La radioterapia non è una cura vecchia ma vive una nuova giovinezza

L'idea di irradiare le parti malate, prima o dopo la chirurgia e la cura farmacologica ha portato a significativi aumenti nella sopravvivenza. Lungi dall'essere statica, la radioterapia si avvale dei progressi della tecnologia e dei risultati di nuovi studi.

radioterapia

La radioterapia è essenziale in qualunque programma di cura del cancro che porti al successo". Così si è espressa Yolande Lievens, radioterapista dell'Università di Gand, in Belgio, all'ultimo congresso della European Society for Radiotherapy and Oncology, per introdurre il grande progetto GIRO, da Global Impact of Radiation in Oncology, un'iniziativa presa congiuntamente dalle società scientifiche di molti Paesi con lo scopo di aumentare la soglia di conoscenza di ciò che la radioterapia moderna può fare, e di battersi affinché ovunque siano disponibili i servizi adeguati. Ancora oggi, infatti, esistono molti Paesi - per esempio 29 tra i 52 africani - che non dispongono di un reparto di radioterapia e nei quali, anche a causa di questa mancanza, il livello di informazioni è scarsissimo, quando non inesistente.

Indispensabile in un caso su due

Eppure la radioterapia è ormai fondamentale in un caso di cancro su due, cioè per sette milioni di nuovi pazienti nel mondo ogni anno (180.000 solo in Italia), valore che è destinato a salire a 12 milioni entro il 2030. E ogni malato dovrebbe scegliere se sottoporvisi o meno essendo in possesso di tutte le conoscenze del caso, grazie alle quali scoprirebbe che la radioterapia di oggi è sempre più personalizzata, potente e precisa, e sempre meno tossica. Le irradiazioni di interi settori dell'organismo, che a volte contribuivano alla guarigione, ma a costo di pesanti effetti collaterali e significativi rischi, oggi sono un ricordo del passato, come spiega Roberto Orecchia, direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia di Milano e del centro di radioterapia, nonché docente all'Università della stessa città: "Pensiamo, per esempio, alla cosiddetta radiochirurgia stereotassica, dove il raggio è usato come un vero e proprio bisturi e in quanto tale può essere impiegato anche laddove un tempo era impossibile intervenire: per esempio, sugli organi che si muovono spontaneamente come il polmone, il pancreas o il fegato. La disponibilità di questo tipo di raggi ci permette oggi di curare lesioni molto piccole, fino a un diametro di un centimetro circa, ed è quindi utilissima nei pazienti cosiddetti 'oligometastatici', che presentano cioè poche metastasi di piccole dimensioni. Sottoporli a questa radioterapia consente di assicurare loro un'ottima qualità di vita e di evitare terapie più tossiche e costose".

Piccole dosi ma frequenti

Un altro miglioramento molto significativo per la vita quotidiana dei pazienti è costituito dai cosiddetti "ipofrazionamenti", ovvero gli aggiustamenti di dosaggi possibili grazie alle nuove tecnologie che permettono di ridurre molto il numero di sedute necessarie, a volte anche di dimezzarle: lo si fa spesso nei tumori della mammella e della prostata, e lo si sta studiando in quelli di altri organi. "L'obiettivo" sottolinea Orecchia "è arrivare a una sola seduta per tutti i tumori, per due ragioni. Tecnicamente, per far sì che i malati ricevano tutta la dose di radioterapia di cui necessitano: oggi purtroppo capita che i pazienti manchino gli appuntamenti, correndo il rischio di ricevere dosi ridotte. Concettualmente, per un'integrazione sempre più stretta tra la radioterapia e gli altri approcci terapeutici come la chirurgia e la terapia farmacologica". Quella suggerita dall'esperto è, in effetti, una delle nuove frontiere della radioterapia: la combinazione. Lo si capisce molto bene guardando ciò che sta succedendo con l'immunoterapia: diversi studi hanno prima suggerito e poi dimostrato che una radioterapia non particolarmente intensa, effettuata prima dell'immunoterapia, può potenziarne gli effetti. I raggi, infatti, causano la morte di un buon numero di cellule che rilasciano nell'organismo proteine e detriti cellulari che funzionano da richiamo e da stimolo per il sistema immunitario; quando quest'ultimo viene sbloccato con un farmaco immunoterapico, l'effetto è più potente.

Un discorso analogo vale per l'individuazione dei bersagli molecolari tramite le più avanzate tecniche di imaging, che permettono di distinguere e, quindi, di personalizzare le terapie. Commenta Orecchia: "Pensiamo a due tumori apparentemente simili: in realtà non lo sono praticamente mai. Grazie a traccianti sempre più efficaci oggi è possibile capire quasi sempre quando una massa è pericolosa e quando lo è di meno, e in base alle informazioni raccolte programmare una radioterapia più o meno intensa. Un esempio concreto è ciò che sta accadendo con i tumori del cavo orale associati al papillomavirus: si stanno mettendo a punto schemi con dosi di raggi ridotte anche del 20-25 per cento rispetto a quelle tradizionali, perché si è visto che in molti casi possono essere sufficienti. Ma bisogna avere elementi che permettano di essere sicuri di poter ridurre l'intensità della cura: i nuovi mezzi diagnostici ce li forniscono".

