Se ne sono accorti gli esperti di sanità
pubblica: ci sono rischi che tendiamo a sottovalutare e che invece
hanno gravi conseguenze per la salute. Viceversa tendiamo a
sopravvalutare rischi di piccola entità. Gli esperti di
comunicazione del rischio sono alla ricerca di una soluzione basata
sull'informazione
Comunicare una brutta notizia, o segnalare un pericolo più o
meno imminente, non è mai semplice: parlare del rischio di cancro -
anche solo ipotizzandolo - è senz'altro uno di questi casi, ma la
nostra vita quotidiana è in realtà costellata da un'infinità di
attività potenzialmente rischiose che ci mettono davanti a una
scelta. Non sempre ci fermiamo a riflettere su cosa è più saggio
fare (o evitare di fare), e non di rado finiamo per adottare
istintivamente comportamenti dettati dal desiderio di evitare un
pericolo che però ottengono il risultato opposto, perché poggiano
su basi molto fragili o del tutto inesistenti. Sappiamo che
dovremmo sforzarci per acquisire un'abitudine sana o perderne una
rischiosa, ma non sempre riusciamo a regolare la nostra vita in
base a ciò che la ragione detta. In una certa misura - spiegano gli
esperti che hanno concentrato la propria attenzione sul complesso
argomento della percezione del rischio - è un fenomeno
inevitabile.
Comprendere le cifre
Le cifre, che necessariamente sono alla base di qualsiasi
valutazione scientifica dell'entità di un pericolo, sono
importanti, ma spesso contribuiscono a creare una contrapposizione
tra chi le capisce, ed è abituato a studiarle e analizzarle, e chi
invece le trova poco chiare. L'esperto di rischio David Ropeik -
che insegna all'Università di Harvard e ha da poco pubblicato un
libro dedicato al fenomeno del divario nella percezione del rischio
e intitolato Perception Gap - la spiega così: "Tutti i giorni ci
sentiamo chiedere perché abbiamo così paura di eventi che
potrebbero causare danni enormi ma sono estremamente improbabili,
come per esempio un incidente aereo, e non facciamo nulla per
evitare ciò che ha molte più probabilità di capitarci ma appare
meno terrificante, come un cancro legato a stili di vita sbagliati.
Una posizione che inviti ad assumere un atteggiamento razionale nei
confronti del rischio finisce in realtà per diventare irrazionale,
perché presuppone che tutti siano freddi calcolatori capaci di
confrontare numeri e prendere sempre le decisioni più
scientifiche".
Occorrerebbe dunque riconoscere che la modalità istintiva,
emotiva e affettiva di percepire il rischio fa parte della natura
umana, e bisogna farci i conti poiché fa parte del sistema
decisionale. Per spiegare ciò che questo significa in concreto,
Ropeik cita un caso clinico storico raccontato dal grande
scienziato Antonio Damasio: il paziente Elliott, che dopo un
intervento chirurgico al cervello si svegliò perfettamente in grado
di usare i numeri, ma totalmente incapace di attribuire loro un
valore, e che per questo motivo era incapace di fare una qualsiasi
scelta: "La chirurgia aveva danneggiato le connessioni fra l'area
della corteccia cerebrale (dove pensiamo e prendiamo le decisioni)
e l'area limbica del cervello (associata ai sentimenti), per cui
Elliott era in grado di elaborare i fatti, ma non riusciva ad
attribuire loro nessun significato, nessuna valenza, nessun 'pro' o
'contro'" racconta Ropeik. "Come ha spiegato Damasio, le emozioni e
i sentimenti possono mandare all'aria i processi legati al
ragionamento, ma l'assenza di emozioni è altrettanto dannosa, e
altrettanto capace di compromettere la razionalità. Persino quando
disponiamo di un'informazione completa ed esauriente, insomma, le
nostre percezioni su qualsiasi cosa rimangono soggettive".A questo
si aggiunge il fatto che solo raramente disponiamo di
un'informazione chiara, esauriente e completa, giacché di solito
dobbiamo chiarirci le idee in una giungla di dati in parte
contraddittori.
