiando le parti sane dell'organo. Il metodo è già utilizzato in alcuni centri di eccellenza.

«I dati confermano sostanzialmente quel che era già emerso in passato» spiega Mazzaferro. «L'efficacia di questo trattamento è paragonabile a quella del farmaco sorafenib o a quella della chemioembolizzazione (TACE), un metodo in cui le microsfere rilasciano non radiazioni, ma sostanze tossiche per il tumore. Anche dal punto di vista della tossicità il nuovo trattamento sembra essere tollerabile».

Ricerca pubblicata su:
Hepatology

Titolo originale:
Yttrium 90 Radioembolization for intermediate-advanced hepatocarcinoma: a Phase II Study

Data Pubblicazione:
08/2012

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