Un grande contributo

Un'altra evoluzione è rappresentata dall'adroterapia, entrata a marzo a far parte definitivamente dei Livelli essenziali di assistenza (cioè delle procedure che il sistema sanitario deve offrire in tutte le Regioni, indipendentemente dalle scelte locali). Si tratta di radiazioni diverse da quelle tradizionali, con particelle cariche (adroni, protoni e ioni carbonio), dotate di altissima precisione e molto efficaci in alcuni tumori quali il melanoma dell'occhio, i cordomi e i condrosarcomi della base del cranio e della colonna, quelli delle ghiandole salivari e i sarcomi, e particolarmente indicate nei bambini, dove è fondamentale limitare al massimo l'esposizione per evitare rischi e conseguenze sulla crescita.

"Tutte queste novità" ricorda ancora Orecchia "spiegano perché, oggi, il contributo della radioterapia sia notevolissimo sia per quanto riguarda il controllo locale della malattia, che la radioterapia permette di migliorare del 10 per cento, sia per la sopravvivenza, cui essa aggiunge un 4 per cento. Se si confrontano questi valori con i benefici prodotti da alcuni farmaci, che nell'immaginario collettivo sono considerati quasi miracolosi, si comprende quanto sia maggiore quello della radioterapia. In alcuni tipi di tumore, per esempio quelli della testa e del collo, si arriva al 30-35 per cento di vantaggio nella sopravvivenza, in quelli della cervice uterina il guadagno è intorno al 20 per cento, nella prostata del 25 per cento, nella mammella del 15 per cento. Con questi risultati, oggi la radioterapia è, in alcuni casi, un'alternativa concreta alla chirurgia".

Molti dei progressi degli ultimi anni hanno visto l'Italia in primissima fila, grazie anche ai finanziamenti AIRC, come tiene a sottolineare Orecchia, concludendo: "Grazie a questi contributi abbiamo potuto sviluppare un programma molto diffuso di ipofrazionamento sui tumori della mammella che ha già riguardato più di tremila donne, con eccellenti risultati in termini di personalizzazione del trattamento: abbiamo lavorato molto sull'integrazione tra radioterapia convenzionale e ioni carbonio per la cura dei tumori della prostata ad alto rischio e abbiamo approfondito nuove modalità di produzione di elettroni, ad altissima intensità di dose, grazie a sistemi sperimentali di fusione fredda, i cosiddetti 'Plasma Focus'".

Dopo la mastectomia: anche meno va bene

Dopo una mastectomia a volte viene prescritto un ciclo di radioterapia di 5-6 settimane. La malata, reduce dall'intervento, si deve così sottoporre a un lungo periodo di spostamenti e attese, che può incidere negativamente sulla qualità della vita. Ma presto tutto ciò che è necessario fare potrebbe essere concentrato nel tempo, perché uno studio di fase 2 pubblicato su Journal of Clinical Oncology dagli oncologi e radioterapisti del Rutgers Cancer Institute del New Jersey ha dimostrato che, nelle opportune condizioni, bastano tre settimane di cura.

Le 67 partecipanti sono state infatti sottoposte, tra il 2010 e il 2014, a una dose complessiva di 36,63 Gy (l'unità di misura delle radiazioni, che tiene conto di quelle realmente assorbite dai tessuti umani) concentrati in tre settimane. Dopo 32 mesi, il risultato è stato molto positivo: per queste pazienti non sono infatti emersi, rispetto ai protocolli tradizionali, effetti tossici significativamente superiori. Inoltre, la percentuale di donne che ha superato i tre anni senza andare incontro a recidive è stata dell'89,2 per cento, e quella di coloro che, sempre a tre anni, non hanno avuto recidive a distanza è stata del 90,3 per cento: valori del tutto simili a quelli che si ottengono nelle donne che seguono 5-6 settimane di radioterapia.

Questi numeri confermano quindi che una radioterapia più concentrata non comporta una maggiore tossicità e garantisce gli stessi esiti.

Un'anestesia chiamata cinema

Barbie, Cars e SpongeBob: sono questi i film più gettonati al reparto di radioterapia della Clinica universitaria San Luca di Bruxelles dai piccoli pazienti che devono essere sottoposti a un ciclo di cure (circa uno su sei tra gli under 15 che si ammalano), di solito per un tumore cerebrale, osseo o ai tessuti molli: la proiezione non avviene al cinema, ma direttamente sulla parte superiore del macchinario dove il bambino è costretto a rimanere fermo per diversi minuti, a volte per ore. E ciò gli consente di evitare l'anestesia generale a cui altrimenti sarebbe sottoposto a ogni seduta (una volta a settimana per 4-6 settimane), trattamento a cui il bambino si prepara presentandosi a digiuno e quasi sempre dopo aver subito esami o, a volte, procedure dolorose.

Sono molto positivi i risultati presentati dai radioterapisti belgi al congresso annuale della European Society for Radiotherapy and Oncology svoltosi a fine primavera a Vienna, anche se per ora i numeri sono piccoli: riguardano infatti 12 bambini tra 1,5 e 6 anni di età, metà dei quali trattati con le procedure standard, e metà messi su un lettino dotato di proiettore a soffitto. Laddove l'83 per cento dei bambini sottoposti a terapie standard ha avuto bisogno di anestesia, solo il 33 per cento di quelli trattati col lettino speciale ne ha necessitato; questi ultimi, inoltre, hanno mostrato una collaborazione molto maggiore e un'ansia significativamente minore rispetto ai primi, che è andata di pari passo con la diminuzione dell'ansia dei genitori (che non possono stare vicino ai figli durante la terapia). Per di più i costi di installazione sono estremamente ridotti rispetto a qualunque altra procedura o farmaco usati in radioterapia. Lo studio continua, e tra i progetti dell'équipe c'è anche l'estensione del "cinema da lettino" anche ai pazienti adulti.

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Ultimo aggiornamento domenica 1 ottobre 2017.

Agnese Codignola

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