Una scelta di termini
In un contesto dominato dall'incertezza, da un lato ci sono
numerosi fattori psicologici che contribuiscono a ridimensionare o
a ingigantire i rischi che ci circondano (vedi box) e dall'altro ci
sono molti modi diversi in cui un determinato rischio per la salute
può esserci presentato, con effetti assai diversi secondo la
modalità scelta per rappresentarlo: rischiamo quindi di percepirlo
come più temibile di quanto non sia in realtà o viceversa siamo
portati a trascurarlo. Secondo il biostatistico David
Spiegelhalter, che insegna comprensione pubblica del rischio
all'Università di Cambridge, in Inghilterra, esistono oltre 2.400
modi per "gonfiare artificialmente" un rischio - per esempio allo
scopo di magnificare i benefici effetti associati a un "nuovo
farmaco miracoloso".
Basta scegliere le parole, cambiare il modo di rappresentare
graficamente i numeri: nel mondo di oggi questi metodi vengono
usati di frequente, perché la paura è un fortissimo incentivo a
spendere soldi nel tentativo di proteggere se stessi e i propri
cari. Spiegelhalter sta lavorando alla messa a punto di alcuni
metodi per permettere all'uomo della strada di farsi un'idea chiara
della reale entità dei rischi associati, per esempio, all'uso di un
farmaco o a determinate scelte di vita, e in generale è giunto alla
conclusione che occorra resistere all'istinto di rifuggire
qualsiasi forma di rischio: al contrario incoraggia tutti a
conoscere meglio il rischio per assumerlo consapevolmente in
piccole dosi, sapendo che fa parte della vita quotidiana, e il
passaggio involontario dalla padella alla brace, dalla sottostima
di un rischio importante alla sovrastima di uno trascurabile, è
assai comune. In sostanza è l'informazione a garantire a ciascuno
di noi la possibilità di fare le scelte utili sia dal punto di
vista razionale sia da quello emotivo, anche nel delicato campo
della prevenzione e della salute: e poiché in questo caso si parla
di cifre e percentuali, sta agli esperti e a chi dà loro voce, come
i giornalisti e i divulgatori, imparare a comunicare in modo
comprensibile con la popolazione interessata.
Per saperne di più
L'oncologia con 5 P
"Analizzare e descrivere le scorciatoie cognitive che mettiamo
in atto per decidere in modo rapido, e gli errori cognitivi che
spesso queste scorciatoie comportano, è un esercizio analogo a
quello di svelare le illusioni ottiche" spiega Gabriella
Pravettoni, che dirige il Centro di ricerca interdipartimentale sui
processi decisionali (IRIDe) dell'Università di Milano, dove
insegna scienze cognitive. "In alcuni contesti cadiamo in vere e
proprie trappole cognitive, che deformano le informazioni
portandoci a prendere decisioni sbagliate. Questo è molto
importante nel campo della medicina, di cui mi occupo in
particolare, perché anche medici e pazienti devono imparare a non
cadere nelle trappole cognitive associate alle esperienze passate,
allo stato emotivo e a molti altri fattori". Nell'ambito specifico
dell'oncologia, e in particolare della medicina personalizzata,
questo approccio ha portato il gruppo diretto dalla professoressa
Pravettoni a elaborare e proporre un nuovo modello che punta a
incorporare anche gli aspetti psicologici nell'approccio al
paziente. "Finora quando si parlava di medicina personalizzata si
faceva essenzialmente riferimento alle caratteristiche genetiche
della malattia e del paziente, senza prendere in considerazione in
alcun modo gli aspetti psicologici e cognitivi legati alle sue
scelte e alle decisioni terapeutiche, anche per i loro riflessi
sulla qualità della vita. Abbiamo quindi proposto - con un articolo
pubblicato di recente sulla rivista Nature Reviews Clinical
Oncology - di affiancare alle quattro P che descrivono l'oncologia
del presente e del futuro (personalizzata, predittiva, preventiva e
partecipatoria) la quinta P della psicologia cognitiva, sempre più
necessaria per arrivare a proporre una terapia davvero
personalizzata e capace di considerare bisogni, necessità, intime
convinzioni e aspettative di ciascun paziente, accrescendone in
questo modo l'efficacia".
I fattori di percezione del rischio
Gli studi sulla percezione del rischio hanno individuato molti
fattori che influenzano la nostra "decisione" subcosciente di aver
paura di qualcosa, e determinano le caratteristiche della nostra
paura e della nostra reazione.
Ecco l'elenco stilato da David Ropeik, autore di alcuni
libri sul rischio e docente all'Università di Harvard, che su
questo tema, nell'ottobre scorso, ha tenuto una conferenza anche al
festival di BergamoScienza.
- FIDUCIA: Più abbiamo fiducia in una
determinata persona o in un comportamento, meno avremo paura, e
viceversa.
- RISCHIO E BENEFICIO: Più grande è il beneficio
che si percepisce essere associato a qualsiasi scelta, meno si
tende ad avere paura dei rischi associati a quella stessa
scelta.
- CONTROLLO: Quando si pensa di poter
controllare la situazione - in senso fisico, ma anche in senso
psicologico e di partecipazione al processo decisionale - qualunque
situazione diventa meno spaventosa.
- LIBERTÀ DI SCELTA: Le situazioni in cui ci
rimane la possibilità di scegliere se e come affrontare un pericolo
tendono a fare meno paura di quelle in cui un analogo rischio ci
viene imposto dall'esterno (come è il caso, per esempio, dei rischi
ambientali).
- NATURALE o CREATO DALL'UOMO: I rischi naturali
in genere ci spaventano meno di quelli derivanti dalle attività
umane. Per questo percepiamo come più pericolosa la vicinanza con
un'industria rispetto al cibo che mettiamo in tavola,
indipendentemente dalla valutazione reale dei rischi
associati.
- TERRORE: Peggiori sono le conseguenze (in
termini di maggiore sofferenza) di un rischio, più esso ci
spaventa. Ecco perché per molto tempo la prevenzione del cancro è
stata scarsamente seguita: meglio non far niente che affrontare la
paura della malattia.
- CATASTROFICO o CRONICO: Ci fanno più paura le
cose che possono uccidere molte persone in uno specifico momento e
in uno specifico luogo (come un attentato terroristico) rispetto a
quelle che causano lo stesso numero di morti in modo cronico,
distribuiti nello spazio e nel tempo (come una malattia o gli
incidenti d'auto).
- INCERTEZZA: Più ampia è l'incertezza sulla
reale entità di un rischio, maggiore il timore. L'incertezza può
nascere quando non ci sono dati concreti o quando non siamo in
grado di comprenderli (le cose invisibili sono incerte per
definizione e questo spiega il particolare timore suscitato da
potenziali rischi invisibili come le onde elettromagnetiche).
- IO E LORO: A prescindere dai fatti, qualsiasi
rischio sembra più grande quando pensiamo che possa riguardarci
direttamente. Non importa se colpisce una persona su un milione se
temiamo di essere quella persona.
- FAMILIARE o NUOVO: Quando sentiamo parlare per
la prima volta di un rischio, e non ne sappiamo molto, abbiamo più
paura di quando abbiamo convissuto con lo stesso rischio per un po'
e l'esperienza ci aiuta a vederlo in prospettiva.
- BAMBINI: Temiamo di più i pericoli che
colpiscono i bambini rispetto a quelli che riguardano la
popolazione adulta.
- PERSONIFICAZIONE: Un rischio associato a una
specifica persona ci terrorizza di più di uno che statisticamente è
altrettanto reale, ma lo è solo astrattamente nella nostra
mente.
- CORRETTEZZA/MORALITÀ: Ci fanno arrabbiare di
più i rischi che riguardano i poveri, i deboli e i disabili
rispetto a quelli che toccano i ricchi e i potenti. Ci arrabbiamo
quando chi è esposto ai pericoli non fruisce per questo di nessun
beneficio.
- CONSAPEVOLEZZA: Più siamo consapevoli di un
rischio - grazie ai media ma anche ai contatti sociali - più ne
siamo preoccupati.